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Dal binario 21 della stazione centrale di Milano il 30 gennaio 1944 circa 650 ebrei vennero avviati ai campi di Auschwitz–Birkenau

La cerimonia con la quale si ricorda oggi*, nel settantesimo anniversario, la deportazione degli Ebrei partiti dalla Stazione Centrale di Milano il 30 gennaio 1944 e nei mesi successivi, iniziativa meritoria che si deve alla Comunità Ebraica di Milano e alla Comunità di Sant’Egidio, costituisce un momento importante all’interno delle commemorazioni di una delle massime tragedie della storia umana.

Una cerimonia che ci richiama al dovere del ricordo con le testimonianza e con la forza degli stessi luoghi e degli oggetti materiali – i vecchi vagoni collocati sul binario dal quale partivano, e che ci esorta allo stesso tempo, con la presenza di voci di diversa provenienza, a ricordare tutti i genocidi avvenuti nel corso del Novecento, e insieme quelle persecuzioni e quei massacri che hanno tragicamente scandito il secolo scorso.

Il dovere di ricordare è un compito duplice, che significa due cose diverse e complementari, espresse con rigore e tensione drammatica da Primo Levi in un celebre passo della prefazione a La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, scritta poco prima di morire: «Se morremo qui in silenzio come vogliono i nostri nemici, se non ritorneremo, il mondo non saprà di che cosa l’uomo è stato capace, di che cosa è tuttora capace: il mondo non conoscerà se stesso, sarà più esposto di quanto non sia ad un ripetersi».

Da un lato, occorre non dimenticare quanto è avvenuto, ma cercare anche di comprenderlo, per quanto è possibile: nelle parole di Stefano Levi Della Torre, «trasformare il caos dello sterminio in conoscenza, l’incomunicabilità del Lager e nel Lager in comunicazione, perché “il mondo conosca se stesso”, conosca che cosa l’uomo è capace di fare all’uomo e dell’uomo, e il fatto compiuto non sia relegato nell’oblio e nel monumento o nell’infinita recriminazione, e sia invece tradotto in domande decisive e in cimento morale e intellettuale».

Un dovere che diviene con il trascorrere del tempo sempre più importante, man mano che la distanza temporale espone al pericolo di sfumare la consapevolezza dell’eccezionalità degli avvenimenti in una considerazione indistinta del ‘Male nella Storia’: a maggior ragione perché questa consapevolezza, ci ricorda lo stesso Primo Levi in un altro passo dello stesso testo, è un’acquisizione non scontata, che occorre coltivare e preservare: «Solo in tempi recenti [...] è maturata la consapevolezza che la deportazione politica di massa, associata alla volontà di strage ed al ripristino dell’economia schiavistica, è centrale nella storia del nostro secolo, alla pari con il tragico esordio delle armi nucleari»; e a maggior ragione se quanto avvenuto poteva apparire irreale a lui stesso già pochi mesi dopo il ritorno a casa – mi riferisco al passo famosissimo di Se questo è un uomo, nel quale si legge: «Oggi, questo vero oggi in cui io sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose sono realmente accadute».

Dall’altro lato, il dovere di ricordare significa anche vigilare perché quanto accaduto non si ripeta mai più, restituendo in tal modo alla memoria il compito di irrinunciabile chiave di lettura del presente; e vorrei citare di nuovo, a questo proposito, le parole con le quali Stefano Levi Della Torre commentava, in un’occasione diversa, quello stesso, fondamentale passo di Primo Levi sul mondo che rischia di ‘non conoscere se stesso’: «Che il mondo conosca se stesso, che si ricordi che se quel fatto è avvenuto è una ragione di più e non di meno perché possa avvenire di nuovo: in questo sta la funzione centrale di quella memoria e un suo movente. E dunque, fare memoria della Shoah è un ricostruire e rievocare i fatti ma continuando a interrogarli indagandone gli avvertimenti attuali». E non è sufficiente, in questo senso, ritenersi al riparo dal ripetersi di immani tragedie, che spesso immaginiamo destinate a non accadere nuovamente oppure ad avvenire, in forme e dimensioni diverse dal passato, in luoghi distanti – distanti geograficamente o anche, semplicemente, lontani dal nostro orizzonte quotidiano.

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Perché il monito che ci viene rivolto dai sopravvissuti è un monito contro ogni forma di violenza o di dominio dell’uomo sull’uomo; ed è ancora a un brano di Se questo è un uomo che voglio qui richiamarmi, laddove Levi ricorda di aver imparato «che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui».

Non dimenticare, e vigilare perché la tragedia non si ripeta, è un impegno che dobbiamo innanzitutto ai milioni di persone che dai Lager non hanno fatto ritorno; come quelle che un altro treno condusse via da Roma poche settimane prima della giornata che oggi si commemora, il 16 ottobre 1943, e il cui ultimo contatto con il ‘consorzio umano’ è descritto da Giacomo Debenedetti in un passo del libro omonimo. «Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il “treno piombato”, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro».

Chiudo questo breve intervento però riferendomi alle moltissime voci che nei giorni scorsi hanno dialogato con me in risposta alla suggestione personale,  profonda, ancora una volta di Primo Levi, secondo cui «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare». Voci giunte attraverso i social media che come quelle ascoltate qui oggi ci invitano alla riflessione e ci incoraggiano nel lavoro che dobbiamo continuare a fare sulla memoria.

Ieri sera mio figlio Giovanni che ha quattordici anni mi raccontava di aver visto a scuola un documentario sui campi di sterminio e ad un certo punto mi ha chiesto come fosse stato possibile che degli uomini avessero pensato di fare tanta violenza ad altri uomini. Giovanni stava male fisicamente e non riusciva a dormire.

Io cercavo di tranquillizzarlo e di stargli vicino. Ma non riuscivo a trovare una risposta alla sua domanda. Non riuscivo a trovare nessuna risposta a quella semplice domanda. Come è stato possibile che degli uomini hanno pensato di perpetuare tanta violenza verso altri uomini.

Come rispondere e come spiegare quello che accadde per colpa di uomini che consumarono il più abominevole e sistematico genocidio di massa della storia.

Ricordare per imparare. Ecco perché ho pensato e detto a Giovanni che presto verremo insieme a visitare Binario 21 e quel giorno avrà la risposta alla sua dolorosa domanda.

*Questo post riprende il mio intervento pronunciato al Binario 21 della stazione centrale di Milano il 30 gennaio 2014


  1. da Lella Bir 31 gennaio 2014

    Le sue parole sono molto profonde, hanno una sensibilità di commentare la storia di questo orrore, che l’umanità ha fatto verso i propri simili. Nel ricordare questa brutta pagina di storia ci fa capire che l’essere umano è predisposto a una malvagità per il proprio simile, bisogna sempre dire e fare capire alle generazioni future la malvagità che si annida nella mente umana. Ancora oggi la storia non ha insegnato niente, perché in ogni parte del mondo esistono ancora tragedie dell’umanità e non vuole finire di esistere l’odio fra i popoli. Mi domando, Ma noi viviamo per odiarci? Perché l’essere umano ha così tanta cattiveria per il suo simile? Forse le conosco le risposte, potere, denaro, superiorità verso il prossimo, droga, vivere per essere lodati, sentimenti di una superficialità che l’essere umano si crea, l’Amore per loro è troppo pulito per darlo al prossimo. Grazie per questo intervento e per dare questo input alle generazioni future. Suo figlio, se ha preso la sua sensibilità, è già una base positiva di un futuro con Amore per il prossimo. Grazie anche a lei

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