La cultura come resistenza e impegno civile

Nel video qui sotto l’intervista con la studentessa Bianca Belogi del Liceo Nolfi di Fano, realizzata l’11 ottobre 2019 a Fano nell’ambito della sesta edizione di Letteraria, il Festival del Libro e della Lettura.

Nel corso di Letteraria 2019 ho tenuto una lezione sul tema “La cultura come resistenza e impegno civile”, che riporto qui di seguito.

Gentili e cari amici,
è con grande piacere che ho accolto l’invito a partecipare alla sesta edizione di Letteraria, questo importante festival dedicato alla lettura e alla letteratura che anima i più bei luoghi di una città dotata di una lunghissima e ricchissima tradizione culturale come è Fano, città del tempio della fortuna in epoca romana e sede, tra l’altro, della prestigiosa biblioteca Federiciana che nel 2020 festeggerà il suo trecentesimo compleanno, essendo nata dal prezioso lascito del suo fondatore, l’abate Domenico Federici, scomparso il 27 novembre 1720, all’oratorio di San Pietro in Valle.
L’associazione culturale Letteraria, ideatrice del Festival e del Premio letterario ad esso collegato, è votata, come si legge nella sua mission, «alla causa della cultura (che non ritiene una causa persa neppure in questo paese)», e «promuove i libri e la lettura nella convinzione che siano gli strumenti più adatti per comprendere e affrontare in modo critico la complessità del presente».

Letteraria, scrivono i promotori del festival, nasce dalla convinzione che «sia la scuola, una scuola non piegata alle sole esigenze dell’utile e della tecnica ma a quelle dell’essere umano nella sua interezza, uno dei luoghi, forse il primo e più importante in cui si fa e si rinnova la cultura». Per questo l’associazione, in collaborazione con il Comune di Fano, con il Patrocinio della Regione Marche, del Ministero dei beni, delle attività culturali e del Turismo e con l’auspicio del Cepell, ha istituito questo Premio Letteraria per la narrativa edita italiana e in traduzione. Un premio letterario dal taglio davvero innovativo poiché è l’unico, nel panorama dei premi letterari nazionali, assegnato da giovanissimi lettori: la giuria è infatti costituita da studenti dei gruppi di lettura volontari delle scuole superiori della Provincia di Pesaro e Urbino. Un’occasione davvero interessante, per i ragazzi, di mettersi alla prova come “lettori esperti”, in grado di valutare, mettendo in moto le proprie conoscenze, attitudini e capacità di lavorare in squadra ma anche i propri interessi letterari, testi provenienti da ogni parte del mondo e quindi ampliando il loro sguardo alla letteratura come strumento di comunicazione, per allargare i propri orizzonti ma anche per impegnarsi in una attività di promozione culturale e civile.

Ecco, l’impegno civile è il nodo da cui vorrei partire per condividere con voi alcune riflessioni sul valore attuale della letteratura, e della cultura in generale, nel mondo di oggi con i suoi rapidissimi mutamenti e le sue infinite contraddizioni.
Ho sempre inteso, sia durante il periodo di impegno istituzionale, sia nel lavoro all’interno dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, la cultura e l’editoria come forme di partecipazione civile e sociale “attive”, e quindi di forme, vorrei dire, di “resistenza”, di opposizione a un appiattimento culturale che viene percepito come sempre più diffuso e pervasivo.
In realtà, non è da poco che si parla dei rischi derivanti dall’“appiattimento culturale” (in inglese dumbing down), termine usato già con la nascita della società dei consumi nell’ambito della ricerca sociologica da studiosi come Neil Postman e Pierre Bourdieu per indicare l’eccessiva e deliberata semplificazione dei contenuti culturali e che comporta, come diretta conseguenza, la diminuzione del pensiero critico, andando ad abbassare gli standard intellettuali del linguaggio e dell’apprendimento. Di contro, il costante aumento dell’importanza data alla misurazione l’audience, al successo, alle preferenze del pubblico conduce, sempre più spesso, a produrre informazione di taglio superficiale e vago, diminuendo la complessità intellettuale degli argomenti presentati ai fruitori, con grave danno per l’accuratezza e per pluralità dell’ecosistema informativo.

Basti pensare al romanzo Il mondo nuovo di Aldous Huxley, scritto nel 1931, che già allora si interrogava sulle conseguenze di una società incapace di formulare pensiero critico, immaginando una struttura sociale deliberatamente resa idiotica per mantenere la stabilità e l’ordine, eliminando concetti complessi e ritenuti non necessari al funzionamento del sistema. Un lavoro simile avrebbe fatto George Orwell inventando per il suo 1984 una neolingua artificiale e talmente impoverita da necessitare, per essere parlata, solo di una minima porzione del cervello umano.

Senza abbandonarsi ai cupi presagi della distopia, è pur vero che il linguaggio sincopato, stringato, fatto di slogan e frasi a effetto che ci impone la comunicazione tramite social rischia seriamente di inficiare la vitalità del nostro sistema linguistico nonché la sua multiforme e felice varietà.

Per questo Treccani Cultura si è impegnata a fondo, negli ultimi anni, in campagne votate alla promozione della varietà della lingua italiana come #Leparolevalgono, che hanno poi portato anche all’organizzazione del primo Festival della lingua italiana a Lecco gli scorsi 4,5 e 6 ottobre. L’attenzione per la lingua italiana – sia nei suoi specifici aspetti linguistici e lessicografici, sia come specchio dei cambiamenti sociali e civili che nelle sue trasformazioni inevitabilmente si rispecchiano – è infatti una prerogativa costante che Treccani ha coltivato negli anni, sin dalla sua fondazione, con l’obiettivo di fare in modo che le parole vengano sempre ben spese, con misura e cura, in tutte le proprie iniziative editoriali, tradizionali e digitali, di ricerca, sociali e didattiche.

