15541912_658556267639002_3200334697739804467_n (2)Questo testo raccoglie il mio intervento del 16 dicembre 2016 in occasione dei 3 anni dal ritorno dei Bronzi di Riace nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dal titolo: “Cosa fare per passare dal successo del Museo allo sviluppo del territorio”

Gentili e cari amici,

è con grande emozione che sono qui oggi a festeggiare insieme a voi il terzo anniversario del ritorno dei Bronzi di Riace nella loro casa; questa iniziativa, che vede la partecipazione delle Istituzioni e di numerosi enti e soggetti impegnati nella valorizzazione delle statue e del Museo, è il modo in cui la città manifesta a gran voce lo strettissimo rapporto identitario con il suo patrimonio culturale, e il coinvolgimento dei ragazzi dell’Istituto Righi, che così appassionatamente si sono dedicati allo studio dei Bronzi, del loro valore storico e artistico, delle fasi del loro restauro e della loro promozione turistica – anche grazie all’impegno del FAI, che forma ogni anno centinaia di ragazzi al ruolo di guide per la visita dei nostri tesori più preziosi – è la migliore testimonianza di una comunità che crede fermamente in un futuro basato sulla cultura come veicolo di partecipazione civile e come volano di rilancio del territorio.

Ringrazio naturalmente anche il Comitato per la valorizzazione e la tutela dei Bronzi di Riace e del Museo archeologico di Reggio Calabria e l’associazione Quello Che Non Ho, che quotidianamente si impegna per la tutela e l’insegnamento dei diritti nelle scuole di Reggio Calabria attraverso l’organizzazione di laboratori, visite guidate, momenti di formazione, incontri con professionisti del mondo dell’arte e della comunicazione, confronti con testimoni che giornalmente si occupano di antimafia, giustizia, lavoro, istruzione, e che tanto impegno ha profuso, insieme allo staff e alla dirigenza del Museo e ai docenti e agli studenti dell’Istituto Righi, nell’organizzazione di questa ricca giornata.

Giornata che naturalmente riporta alla mia memoria quella di tre anni fa, e tutto il percorso che ho condiviso con i restauratori, con il personale del Museo e della Sovrintendenza, con la segreteria regionale del Mibact, con i ricercatori di ENEA e CNR, con tutti i cittadini che hanno pazientemente aspettato per oltre tre anni, dal 2009 al 2013, che i Bronzi tornassero nel loro Museo.

Ricordo ancora vividamente le fasi che hanno portato a questo felice esito, e vorrei ripercorrerle brevemente insieme a voi per far capire a tutti quanto sia stato delicato e complesso questo processo che ha riportato finalmente questo straordinario patrimonio culturale nella sua città.

Sono passati ormai 44 anni da quando il 16 agosto del 1972 i Bronzi, due delle testimonianze più significative dell’arte greca classica, furono ritrovati, in eccezionale stato di conservazione, sul fondo del mar Ionio, nei pressi del comune di Riace Marina, da un appassionato subacqueo durante un’immersione a circa 200 metri dalla costa.

Dopo il primo restauro avvenuto negli anni 1975-1980 a Firenze, il delicatissimo lavoro conclusosi nel 2013 ha permesso finalmente di mettere definitivamente in sicurezza le statue, dotandole di basi antisismiche e di un avanzato sistema di controllo e filtrazione dell’aria.

La settimana prima della giornata, complicata e bellissima, dell’inaugurazione del Museo Archeologico il 21 dicembre 2013, volli venire a Reggio Calabria per assistere personalmente alla ricollocazione dei Bronzi. Arrivai alla stazione a mezzanotte, accolto da giovani carabinieri che mi portarono a Palazzo Campanella, la sede del Consiglio Regionale della Calabria, dove i Bronzi erano conservati dal 2009 per il restauro. Fu un momento emozionante quello in cui fui accompagnato nella stanza in cui si trovavano i due Bronzi, stesi sulla schiena. A me sembrarono subito sani, forti e con una gran voglia di riprendere la lotta.

Il trasferimento al Museo Archeologico “Magna Grecia” di Reggio Calabria, eseguito con mille attenzioni, si sarebbe concluso alle quattro del mattino. I Bronzi avevano viaggiato sicuri, dentro casse dotate di appoggi ammortizzati e protetti da pannelli verticali che ne impedivano ogni movimento e un camion speciale, scortato dai carabinieri, li aveva riportati a casa.

Ogni passaggio è stato registrato e documentato dal personale, e io ho scritto in un quaderno i nomi di tutti quelli che hanno lavorato per portare a termine questo sforzo: vorrei poter ringraziarli ancora, uno a uno, per lo straordinario lavoro fatto.

Dapprima un grande silenzio e poi un forte applauso hanno accompagnato la lunga, difficile operazione al termine della quale i due Bronzi sono tornati in piedi. Segno di rispetto, di attenzione, di amore.

