Caro amico quello che sta accadendo in questi giorni nel nostro partito mi appare più come un processo di dissoluzione che una sequenza di errori.

E’ vero che, come mi hai fatto notare, l’uscita di scena di un leader può consentire l’avvio di una discussione su quella che deve essere la forma del nuovo partito e la sua cultura politica. Ma ho come l’impressione che i problemi che avremo di fronte siano più gravi e coincidano con un processo di dissoluzione di cui non riesco a vedere la fine.

Forse sarebbe utile riflettere su alcune scelte che io definisco antropologiche più che politiche. Pensa ad esempio al fatto che in questi ultimi anni abbiamo logorato i rapporti di classe (proprio quelli su cui con tanta fatica avevamo costruito un consenso), e penso alle relazioni non in senso ideologico, ma proprio antropologico, e che perseguendo questa strda ci siao ritrovati in mano solo un insieme di interessi ideologici (da qui la necessità di tener sempre vivo il mito del “regicidio” come unica strada per ricercare il consenso).

Al contrario la nostra forza era proprio quella di tenere insieme i cittadini, di essere presenti sul territorio, nei comuni, la capacità di ascoltare, di suscitare emozioni, passioni, di far partecipare tutti i cittadini alla vita pubblica.

Perché si è disperso questo patrimonio, cosa abbiamo offerto in cambio di questa scelta ?

Ieri ho riletto questa pagina che vorrei leggessi anche tu:

“Di fronte abbiamo dei cittadini che chiedono una guida forte, mentre noi abbiamo messo l’accento in modo prevalente sul richiamo generazionale, sui volti nuovi della società civile, sull’idea di un partito e di una politica leggeri.

Il problema è che non ci sono più i partiti e con essi si sono enormemente indebolite altre forme di associazione e di organizzazione dei cittadini. La società si è frantumata e la «distanza tra intellettuali e semplici» è diventata quasi incolmabile.

Svanita l’illusione del partito leggero, senza strutture e senza iscritti, c’è il problema di costruire un partito moderno in grado di mettere radici nella società contemporanea, per tanti versi profondamente differente da quella di trent’anni fa. Anche per questo abbiamo bisogno di stabilità e non di uno scontro interno confuso e liquidatorio. E abbiamo bisogno di un gruppo dirigente aperto, che sappia impegnarsi nel dibattito e nella ricerca senza imprigionarli dentro una falsa dialettica vecchio-nuovo. È evidente, infatti, che abbiamo bisogno di un partito vero, senza per questo dover riproporre modelli del passato. Piuttosto, guardando all’esperienza di grandi partiti riformisti in Europa o al PD americano. Un grande partito ha il compito di formare e selezionare una classe dirigente la cui qualità non consista esclusivamente nel fatto di essere nuova. Classe dirigente in quanto capace di rappresentare interessi diffusi e bisogni concreti presenti nella società. Insomma, se dovessi dirlo con uno slogan, abbiamo bisogno di innovazione robusta, in grado di farci uscire da una dialettica paralizzante tra “un nuovo” troppo fragile per affermarsi e “un vecchio” troppo pesante per farsi da parte “.

Se queste mie riflessioni sono vere il nostro primo compito è quello di preservare l’esperienza del partito che abbiamo voluto costruire.

Per far questo, per discutere sulla cultura politica e sulle scelte che si dovranno perseguire sarà forse utile individuare un traghettatore tra coloro che più di tutti hanno creduto nel progetto, e che dovrà essere capace di tener viva la forza di questa nuova esperienza senza dar vita ad un inutile, pericoloso, gioco al massacro.


Commenti

Posta un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

󰁓