Ci vuole poco, infatti, perché i significati e le loro sfumature si confondano, o addirittura perdano senso, in un’età caratterizzata da un dispendio vorticoso di parole, spesso utilizzate per aggredire e nascondere, anziché dialogare e mostrare. Di fronte a un certo uso aggressivo, sguaiato, demagogico, razzista, sessista o banalmente seduttivo della parola, non di rado verrebbe voglia di invocare la virtù del pensiero elaborato, a lungo ponderato, e il ricorso al silenzio della riflessione. Treccani crede fermamente che la parola sia stata, sia e debba continuare a essere espressione di ragionamento, condivisione e anche, senz’altro, confronto sincero tra diverse posizioni, ma sempre rispettoso e costruttivo, finalizzato alla crescita della democrazia, nella ferma convinzione che un uso consapevole della lingua sia un requisito necessario per far crescere cittadini veramente liberi, capaci di sviluppare un proprio pensiero critico originale.

D’altronde abbiamo anche potuto constatare che l’interesse per i temi linguistici si è dimostrato, progressivamente, sempre più pervasivo e coinvolgente, anche per quanto riguarda le nuove generazioni. Un interesse che abbiamo cercato di sostenere, appunto, coniugando in più occasioni il valore intrinseco della conoscenza della nostra lingua, delle sue regole, della sua storia ed evoluzione, a un suo inquadramento più ampio nei grandi temi del presente, e in particolare in quello della cittadinanza e dell’impegno civile.

Così è nata, per esempio, l’iniziativa Le parole della Costituzione, un progetto che si concentra sull’importanza del lessico scelto dai Padri costituenti. Da esso è nato un volume collettaneo nel quale sono state analizzate 40 tra le parole della costituzione che evocano concetti di ampio uso comune eppure particolarmente significativi in chiave costituzionalistica, come Repubblica, popolo, lavoro, famiglia, cultura, paesaggio ecc. D’altronde, già il linguista Tullio De Mauro aveva rilevato che nella nostra Costituzione compaiono poco più di 9300 parole, che corrispondono alle occorrenze di 1357 lemmi, dei quali ben 1002 fanno parte del vocabolario di base italiano. Questo significa che la volontà dei padri costituenti è stata quella di compilare un testo comprensibile a tutti i cittadini.

Con lo stesso intento Treccani Cultura ha intrapreso un’altra iniziativa, dal titolo Le parole dell’impegno civile: una scuola rivolta a giovani autori, aspiranti scrittori, editor, docenti e appassionati per indagare una costellazione di parole tra cui cura, creatività, memoria, politica, pari opportunità, solidarietà, giudizio, sicurezza, lavoro, prevenzione, tutela, dignità, persona, scuola, lingue, integrazione: ognuna di queste parole è stata trattata come una coordinata dell’universo semantico costituito, appunto, dall’impegno civile, ritornandone alle radici e declinandola nella complessità del nostro presente, con l’intento di ridare alle parole che usiamo quotidianamente il giusto valore, di sfruttare al meglio le mille sfumature della nostra lingua, perché comunicare in maniera efficace significa essere in grado di contribuire meglio alla crescita culturale e civile del nostro paese: è evidente, infatti, che usare bene le parole ci rende cittadini migliori, e questo è vero in particolare per le parole che più spesso popolano il linguaggio politico e mediatico, e che pertanto sono maggiormente soggette a banalizzazioni e distorsioni.

Pensiamo al pernicioso fenomeno della circolazione sempre più massiccia, soprattutto attraverso la rete, di fake news, di notizie parziali, alterate, decontestualizzate: un mezzo pericoloso per catalizzare l’opinione pubblica estremizzando i concetti e alzando sempre i toni del discorso fino a giungere all’insulto e alla diffamazione, ormai abitualmente entrati nel linguaggio politico e di lì, purtroppo, sdoganati anche nel parlato e nello scritto comune, soprattutto sui social, spesso senza che chi scrive abbia reale consapevolezza che sta commettendo un reato.

La sfida dei nostri tempi passa anche, in primo luogo, attraverso un ripensamento strategico delle modalità di somministrazione e divulgazione di un sapere critico e certificato. Si tratta, per le istituzioni, le organizzazioni, le aziende che ogni giorno si muovono nel mondo digitale – e in mancanza di una vera legislazione in proposito, ancora tutta da scrivere – di darsi un codice di comportamento, anzi una vera e propria missione: quella di accrescere la conoscenza degli utenti, producendo e condividendo solo contenuti affidabili, e passati al vaglio della comunità scientifica. Ma significa anche evitare di usare i social per polarizzare opinioni, creare allarmismi, fomentare conflitti sociali e atteggiamenti discriminatori, e in generale, arginare il fenomeno dell’hate speech, tanto pericoloso quanto capace di coinvolgere soprattutto i più giovani.