Il giorno dell’inaugurazione è stato uno dei più emozionanti della mia vita: studenti, famiglie, i cittadini di Reggio Calabria, tutti volevano ammirare i Bronzi. «Ministro, non li allontani più da qui. Questa è la loro casa», mi ha detto Giuseppe, un bambino di otto anni.

Mi sembrava davvero che questi due simboli del Paese fossero ritornati in piedi per lanciare un messaggio, il messaggio della cultura, della storia, della ricchissima identità che rappresenta la nostra più grande ricchezza e che deve essere tutelata e protetta da ogni cittadino, in ogni momento.

Ricordo l’apertura della nuova sala, con l’attesa nella stanza prefiltro e finalmente la possibilità di ammirare i capolavori restituiti alla città; la banda musicale che ha aperto la festa d’inaugurazione; il lungo applauso dei presenti al momento dell’alzarsi del sipario che divideva l’Agorà interna del Museo dalla sala Bronzi.

La riapertura al pubblico ha segnato un boom immediato: furono registrate 17 mila visite già solo nelle prime settimane di parziale riapertura al pubblico del Museo nazionale archeologico a Reggio Calabria. Eppure, nemmeno avevamo finito di metterli in piedi che qualche giornalista si era avvicinato per dirmi che da parte di qualche politico si levava l’auspicio che i Bronzi potessero presto partire per Milano in occasione dell’Expo. Io risposi che era necessario riflettere con attenzione prima di prendere la decisione di sottoporli a un nuovo trasferimento.

Avrei potuto raccontare la paura che ho vissuto nel momento in cui il primo Bronzo era stato messo in piedi, quei novanta gradi che avevo seguito secondo dopo secondo, temendo che non avessero retto quello sforzo. Se la struttura così delicata e sottile avesse ceduto? Mi ero avvicinato per accarezzarlo come se fosse un figlio… Era in piedi e lo ammiravo nella sua forza così vulnerabile.

Per questo non concepivo, e non concepisco tuttora, la possibilità di spostare la coppia di statue in altre città, qualsiasi ne sia la motivazione o il ritorno economico.

Proprio in questi giorni è uscita sui giornali, con i toni un po’ troppo allarmistici che a volte usa la stampa, la notizia della conclusione delle indagini condotte dall’Università del Salento con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, che hanno rilevato la presenza sulle statue di una patina pericolosa che le metterebbe a rischio corrosione. Per fortuna è intervenuto tempestivamente sulla questione il direttore Malacrino che ha chiarito che non esiste alcun rischio di cancro del bronzo, anche perché le statue sono appunto conservate in un microclima apposito, in condizioni di temperatura e umidità controllate e con il numero di visitatori ammessi alla loro presenza strettamente regolamentato; ma allo stesso tempo il direttore sottolineato che è necessario mantenere alta l’attenzione sulla loro fragilità, attraverso i controlli periodici di routine, e soprattutto escludere qualsiasi altra ipotesi di spostamento.

D’altronde si sono già registrati casi di danni irreversibili riportati da opere d’arte di valore inestimabile in occasione di spostamenti a fini meramente commerciali, che tra l’altro hanno la conseguenza di sradicare le opere dalla loro casa con il doppio danno di scollegarle dal contesto ottimale di fruizione e di danneggiare la promozione del territorio che in esse si identifica: pensiamo ad esempio alla distruzione accidentale del gesso del Canova a Perugia, sempre nel 2013, mentre veniva spostato ad una mostra ad Assisi, a soli ventiquattro chilometri di distanza.

La sfida da raccogliere adesso, piuttosto che portare i Bronzi al mondo, è portare il mondo a vedere i Bronzi e, attraverso i loro occhi, a conoscere la straordinaria città e il bellissimo territorio che li ospita.

Sono già due estati che il Museo Archeologico di Reggio Calabria registra una sostenuta crescita di visite – questo agosto ha totalizzato il 22% di presenze in più rispetto allo stesso mese del 2015 –, indice del fatto che aumenta il numero dei turisti che dalle spiagge calabresi salgono volentieri in città per ammirare i Bronzi. Quindi continuare a incentivare questo flusso attraverso la promozione capillare nelle località balneari può già portare ottimi frutti; ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di usare il valore culturale dei Bronzi come attrattori per rendere Reggio una vera città d’arte, una meta scelta dai visitatori per il suo ricchissimo patrimonio artistico e culturale – per citarne solo gli esempi maggiori, le mura greche, il Castello Aragonese, la splendida Cattedrale – di cui bisogna incrementare sempre più la comunicazione, anche attraverso le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e dai social network.

