civiltà s. f. [dal lat. civilĭtas -atis, der. di civilis "civile"]. – 1. Nell’uso com. è spesso sinon. di progresso, in opposizione a barbarie, per indicare da un lato l’insieme delle conquiste dell’uomo sulla natura, dall’altro un certo grado di perfezione nell’ordinamento sociale, nelle istituzioni, in tutto ciò che, nella vita di un popolo o di una società, è suscettibile di miglioramento. È con questo sign. che il termine è inteso in espressioni quali: portare la c.; il sorgere della c.; i principî, i frutti, la luce della civiltà e sim. 3. In rapporto a un altro sign. dell’agg. civile, la parola è inoltre usata col senso di urbanità, cortesia, buona educazione: trattare, parlare, comportarsi con c.; non hai ancora imparato le regole della c. (o della buona c.); quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di civiltà (Manzoni)
Etnologia. – Il riconoscimento di una gradazione praticamente infinita di forme singole di c. nel mondo, dalle più embrionali alle più raffinate, e al tempo stesso di un’ininterrotta concatenazione genetica e storica fra di esse, ha ormai svuotato di ogni valore l’antica ripartizione dei popoli in selvaggi (etimologicamente “viventi nelle selve”, vale a dire viventi senza leggi e senza dimora fissa, al più basso gradino della scala sociale), barbari (ossia portatori d’una c. di tipo inferiore e relativamente rozza) e civili, aventi cioè raggiunto il livello più alto di civiltà.


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