C’è un nesso evidente tra la solitudine dei bambini abbandonati tutto il giorno con la tv come babysitter, esposti a un intrattenimento nella migliore delle ipotesi passivo, quando non palesemente inadatto alla loro età, e la solitudine degli adolescenti che si rifugiano nel mondo digitale per evitare le relazioni reali che sono percepite come fonte di ansia o stress. L’esposizione continua a modelli di consumo e di estetica irrealistici genera un senso di inadeguatezza che quasi inevitabilmente si risolve o nell’isolamento o nell’aggressività, o comunque in una profonda insoddisfazione fomentata anche dalla sedentarietà, dall’abuso del gaming online, dalla mancanza di strumenti per mettersi alla prova nel mondo reale e allo stesso tempo l’incapacità di tutelare la propria privacy e i propri dati personali.

Anche l’accesso alla conoscenza, in questo sistema informativo inquinato, non può che risultare distorto: la comunicazione aggressiva, la semplificazione portata all’estremo di concetti complessi, la diffusione di stereotipi, la volatilizzazione dei confini tra falso e vero sono i maggiori ostacoli alla realizzazione di quello che già Tim Berners Lee, inventore del World Wide Web, aveva indicato come il più vero e nobile scopo di internet, quello di «migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo».
Così come ai contenuti più deteriori del web, pensati deliberatamente per creare dipendenza e sopprimere il pensiero critico, si affianca la cosiddetta tv spazzatura, allo stesso modo il medium digitale può essere un prezioso alleato per l’arricchimento della propria cultura personale – così come lo è stata, e lo è tutt’oggi, la televisione ben fatta: esempio perfetto ne è stato Alberto Manzi, un vero e proprio pioniere nell’utilizzo dei nuovi media come strumenti di insegnamento, che amava sostenere che «se la scuola è una scuola del ‘fare’, del costruire il proprio sapere attraverso esperienze, lo ‘studiare’ diventa gioia di scoperta». La grande scommessa che ci aspetta è quindi imprescindibilmente educativa: siamo noi ad avere la responsabilità di fornire ai più giovani gli strumenti necessari per accrescere la conoscenza, presupposto fondamentale per uno sviluppo economico e sociale virtuoso e sostenibile.

Si tratta dunque, in primo luogo, di insegnare a discernere tra i contenuti certificati e quelli non certificati; a cercare l’autore di qualsiasi testo si stia leggendo e a informarsi sulla sua competenza sull’argomento trattato (cosa, tra l’altro, molto più semplice che in passato proprio grazie al web); a non fidarsi dei siti la cui paternità è non apertamente dichiarata, e che non afferiscono a istituzioni o enti di nota autorità scientifica; a capire che l’identità digitale è essa stessa un valore da difendere e che fidarsi di chi la cela nascondendosi dietro nickname o pseudonimi può essere tanto avventato quanto affidare al web, indiscriminatamente, i propri dati personali.

Occorre insomma capire e far capire che per quanto le potenzialità del mondo digitale possano essere straordinarie, la sua multiformità e le sue dimensioni sconfinate possono renderlo anche un luogo insidioso: si pensi ad esempio ai casi di cyberbullismo, al rischio di venire in contatto con malintenzionati o con organizzazioni o aziende dagli scopi poco chiari o truffaldini; è quindi necessario diffondere una vera cultura della rete che insegni, ad ogni livello e in ogni ambito (culturale, affettivo, informativo, commerciale, ricreativo) a leggere il web, e a riconoscere i segnali che indicano che un sito è sicuro, certificato e affidabile.

La riscoperta del valore del linguaggio, della cultura che esso veicola, del ruolo dell’editore che certifica l’autorevolezza dei contenuti veicolati, insomma di tutto il sistema culturale così come concepito fino all’avvento della rivoluzione digitale diventa quindi una priorità che deve essere trasmessa soprattutto alla generazione dei nativi digitali, che più degli altri sono soggetti al rischio di perdersi in questo labirintico ed eterno presente costituito dal mondo virtuale, in cui si perdono i riferimenti alle nostre identità, che vengono sminuite, banalizzate e trasformate in vessilli o spauracchi; in cui si perde il senso della profondità del tempo, della fatica, del lungo percorso pieno di ostacoli che ha condotto la nostra civiltà fino alle attuali conquiste in tema di diritti civili e sociali, al rischio che esse possano essere messe in discussione; in cui si perde il senso dello spazio, della vastità e infinita diversità del pianeta in cui viviamo, ma anche della sua fragilità e bellezza, che non possono essere realmente percepite e vissute attraverso uno schermo.

In questo senso si può intendere la cultura anche come veicolo di coesione sociale e di resistenza alle «ferite della storia e della natura», come avviene ad esempio nel libro E dal cielo caddero tre mele di Narine Abgarjan, voce dall’Armenia ospitata da questo festival, in cui la chiave per superarle è la solidarietà umana, la forza di chi «crede nel bene del mondo»; e come antidoto alla disumanizzazione, poiché la lettura è uno strumento che consente di formarsi e informarsi e quindi anche di mantenere viva la nostra memoria storica; ma permette anche di facilitarci nell’incontro con l’altro, inteso proprio come arricchimento culturale, in contrapposizione a una situazione di assenza di stimoli e approfondimenti culturali e, quindi, di conoscenza che porta al mancato rispetto delle differenze e alla paura dell’altro inteso come “diverso da noi”.

L’incontro con l’altro, con l’estraneo, con l’ignoto, dunque, come fonte di ridefinizione del proprio io: un problema profondamente indagato dalla filosofia, che Tzvetan Todorov ha approfonditamente trattato nel suo libro del 1984 La conquista dell’America. Il problema dell’altro, in cui utilizzava appunto la colonizzazione del nuovo mondo come caso d’analisi per parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. «Possiamo – scrive il filosofo – scoprire gli altri in noi stessi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide con l’io: l’io è un altro. Ma anche gli altri sono degli io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista – per il quale tutti sono laggiù mentre io sono qui – separa e distingue nettamente da me».

