Un bacio tra le due sponde del Mediterraneo delle culture

bacio-di-lampedusaL’intenso romanzo di Mounir Charfi conduce il lettore attraverso una narrazione fortemente connotata in senso onirico e simbolico e insieme densa di riferimenti culturali, dalle epigrafi di Paul Valéry, Lautréamont e Ronsard che scandiscono il racconto fino alle suggestioni che rinviano alla tradizione alchemica, e invita, allo stesso tempo, a una riflessione non scontata su un tema davvero centrale per il presente e il futuro di tanti Paesi e di tante persone che – in modo più o meno diretto – vedono nel Mediterraneo il proprio orizzonte, o comunque una realtà con la quale sono quotidianamente chiamati a relazionarsi.

L’utopia, non priva di ombre, tratteggiata nel libro è quella di una serie di avvicinamenti: quello tra i due volumi di un trattato alchemico che, se accostati l’uno all’altro, innescano una trasformazione del mondo; quello tra i due innamorati Sami e Selima; quello tra le due sponde del Mediterraneo, con la conseguente fusione di Marsiglia e Algeri in una nuova città chiamata Maralgeri, quasi a realizzare, metaforicamente, l’anelito espresso da Alexander Pope nel celebre verso della Foresta di Windsor: «And seas but join the regions they divide»: «Il Mediterraneo – scrive Charfi – aveva levato l’ancora. Aveva lasciato l’esiguo spazio che lo soffocava. Finalmente il Mare Nostrum aveva raggiunto l’oceano primitivo. Maralgeri ormai era una megalopoli attraversata da un fiume, battezzato Rema, le cui acque nascevano dalla gigantesca fonte che ribolliva di un residuo vulcanico dell’Atlante. Quella sorgente [...] sgorgava dalle viscere della Terra in un boato assordante, sfogandosi come una lava limpida in balìa dei venti sui versanti della città, defluendo in un lungo fiume verso l’Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra, al di sotto di quella lingua di terra, ponte naturale che in tal modo univa il Marocco e l’Andalusia. L’Europa non poteva più fuggire davanti a quel continente insorto». Leggi di più


‘Piccola immensa patria mai perduta perché mai davvero abitata’

La cattedrale di Otranto in una foto di Gabriele Quaglia

La cattedrale di Otranto in una foto di Gabriele Quaglia

Il libro di Antonio Errico, ‘Viaggio a Finibusterrae‘, ultimo di una produzione assai ricca sia nel campo della narrativa che in quello della saggistica, si inserisce in un filone che mi sembra tra i più interessanti della letteratura italiana contemporanea: quello della riscoperta delle radici locali attraverso la lente di un lirismo fortemente evocativo e dalle forti suggestioni simboliche, che recupera da una parte l’archetipo verghiano, dall’altra – nel caso di Errico, esplicitamente – la lezione eliotiana; e penso in particolare – ma è solo un esempio tra i più recenti – agli ultimi libri di Marcello Fois, nei quali è evocata e narrata una Sardegna insieme epica e lirica, intessuta di reminiscenze classiche e bibliche.

A Eliot il libro di Errico si richiama sin dall’epigrafe, con l’invito – tratto dal quarto quartetto – a «spogliarsi dei sensi e della ragione» rivolto a tutti coloro che vengono «da queste parti»: «prendendo qualsiasi strada, partendo da qualsiasi posto, in qualunque ora e in qualunque stagione»; e ancora il quarto quartetto, in particolare il brano sul circolo infinito dell’esplorazione, è ricordato nell’explicit, ad aprire e chiudere così il volume nel segno di una ispirazione comune a tutti i saggi che vi sono raccolti. Leggi di più


La lingua come fondamento dell’identità nazionale

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Vorrei iniziare queste riflessioni* tornando ancora una volta a sottolineare una nozione ben nota, ma che credo sia opportuno valorizzare anche in chiave strategica e progettuale: quella della lingua – e della cultura che ne è espressione – come fondamento dell’identità nazionale. Un’idea che è stata enunciata come meglio non si potrebbe dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento in occasione della consegna delle medaglie d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, il 5 maggio 2003: «è nel nostro patrimonio artistico, nella nostra lingua, nella capacità creativa degli italiani che risiede il cuore della nostra identità, di quella Nazione che è nata ben prima dello Stato e ne rappresenta la più alta legittimazione».

La lingua e la letteratura italiana costituiscono una parte non certo minore dello straordinario apporto dato dall’Italia alla cultura mondiale: di questo nostro patrimonio, che abbiamo ricevuto in eredità dal nostro passato e dalla nostra storia, dobbiamo essere consapevoli, e dobbiamo in particolare imparare a considerarlo un bene comune: comune a tutti noi cittadini italiani, che abbiamo di conseguenza il compito di custodirlo e di farlo conoscere; ma comune anche a tutti coloro che, all’interno del nostro Paese così come altrove nel mondo, con esso vengono a contatto, spinti chi dalla necessità, chi dalla passione per la nostra cultura, chi da semplice curiosità intellettuale. Leggi di più


Ricostruire la fiducia

Ben Heine, Pencil Vs Camera - 46

Ben Heine, Pencil Vs Camera – 46

Vorrei iniziare queste brevi riflessioni* prendendo le mosse dalla constatazione, che può apparire ovvia ma che è necessario mettere bene a fuoco, dell’esistenza, in molte democrazie europee e in Italia più che altrove, di una crisi della fiducia nei confronti del sistema politico, che si traduce in una società divisa in due, con una metà dei cittadini che partecipa alle vicende politiche e un’altra metà che non si sente rappresentata e rifiuta, di conseguenza, qualsiasi forma di partecipazione alla politica tradizionale.

È una crisi che ha naturalmente molte e differenti cause, alcune delle quali riconducibili a circostanze che investono un orizzonte più ampio, sul piano sia nazionale che internazionale – e penso in particolare alla crisi economica mondiale; altre dovute alla percezione di una Politica in difficoltà sotto la pressione uguale e contraria della tecnocrazia da un lato e del populismo dall’altro; altre ancora alla rilevanza anche mediatica di notizie e avvenimenti di segno negativo che possono riguardare, in diversi modi, la sfera dell’agire politico, oppure alla visibilità di prerogative che – senza distinzione tra ciò che è utile e necessario e ciò che non lo è – vengono percepite come manifestazioni castali.

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L’esempio di Carditello

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Il libro di Nadia Verdile ‘La reggia di Carditello’ racconta con rigore e insieme con passione la storia di uno tra i siti più belli e più – dolorosamente – trascurati del nostro Paese: una storia le cui alterne vicende, di luci e ombre, sono ben sintetizzate nel sottotitolo del volume, «Tre secoli di fasti e feste, furti e aste, angeli e redenzioni», che allude innanzitutto all’antico splendore di quella che fu insieme tenuta di caccia e azienda agricola altamente specializzata, capace di assurgere a modello per le pratiche agricole e zootecniche e di meritarsi l’ammirazione persino di Goethe.

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