biblioprideL’importante iniziativa di questa III Giornata Nazionale delle Biblioteche Italiane offre l’occasione per riflettere su alcune tematiche legate all’istituzione-biblioteca e al suo ruolo nel contesto delle società contemporanee. Se infatti da sempre, nella storia dell’uomo, alla biblioteca è affidato un compito fondamentale, quello di custodire e di mettere a disposizione di tutti il sapere conservato nei libri – e mi piace ricordare a questo proposito una bella frase tratta dalle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: «fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici», vale a dire luoghi nei quali riporre – potremmo parafrasare – nell’interesse della collettività quelli che sono davvero dei beni comuni; se è dunque questa, innanzitutto, la missione della biblioteca, si tratta di una missione che oggi appare, se possibile, ancor più urgente che in passato, nel momento in cui, come ebbe a osservare il compianto Cesare Segre, i rapidissimi cambiamenti che caratterizzano il presente in cui viviamo rischiano di renderci lontano e addirittura estraneo un passato che, con la sua «lentezza di movimento», è percepito sempre più come «un blocco unico rispetto a un presente dalla velocità vertiginosa»: una condizione, questa, alla quale Segre contrapponeva l’«urgenza di formulare protocolli e procedimenti per poter continuare a dialogare, come si faceva una volta, con i testi del passato».

A fronte di questo scenario, la biblioteca è simbolo e veicolo di valori positivi, tra i quali innanzitutto il rispetto, la conservazione, lo studio del passato e della memoria: valori che, nella nostra come in qualsiasi altra società, sono il requisito fondamentale e irrinunciabile per la conoscenza di sé e degli altri, per la consapevolezza della propria identità, per la capacità di pensare e progettare il futuro: è la memoria del passato che ci consente di definire la nostra identità di persone e di comunità; che ci permette di entrare in dialogo con le comunità diverse dalla nostra; che deve guidarci nelle scelte e ispirare il nostro agire. Per questo la biblioteca, in quanto fulcro del sistema di conservazione della memoria storica di una comunità, ha davvero, oggi, un’importanza strategica.

Ma una biblioteca non è soltanto questo: essa può diventare anche, nelle città come nei piccoli centri, il presidio fondamentale a sostegno della cultura, occasione di socializzazione, integrazione, condivisione degli spazi e delle conoscenze, responsabilizzazione verso il bene comune: a conferma, più in generale, del ruolo cruciale che la cultura può e deve svolgere nella costruzione del senso civico, che è fondamento di ogni società, e del sentimento di appartenenza a una comunità solidale. Come ha scritto Antonella Agnoli nel recente volume intitolato ‘La biblioteca che vorrei’, «in un quartiere periferico, la biblioteca può offrire ai giovani che tenderebbero ad aggregarsi attorno a luoghi socialmente a rischio un’alternativa gradevole e sicura. Può sostenere la cultura generale, condizione per integrarsi pienamente nella società e migliorare la propria condizione; può facilitare l’accesso di disoccupati e sottoccupati al mercato del lavoro, può ridurre il senso di impotenza, di marginalità, di frustrazione provato dai cittadini per le condizioni abitative cui sono costretti».

Come si può realizzare questo programma? Come si può far diventare la biblioteca uno spazio accogliente, veicolo di cultura e insieme di socialità? Una proposta che mi sembra valida è, ad esempio, quella dei ‘magazzini delle idee’, avanzata da Giovanni Solimine nel suo recentissimo libro ‘Senza sapere’. Il costo dell’ignoranza in Italia, nel quale, facendo riferimento a un’esperienza che ha avuto successo in Inghilterra, propone appunto di far sì che le biblioteche diventino dei ‘magazzini delle idee’, nei quali venga offerto un mix di servizi per l’intera famiglia e si svolgano attività di formazione continua per adulti. In tal modo, peraltro, esse potranno realizzare l’altro grande obiettivo al quale, osserva ancora Solimine, sono chiamate, vale a dire impegnarsi per una nuova alfabetizzazione di massa, intesa anche come lifelong learning, nei confronti degli strumenti e delle opportunità offerte dalla Rete.

Torniamo così ai «rapidissimi cambiamenti» evocati da Cesare Segre: se le istituzioni del sapere e della conoscenza – le biblioteche così come la scuola, l’università, l’editoria, gli stessi mass-media – sapranno adottare gli approcci giusti, quei cambiamenti – vale a dire le opportunità che ci sono offerte dalle tecnologie digitali – non rappresenteranno più qualcosa da contrapporre alla cultura ‘tradizionale’: al contrario, si riveleranno degli strumenti preziosi anche per lo studio e la conoscenza di quest’ultima.

Concludo questi brevissimi pensieri osservando che, se sono vere le cose che ho sinteticamente cercato di esporre, la biblioteca può essere il simbolo e insieme una concreta realizzazione di due valori strategici per il futuro del nostro Paese, di due temi importanti sui quali lavorare per costruire un’Italia diversa: memoria e comunità. Memoria, perché, come scrisse uno dei nostri massimi filologi, Giorgio Pasquali, «chi non ricorda, non vive»; perché è fondamentale, per qualsiasi società, saper conservare, sapersi prendere cura del proprio passato e della propria memoria. Comunità, perché la risposta alla grave e profonda crisi che stiamo vivendo – che non è soltanto una crisi economica, ma anche una crisi di ideali, di fiducia, di prospettive – non può venire se non dal recupero, che si può realizzare anche attraverso una nuova centralità della Cultura, della dimensione comunitaria della vita associata. Questa è la grande sfida, questo è il compito importantissimo al quale le biblioteche, insieme e in collaborazione con le altre istituzioni deputate alla conservazione e alla diffusione della conoscenza, sono chiamate a tenere fede.


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