L’umanità deve essere declinata al futuro, non e può essere vista come la somma degli esseri viventi, come un semplice dato quantitativo, un insieme biologico. Ma anzi, come ha scritto Stefano Rodotà nel suo libro Solidarietà, «è qualcosa da costruire incessantemente attraverso l’azione comune e solidale di una molteplicità di soggetti, che producono non tanto un valore aggiunto, quanto piuttosto una realtà continuamente “aumentata”».

Nel mondo greco il forestiero era portatore di una presenza divina. Sono molti i miti dove gli dèi assumono le sembianze di stranieri di passaggio. Basti pensare all’Odissea, in cui il poeta richiama ripetutamente il valore dell’ospitalità, con figure come Nausicaa, ribadisce la gravità e le drammatiche conseguenze della sua profanazione (pensiamo a Polifemo, ad Antinoo). L’ospitalità era regolata nell’antichità da veri e propri riti sacri, espressione della reciprocità di doni.
Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte a uno straniero in condizione di bisogno affinché scattasse il dovere dell’ospitalità. La reciprocità delle relazioni d’accoglienza era alla base delle alleanze tra persone e comunità, che componevano la grammatica fondamentale della convivenza pacifica tra i popoli.

La civiltà romana continuò a riconoscere la sacralità dell’ospitalità, che era regolata giuridicamente dalle leggi dello stato. Anche il cristianesimo ha naturalmente raccolto questa tradizione, interpretandola come una declinazione del comandamento dell’agape, della carità cristiana, in ossequio alla predilezione di Gesù per gli ultimi e i poveri: «Ero straniero e mi avete accolto», si legge nel vangelo di Matteo 25,35.

E dunque, le radici culturali che fondano l’Europa, quella classica e quella cristiana, ma anche la cultura araba e islamica vedono nell’ospitalità un valore inviolabile, la cui sospensione era socialmente stigmatizzata perché simbolo di disumanità.
In un testo pubblicato nel 2000, uno dei maggiori filosofi contemporanei, Jacques Derrida, si è occupato diffusamente del tema dell’ospitalità. In questo scritto, che si intitola appunto, Sull’ospitalità, emerge chiaramente come il problema filosofico dell’ospitalità sia cruciale nella società contemporanea multietnica.

Per Derrida l’autentica ospitalità è l’ospitalità «indiscriminata», ovvero quella che proviene da un atto soggettivo, privato. Intesa così l’ospitalità non può richiedere allo “straniero”, ovvero “colui che viene da fuori”, delle domande, pretendendo uno scambio al fine di accettare la richiesta di ospitalità (che è poi la richiesta disperata di continuare a vivere).
Il problema è che, la società e la politica attuali optano per una normalizzazione e regolamentazione di questo principio intrinsecamente privato. Attraverso il processo di annullamento della privacy, il sistema attuale porta il singolo all’impossibilità di adottare l’ospitalità nella sua accezione onesta e corretta. «La legge dell’ospitalità assoluta – scrive infatti il filosofo – impone di rompere con l’ospitalità di diritto, con la legge o la giustizia come diritto. L’ospitalità giusta rompe con l’ospitalità di diritto; non che la condanni o vi si opponga, può anzi metterla e tenerla in un moto incessante di progresso; ma è tanto stranamente diversa dall’altra, quanto la giustizia è diversa dal diritto al quale tuttavia è così vicina, e in verità inscindibile».

L’ospitalità, dunque, viene a fondersi con l’etica stessa, a costituire il suo principio, se è vero che ethos rimanda appunto all’abito, all’abituale, all’abitudine, e quindi anche all’abitare: accogliere l’altro che viene, significa dunque “farsi abitare” dall’altro custodendolo e confrontandosi con la sua alterità.
Un’attitudine che diventa sempre più necessaria per risolvere i conflitti, le tensioni, le divergenze che si acuiscono nei momenti e nei luoghi dove si ha un massiccio arrivo, volontario o forzato, di persone o gruppi: e questo, a ben vedere, non riguarda solo le immagini drammatiche che ci arrivano dal Mediterraneo centrale, di uomini, donne e bambini che non esitano a mettere a rischio la propria vita per raggiungere una nuova terra, una nuova speranza; ci sono in atto nel mondo e nel nostro paese continui spostamenti di gruppi umani, continue ridefinizioni degli assetti sociali ed etnici delle nostre città, ai quali non si può più rispondere con la chiusura, il rifiuto o la negazione del fenomeno.

Sono ormai stimati in più di dieci milioni i profughi che sono stati costretti a lasciare la Siria a causa di una destabilizzazione dell’area che dura quasi da un decennio. Soltanto un milione di essi ha fatto richiesta di asilo politico in Europa, ma il proseguire del conflitto senza apparenti soluzioni e anzi con rapide e pericolose escalation che coinvolgono le potenze mondiali non fanno che presagire un peggioramento della situazione.
I migranti climatici che si sposteranno dalle aree più calde a quelle più fredde del pianeta sono destinati ad aumentare vertiginosamente nei prossimi anni, per colpa di una progressiva desertificazione che è diretta conseguenza dell’inquinamento e del depauperamento ambientale in gran parte prodotti dall’Occidente; e, d’altra parte, sono in aumento anche i migranti economici – soprattutto giovani – anche all’interno delle economie avanzate, dai paesi del sud a quelli del nord Europa, dall’Europa agli Stati Uniti, dal sudest asiatico all’Australia.