Una volta fissato il criterio della loro inamovibilità – confermato anche dagli oltre 10000 cittadini che due anni fa firmarono una petizione per scongiurare ogni loro trasferimento futuro e in generale un’ottica di esposizione itinerante assolutamente incompatibile con la loro fragilità – i Bronzi hanno tutte le carte in regola per divenire il vero e proprio brand di Reggio Calabria e della Calabria tutta. Così come la Gioconda per Parigi o il David per Firenze, essi rappresentano l’anima della città, e possono essere il fulcro da cui far dipanare, su scala cittadina, comunale, o territoriale, percorsi di senso, di storia, e di arte, che coinvolgano più settori, da quello culturale a quello turistico, da quello creativo a quello agricolo, artigianale e enogastronomico, innescando un meccanismo virtuoso che generi occupazione qualificata, rispetto del territorio e legalità, sviluppo del Sud. Dobbiamo creare lavoro. Dobbiamo definire un nuovo contatto sociale per creare le condizioni di uguaglianza e dare un futuro ai giovani del nostro Mezzogiorno. Dobbiamo fare questo per combattere la disoccupazione, per creare le condizioni di buona occupazione. Per contrastare la malavita organizzata.

Per innescare e portare avanti questo grande progetto è necessario prima di tutto il coinvolgimento di tutti i cittadini, e in primo luogo degli studenti, oggi guide e domani ambasciatori di questo straordinario patrimonio e custodi della bellezza di cui siamo eredi e che abbiamo il dovere di proteggere da scempi e speculazioni, anche attraverso la consapevolezza della nostra storia, lo studio, la lettura che è sempre la chiave di volta per la costruzione di una vera società della conoscenza.

Per questo Treccani ha voluto portare oggi con sé il suo progetto dal titolo Ti Leggo. Viaggio con Treccani nelle forme della Lettura, nato per sviluppare un’efficace diffusione e promozione del libro e della lettura attraverso una rassegna di iniziative culturali diffuse sul territorio nazionale, tese a valorizzare tutte le forme della lettura.

Nel corso del 2016 il progetto ci ha visto impegnati in alcune realtà territoriali quali Torino, Milano, Chiari, Trieste, Pisa, Firenze, Roma, Lecce, Trani, Lamezia Terme e Palermo. Nello specifico abbiamo pensato di offrire ai ragazzi dell’Istituto Righi  -  impegnati nell’approfondimento e nella valorizzazione delle fasi che hanno portato al restauro dei Bronzi e del Museo, per studiare i  limiti e le potenzialità del territorio e per indicare e proporre, dal punto di vista dei più giovani, soluzioni affinché alla rinascita del Museo possa corrispondere la rinascita di Reggio e della Calabria -  la lettura, curata da Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, di un passo del Prologo e di uno della Parodo della tragedia I Sette a Tebe di Eschilo, tragedia che rispecchia  il periodo storico e il mondo concettuale che sta dietro ai Bronzi.

Perché anche la lettura è uno dei molteplici modi in cui possiamo riavvicinarci al nostro passato per imparare a comprendere e a riprogettare il presente, con la consapevolezza che è possibile un’altra idea di società, in cui al primo posto ci siano i beni comuni contro la speculazione e il degrado, i legami sociali contro la solitudine e la disgregazione delle comunità, la legalità contro la legge del più forte.  Questa è la scuola a cui pensiamo, una scuola che grazie al lavoro competente, paziente dei docenti crei i futuri cittadini del nostro Paesi.

Nel 1858, in un momento cruciale in cui davvero si forgiava l’identità nazionale, il giovane giornalista Ippolito Nievo, che aveva allora 27 anni, scrisse nelle Confessioni di un Italiano che «Un popolo che ha grandi monumenti onde inspirarsi non morrà mai del tutto, e moribondo sorgerà a vita più colma e vigorosa che mai». Centovent’anni dopo anche Peppino Impastato, un altro giornalista appena trentenne, veniva ucciso, in questo caso dalla mafia, a Cinisi, in Sicilia. Tra le frasi più intense che ci ha lasciato, c’è questa: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà». Questi due giovani, nonostante il secolo che li separa, erano animati dalla stessa idea, quella della bellezza come chiave per cambiare la società e per costruire un futuro migliore.

Questo Paese meraviglioso ci stupisce, ci emoziona, ci fa soffrire e gioire. È un Paese che, nonostante certe politiche che prima sostengono che “con la cultura non si mangia” e poi non esitano a mettere a rischio i nostri più grandi tesori in nome del profitto, è fatto soprattutto di così tante donne, uomini e ragazzi che non smettono mai di difenderlo, di curarlo, di amarlo. È questo il Paese che vogliamo rimettere in piedi – proprio come abbiamo fatto con i Bronzi – e per farlo dobbiamo lavorare senza pausa, con passione, memoria e coraggio, se vogliamo davvero che torni ad essere il Paese più bello del mondo.

 

 

 

 

 

 


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