Se è certo che i movimenti migratori sono sempre esistiti e hanno sempre sostenuto le economie sia dei paesi di partenza che di quelli di arrivo, allora deve essere tanto più chiaro che occorre adottare politiche serie e investire fondi per gestire virtuosamente un fenomeno che è parte integrante dell’assetto sociale ed economico del nostro continente, tanto più che le rimesse degli emigrati verso i paesi d’origine costituiscono un elemento strutturale nella costruzione di partenariati commerciali e di investimento tra Unione Europea e economie del sud, indispensabili per la stessa crescita europea.
Inoltre, cambiando un attimo la prospettiva, c’è da considerare anche una delle maggiori cause economiche di spostamento di persone che avviene quotidianamente, di breve ma in certi casi anche medio-lungo periodo, che è il fenomeno del turismo globale, in crescita vertiginosa e inarrestabile dall’inizio del millennio.

A questo punto, però, viene da chiedersi come sia possibile accostare due fenomeni tanto strutturalmente e praticamente diversi quali sono la migrazione e il turismo, e renderli entrambi occasioni per migliorare la nostra realtà quotidiana. La connessione si può trovare mio parere in una parola, ovvero cultura: una parola che racchiude al suo interno una moltitudine di significati e che può contenere anche la risposta ai dubbi e alle preoccupazioni che entrambi i fenomeni possono comportare per i paesi d’arrivo (pressione antropica, difficoltà di dialogo, sofferenza dei paesaggi e delle strutture urbane, sfruttamento economico indiscriminato).

Infatti, così come il migrante che, invece di essere virtuosamente accolto e inserito nel nostro sistema economico garantendogli i giusti diritti, può cadere nelle maglie dello sfruttamento paraschiavistico soprattutto nel comparto agricolo, così il turismo, invece di essere occasione di incontro e apprendimento, di rilancio dei territori e delle loro peculiarità, può essere trasformato in una macchina per il profitto senza alcun riguardo per i beni archeologici, storici, paesaggistici, per le risorse ambientali, per i residenti e per i turisti stessi, che diventano ingranaggi di un sistema, spersonalizzati, disonestamente spremuti quando non esposti a vere e proprie truffe.

Non è questo il concetto che abbiamo in mente di spostamento virtuoso di persone e popoli attraverso il nostro pianeta. Non è questo il giusto concetto di ospitalità.
Ma allora, come può la cultura invertire questa tendenza e diventare il motore per rilanciare l’attitudine all’accoglienza nel nostro paese, per immaginare un futuro diverso?

Come ha scritto Averil Cameron, illustre studiosa di storia romana dell’università di Oxford, «Con il termine “cultura” intendiamo quel nesso di idee e conoscenze da cui ogni società dipende per conseguire la propria identità di comunità».
Comunità, dunque, intesa come un gruppo sociale coeso, attivo e partecipe alla vita pubblica; un gruppo sociale nuovamente consapevole dei legami che lo uniscono, e del retaggio di tradizioni e conoscenze che hanno contribuito a definirlo e che avrà a sua volta il compito di trasmettere alle generazioni future; consapevole della sua storia, del suo patrimonio culturale materiale e immateriale e dell’ambiente in cui vive, e deciso a preservarli dall’incuria, dalla speculazione e dall’abbandono che ogni giorno minacciano la bellezza del nostro Paese. Solo una comunità che si riconosca in queste coordinate può davvero disporsi all’ospitalità del migrante o del turista con un atteggiamento umano, empatico, e con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di tutti.

Per raggiungere questo obiettivo occorre davvero intraprendere un percorso che ci porti, prima di tutto attraverso l’istruzione, a costruire una società della conoscenza e dell’inclusione, una società in cui nessuno resti indietro.
Che la chiave per giungere ad una comunità integrata sia la cultura è un assunto ormai comunemente riconosciuto: il confronto e lo scambio di esperienze, tradizioni, narrazioni non può che favorire il dialogo e la cooperazione, mentre una società fatta di ghetti, che innalza muri tra lingue e culture diverse, si trasforma facilmente in una società impaurita, insicura e incline all’illegalità.
Quello della cultura come volano in grado di rilanciare un’economia virtuosa, pulita, un turismo intelligente e rispettoso dei luoghi e delle persone è un valore sempre più diffuso e condiviso: penso alle già numerosissime esperienze in atto nel nostro paese, fatte di turismo lento, di ospitalità diffusa, di riscoperta delle produzioni locali, della mobilità dolce, dei beni culturali e delle tradizioni che rendono ogni regione, ogni provincia della Penisola un luogo peculiare e rappresentano l’anima di quel made in Italy che attrae visitatori da ogni parte del mondo.

È proprio dalla sfida di puntare su questo complesso sistema di valori, suggestioni e significati che va a costruire il mosaico dell’identità dei luoghi, che si può e si deve ripartire per cercare di rimettere in moto non solo l’economia, ma anche la vita civile del Paese, per guardare a una cultura che sia davvero “per il futuro”.
E tuttavia, quando parliamo di identità dei luoghi, dobbiamo sempre tener presente il pericolo di incorrere in definizioni distorte di questo fondamentale concetto: l’incertezza in cui viviamo rischia infatti di farci arroccare in una visione d’identità basata sull’esclusione, sull’intolleranza e sulla chiusura; e una visione di questo tipo, com’è ovvio, difficilmente può risultare in una efficace riappropriazione dell’appartenenza culturale da parte di chi la propugna. È evidente, infatti, che il presupposto per la valorizzazione dell’identità è il confronto costruttivo con l’altro, il riconoscimento della ricchezza delle differenze che permette di sfuggire ai luoghi comuni e di veicolare nuovi messaggi.

Per questo Zygmunt Bauman ha parlato a lungo della differenza tra la difesa dell’identità in senso esclusivo e la costruzione di una società globale basata sull’integrazione virtuosa delle differenze e delle appartenenze: a tal proposito egli ha introdotto il fortunato concetto di glocalizzazione, il cui obiettivo è quello di preservare le singole identità all’interno di un sistema complesso, senza ledere l’individualità ed il diritto ad esistere delle altre identità all’interno di tale sistema.
Sta a noi scegliere se rifugiarci nei luoghi comuni, andando incontro a un futuro che inevitabilmente sarà sempre più fatto di paura dell’altro, di muri e barriere, o se alzare lo sguardo al di sopra di queste barriere che sono soprattutto mentali per impegnarci in prima persona nella costruzione di un domani diverso.
Ha scritto Tahar Ben Jelloun che «Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri».

E questo ci conduce, naturalmente, anche a parlare dell’importanza della scuola, primo presidio di un’integrazione virtuosa. È essenziale che l’istituzione scolastica, ad ogni livello, torni a fare non mera formazione in funzione di un mestiere, ma soprattutto educazione al rispetto dell’altro, che torni a essere un vero antidoto al razzismo, alla discriminazione religiosa e di genere, all’omofobia. È ormai imprescindibile la necessità di un’educazione basata sul legame con le comunità, con i territori, con i movimenti civili, che sappia essere cooperativa, comunitaria e soprattutto sappia prospettare una realtà meno violenta e disumana.
Abbiamo bisogno di una cultura militante, che sia faro e guida di una rinnovata resistenza, la resistenza alla retorica dell’odio, della politica gridata, dell’illegalità diffusa, della legge del più forte. Ma che sia anche guida di una nuova resilienza, ovvero di una mentalità più aperta e capace di accettare e interpretare i molteplici e repentini cambiamenti a cui è soggetto il nostro presente, cambiamenti che si susseguono ad una velocità inimmaginabile fino a pochi anni fa. Abbiamo, soprattutto, bisogno di una cultura che non sia escludente, vuoto ornamento, ostentazione di pretesa superiorità, ma che torni ad essere accessibile a tutti, strumento di promozione sociale e reale veicolo di impegno civile.

Nel De Oratore, Cicerone afferma che lo stato ideale di un individuo si basa su un’alternanza serena di otium e negotium (inteso come la vita politica, l’interesse per gli affari pubblici). E il richiamo all’otium è anche e soprattutto di matrice culturale; per Cicerone e per molti altri letterati dell’età classica, l’otium litterarum era infatti il sinonimo della la cura di sé e della propria saggezza, che passava per la contemplazione e lo studio. Dunque, per poter davvero espletare la sua missione non solo estetica ma di reale miglioramento della qualità della vita delle persone, viene naturale pensare che la cultura, che tutta la bellezza di cui siamo eredi e custodi, debbano avere in primo luogo fini «etici», a servizio della comunità.
«Come un soffio di vento o un’eco rimbalzando da superfici lisce e solide giunge di nuovo al punto di partenza, così il flusso della bellezza passa attraverso gli occhi, la via naturale per la quale esso raggiunge l’anima e la colma», scrive Platone nel Fedro: una frase che ci conduce, quasi automaticamente, ad associare l’idea del bello all’idea del buono.

Molti intellettuali, tra i quali ad esempio Martha Nussbaum, sostengono infatti che l’educazione e la cultura umanistica, favorendo l’empatia, l’immaginazione e l’analisi senza pregiudizi, rendano cittadini migliori del proprio Paese e del mondo; e tuttavia, George Steiner ha scritto invece: «Abbiamo poche prove che, effettivamente, una tradizione di studi letterari renda un uomo più umano. [...] Allorché la barbarie giunse nell’Europa del Novecento [...] in un numero inquietante di casi la fantasia letteraria diede un benvenuto servile o estatico alla bestialità politica. Tale bestialità fu a volte rafforzata e raffinata da individui educati nella cultura dell’umanesimo tradizionale».
Sono notissimi a tutti i casi di gerarchi nazisti cultori della musica classica e delle belle lettere, eppure capaci di perpetrare i peggiori orrori nei campi di sterminio. È possibile dunque che, a volte, il «saper vedere» che è frutto della cultura non si traduca in un «agire bene», bensì addirittura nel suo contrario? È un paradosso, oppure la correlazione tra i due piani è soltanto una nostra illusione?

È sulla scorta di queste riflessioni che io credo di poter affermare che la bellezza, l’arte, la cultura intesa in senso lato non possano coesistere se scinte dall’indispensabile valore etico che concretizza il loro messaggio e le rende attuali, capaci di veicolare valori riconoscibili nella società e nell’epoca in cui si vive. Certo, spesso il linguaggio della cultura e dell’arte è stato in grado addirittura di anticipare e promuovere questi valori – pace, uguaglianza, solidarietà: ma perché questo circuito virtuoso si attivi occorre che le istituzioni e i cittadini sappiano non solo guardare alle manifestazioni culturali e artistiche come a oggetti estetici: occorre educare i cittadini all’interpretazione di quelle manifestazioni, all’estrapolazione dei messaggi profondi che esse veicolano. Occorre, in sintesi, imparare e insegnare a guardare oltre la superficie, più a fondo, per recuperare i significati nascosti e farli propri.
Quando si parla di educare le nuove generazioni a vedere e proteggere la bellezza che ci circonda, intendiamo dire che occorre insegnare loro ad acquisire una visione più ampia di bellezza, perché la responsabilità civile non può essere frammentata, è un’attitudine che riguarda tutti gli aspetti del vivere sociale. Non ci si può occupare del decoro di un monumento e ignorare la sorte di una persona. Solo una comunità solidale può comprendere la profondità dell’esperienza che soggiace ad un’opera d’arte, ad un’architettura, ad un ambiente, ed essere davvero capace di proteggerli.

Torniamo ancora a Zygmunt Bauman che scriveva, nel suo libro intitolato Homo consumens e pubblicato nel 2007, che «Se tra i nostri antenati filosofi, poeti e predicatori si poneva la questione se si lavorasse per vivere o si vivesse per lavorare, il dilemma che più spesso si sente rimuginare oggi è se si abbia bisogno di consumare per vivere, o se si viva per consumare. Qualora si sia ancora capaci di separare il vivere e il consumare, e se ne senta la necessità». Consumiamo senza sosta, buttiamo ogni anno tonnellate di cibo e non ci curiamo neanche di sapere da dove viene, chi l’ha coltivato, chi l’ha cucinato per noi. Sembriamo quasi convinti che cresca sugli scaffali dei supermercati, completamente avulso com’è dai dai territori dai quali è arrivato, completamente anonimo, privo di peculiarità, annichilito dai processi industriali. Il cibo, il vestiario, i paesaggi, i passatempi: tutto sembra ormai sulla strada di essere omologato a livello mondiale, tant’è che i linguisti prevedono che entro il 2100 si estingueranno la metà delle lingue oggi parlate nel mondo.

Questo circolo vizioso, oltre ad appiattire la nostra creatività, il nostro sentimento, la nostra empatia con gli altri e con il mondo che ci circonda, risucchia le energie che potrebbero essere altrimenti spese per generare socializzazione e migliorare la qualità della vita, producendo anche un reddito più diffuso, equo, sostenibile e più legato alle economie locali.
Per questo possiamo affermare che la cultura cambia il modo di pensare dell’uomo nel momento in cui fornisce un sistema di valori alternativi a quelli meramente monetizzabili.

Un canto popolare, una tecnica, una ricetta tradizionale, la visione di un monumento, una lingua, le sensazioni trasmesse dalle arti performative, tutto ciò può sì, naturalmente e giustamente, generare un reddito, ma non può essere quantificato, soggetto a contrattazioni commerciali, prodotto e venduto per sola ricerca del profitto. Anzi, per produrre e diffondere cultura occorre lentezza, attenzione, amore, volontà di ricercare le radici e tutelarle; e tutto ciò va ovviamente in senso opposto al mito della produzione sempre in crescita e del consumo compulsivo, in cui tutto deve essere rapido, facile da ottenere e da smerciare e deve avere possibilmente vita brevissima in modo da poter essere presto gettato e sostituito.
La pubblicità tenta, non a caso, di trasmettere messaggi che veicolino riconoscimento, immedesimazione, empatia e sensazioni positive nei consumatori, ma la verità è che il senso di appartenenza a una cultura, e il piacere di comunicare la propria cultura agli altri, di performarla, di scambiarla e contaminarla non possono in alcun modo essere monetizzati. Fanno parte della sfera emozionale delle persone, che appunto attraverso l’espressione della propria identità, affettività e cultura possono cambiare il modo in cui si rapportano al mondo, le proprie abitudini di consumo, le proprie idee e orientamenti sulle grandi sfide che ci pone questa contemporaneità.

Il patrimonio culturale e paesaggistico di cui siamo eredi e che abbiamo il dovere di tutelare e trasmettere alle nuove generazioni possono insegnarci tutto questo.
Platone nel Timeo parlava della dialettica tra topos e chora, ovvero tra la dimensione fisica dello spazio e la sua identità culturale. Molti sono gli studiosi, antropologi, filosofi, geografi che hanno scritto a proposito della progressiva perdita della chora, l’identità, quasi l’anima di un territorio, e questo processo non è affatto imputabile alla presenza straniera e migrante, quanto invece alla progressiva percezione del territorio stesso, avviata negli anni Sessanta e mai del tutto arrestata, come valore di scambio, misurabile e commerciabile, finalmente globalizzabile e privato della sua identità e biodiversità.
Stiamo ormai rischiando di perdere un patrimonio inestimabile che è insito proprio nello spirito dei luoghi, in quel genius loci che nel mondo romano sovrintendeva ai luoghi abitati dagli uomini, proteggendoli, caratterizzandoli e rendendoli unici, ognuno diverso dall’altro, grazie ad una armoniosa combinazione di elementi naturali e di tradizioni, usanze e tecniche tipiche di ogni singola comunità, che sviluppava così un legame sacro con il luogo che identificava come casa. Spirito che significa anima, radice, fondamento e idea di un passato che troppo spesso è stato liquidato senza comprenderne il valore prima di tutto culturale e civile, e poi anche sociale ed economico.

L’obiettivo che credo dobbiamo porci, tutti insieme, istituzioni e cittadini, studenti e insegnanti, associazioni, imprese e singoli individui, è quello di un’alleanza per la Cultura, tesa a far nascere e a diffondere presso tutte le forze sociali e in tutti gli ambiti della vita associata una nuova sensibilità e una nuova consapevolezza.

«Cercare adagio, umilmente, costantemente di esprimere, di tornare a spremere dalla terra bruta o da ciò ch’essa genera, dai suoni, dalle forme e dai colori, che sono le porte della prigione della nostra anima, un’immagine di quella bellezza che siamo giunti a comprendere: questo è l’arte». Credo che queste belle parole di James Joyce, che appartengono al Ritratto dell’artista da giovane pubblicato più di cento anni fa, nel 1916, rappresentino alla perfezione l’intento di chi si impegna quotidianamente – come gli organizzatori di questo festival, come gli scrittori, come i ragazzi che si sono prestati a fare da giuria – per cambiare il punto di vista delle persone attraverso l’arte e la cultura, portandole in mezzo alla gente, sulle strade, sulle piazze e facendone i vessilli di rinascita dei luoghi e delle relazioni sociali, veri avamposti di resistenza al degrado, all’odio e all’illegalità e di promozione di una nuova stagione di solidarietà e di impegno civile.


Il sorriso, la passione, la forza dei nostri campioni paralimpici

Bebe VioQuesto post raccoglie il testo del mio intervento in occasione della presentazione vocabolario Treccani con la nuova definizione di paralimpico, svoltasi il 23 novembre 2018 alla Stazione Tiburtina di Roma, nel corso del Festival della Cultura Paralimpica.

Signor Presidente della Repubblica,

oggi presentiamo la nuova edizione del Vocabolario Treccani, all’interno della quale è contenuta la nuova definizione del termine paralimpico elaborata dall’Istituto della Enciclopedia Italiana insieme al presidente del Comitato Paralimpico Italiano Luca Pancalli.

Questa parola ha cominciato a circolare nell’italiano scritto all’inizio degli anni Novanta per essere assunta nei documenti ufficiali a partire dal 2003, relativamente agli atleti che partecipavano alle Paraolimpiadi. Ma da lì si è innescato un moto di innovazione ed estensione che ha portato sempre più italiani a usare l’aggettivo paralimpico anche per indicare qualsiasi persona diversamente abile che pratichi sport. Questo ci incoraggia a credere che la nostra società voglia divenire sempre più inclusiva: handicappato, minorato, disabile sono termini che il cittadino italiano ha iniziato, anche grazie all’influsso dei mezzi di comunicazione di massa ma soprattutto per sua sensibilità, a percepire prima come connotati negativamente, e poi come esplicitamente offensivi. Leggi di più


Un confronto tra generazioni

Il testo di questo post raccoglie il mio intervento pronunciato il 13 luglio 2018 nella Sala Igea dell’Istituto della Enciclopedia Italiana in occasione dell’incontro dal titolo “Nelle grandi fratture. Un confronto tra generazioni”, organizzato dall’Associazione Sinistra Anno Zero.

La parola cambiamento è una delle parole più utilizzate nella nostra quotidianità. Siamo al centro di un cambiamento che ha pochi precedenti nella storia dell’umanità. Forse solo l’invenzione della scrittura e quella della stampa a caratteri mobili o dei telai meccanici possono essere paragonati per effetti alla profonda trasformazione che si sta diffondendo in seguito all’affermazione delle nuove tecnologie. Il bisogno di cambiamento è diffuso e intergenerazionale.

Cambia il modo di comunicare, di lavorare, di vivere. Tutto cambia, potremmo dire, mentre ci siamo risvegliati da quello che è stato definito «il sogno dogmatico della perfezione del mercato». La crisi del capitalismo globale finanziario che stiamo ancora vivendo è una crisi politica e culturale prima che economica da cui uscirà anche qui un mondo profondamente cambiato. Leggi di più


L’Italia deve credere nella cultura

Questa è la presentazione che ho proiettato a Ivrea il 7 aprile 2018 in occasione della seconda edizione di SUM.

—————————————————

  • SEI D'ACCORDO?
  • Pienamente: 100% (7 votes)

  • Abbastanza: 0% (0 votes)

  • Si, ma con qualche riserva.: 0% (0 votes)

  • Non molto: 0% (0 votes)

  • Per nulla: 0% (0 votes)

Back to vote


Rita Levi Montalcini e Miriam Mafai: due grandi italiane

invito_italiane02-Copia-e1520075782832

In questo post ho raccolto il mio intervento in occasione della presentazione dei volumi “Rita Levi Montalcini” di Marcella Filippa e “Miriam Mafai” di Lidia Luberto, editi da Pacini Fazzi nella Collana “Italiane, tenutasi a Roma, presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana, il 6 marzo 2018. 

Presentiamo qui, oggi, nella sede dell’Istituto della Enciclopedia Italiana, due volumi di grande interesse per il pubblico delle lettrici e dei lettori italiani interessati ad approfondire la vita e l’opera di alcune tra le donne più importanti del panorama culturale, scientifico e politico italiano dall’Unità ad oggi.

Le protagoniste di queste due biografie, scritte rispettivamente da Marcella Filippa e Lidia Luberto, sono Rita Levi Montalcini e Miriam Mafai: nomi tra i più noti non solo tra gli addetti ai lavori del mondo della scienza, della politica e della cultura, ma conosciuti da tutti per il contributo assolutamente innovativo e imprescindibile apportato ad entrambe alla vita intellettuale del nostro Paese. Leggi di più


󰁓