1929_Treccani

 Questo post raccoglie il testo dell’intervento che ho pronunciato in occasione del convegno Nell’età della Treccani: modernità senza democrazia. Architetti dello stato nuovo, che si è svolto 6 aprile 2017 a Roma presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana. 

Quello di una grande enciclopedia nazionale italiana era un progetto vagheggiato da numerosi intellettuali e politici fin dagli inizi del Novecento, soprattutto con l’intento di colmare una lacuna che si faceva sempre più evidente nei riguardi di pressoché tutti gli Stati europei, che alla fine del XIX secolo si erano ormai tutti dotati di una enciclopedia nazionale – pensiamo al Grand dictionnaire universel du 19 siècle di Pierre Larousse in Francia, al Conversations-Lexikon e al Meyers Koversations-Lexikon in Germania, all’Encyclopaedia Britannica  in Inghilterra, iniziata addirittura nel 1768, e all’Enciclopedia universal ilustrada europeo-americana in lingua spagnola.

Era chiaro dunque che anche l’Italia, nazione ormai consolidata e assurta al consesso dei grandi stati nazionali europei, doveva avere una sua enciclopedia. Tuttavia il progetto non poté trovare i suoi primi tentativi di concretizzazione prima della fine della Prima Guerra Mondiale.

Fu solo a partire dal 1919, infatti, che il deputato liberale interventista Ferdinando Martini e lo storico Mario Menghini, curatore dell’edizione nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini, cominciarono riunire tutti i possibili interlocutori scientifici, editori, azionisti finanziari disponibili a scendere in campo per realizzare questa grande opera.

Dopo una prima fase di laboriosi tentativi che si conclusero nell’insuccesso, perseguiti negli anni tra il 1919 e il 1923, fu a partire dal 1924, quando Giovanni Gentile – fortemente interessato a qualsiasi progetto che aspirasse a sviluppare e consolidare l’educazione nazionale –, assunse un ruolo di vera e propria guida del gruppo costituitosi intorno a questa impresa editoriale e scientifica, che iniziarono a gettarsi le basi per la sua realizzazione.

Ma per comprendere a fondo i passaggi e le vicende che condussero alla nascita dell’opera e parimenti il mutamento della sua impostazione rispetto ai piani originali, in linea con i radicali sconvolgimenti intercorsi nell’assetto politico e sociale italiano in quella tornata d’anni, conviene soffermarsi ancora un momento su questi primi tentativi, che passarono in primo luogo dall’adesione  al progetto originale di Martini e Menghini del matematico Vito Volterra che presiedeva all’epoca la Società Italiana per il Progresso delle Scienze (SIPS), amministrata dal direttore della Banca d’Italia Bonaldo Stringher. Questo ambiente intellettuale, «prevalentemente orientato – come scrive Cecilia Castellani –, alle discipline fisiche naturali e positive, e programmaticamente volto a coniugare, nel segno della ‘democratizzazione scientifica’, una sempre più interdisciplinare divulgazione dei risultati conseguiti dalle scienze pure e da quelle applicate necessarie allo sviluppo dell’industria, non riuscì a guadagnare la fiducia di finanziatori stabili e registrò, nel 1922, il ritiro dell’editore Enrico Bemporad», che inizialmente si era mostrato interessato all’impresa.

Il progetto enciclopedico fu a questo punto preso in mano dall’editore romano Angelo Fortunato Formiggini, che propose di creare una rete nazionale di editori e librai che, attraverso la costituzione di un consorzio autonomo – il Consorzio Italiano Librai e Editori –, avrebbe dovuto garantire l’avvio e lo stabile proseguimento di un’opera tanto imponente ed economicamente impegnativa. All’appello risposero in mille, con un capitale iniziale di un milione di lire: il progetto di questa enciclopedia fatta dagli editori stessi, considerato anche da Benedetto Croce troppo vago e indeterminato dal punto di vista dell’impostazione e dei contenuti dell’opera, nasceva dall’impulso patriottico scaturito dalla vittoria mutilata, nel complesso contesto in cui si acuivano gli scontri sociali e la guerra consegnava al Paese l’eredità del protagonismo delle masse, che si espresse tanto negli scioperi operai e contadini del biennio 1919-1920, quanto nelle rivendicazioni dei reduci e dei nazionalisti.

Si facevano strada, come sappiamo, approcci del tutto estranei alla concezione liberale dello Stato, e se questo clima dal punto di vista politico si esprimeva nella fondazione dei partiti di massa (Fascista, 1919; Popolare, 1920; Comunista, 1921), dal punto di vista culturale poneva gli intellettuali di fronte a un gravoso dilemma e allo stesso tempo li investiva di un ruolo di guida e riferimento che la politica tradizionale sembrava non riuscire più a garantire. Fu così che gli editori, rappresentanti dell’Italia borghese e liberale e fiduciosi nonostante tutto nel progresso della conoscenza e nel successo dell’iniziativa imprenditoriale, cercarono il sostegno dello Stato, che si concretizzò nel coinvolgimento di Gentile, prima  rappresentante del ministro Croce nell’ultimo governo Giolitti e poi ministro nel primo gabinetto di Mussolini. «Né è da tacere – sottolinea ancora Cecilia Castellani – che la prima investitura di Mussolini a capo di governo, se nacque su nomina regia sotto la pressione della minacciosa marcia su Roma, accadeva tuttavia entro i confini di un quadro costituzionale non ancora interamente stravolto e che a molti, non solo liberali, parve sciaguratamente la via per normalizzare la violenza eversiva del movimento fascista all’interno di una dialettica ancora parlamentare tra la maggioranza e l’opposizione».

Gentile, che divenne presto il vero fulcro del progetto enciclopedico, presenziava in questo governo soprattutto per portare a compimento la riforma della scuola, elaborato con la fiducia di Croce, Salvemini e Lombardo Radice: un disegno che, seppure aveva scontentato molti (anzi, quasi tutti), aveva nel suo impianto fermamente idealistico l’obiettivo di formare una nuova classe dirigente che si opponesse alla polemica anti-intellettualistica figlia della retorica squadrista, e allo stesso tempo gettava le basi filosofiche per il rifiuto del nazionalismo e del razzismo, che più tardi sarebbe stato un punto fermo, seppur con le limitazioni dettate dal controllo totalitario, nell’organizzazione del lavoro delle redazioni dell’Enciclopedia Italiana.

Fu dall’esperienza di ministro che nacquero sia il sodalizio con Mussolini e la conseguente precoce adesione al fascismo, sia la convinzione che l’Enciclopedia dovesse rappresentare il meglio del pensiero italiano in ogni campo del sapere. Ma ciò presupponeva una forte capacità, al centro, di ideazione, di programmazione, di coordinamento, di valutazione del lavoro scientifico e dei suoi tempi di attuazione.  La direzione policentrica immaginata dal Formiggini non poteva sposarsi con un progetto di questo tipo, che prevedeva un piano di lavoro regolare e puntuale, autonomo e autorevole.

Come spesso accade, la situazione, dopo anni di ristagno, si risolse in poco tempo, e il motore del cambiamento fu l’incontro di Gentile con l’industriale tessile Giovanni Treccani degli Alfieri.

L’interesse dell’imprenditore verso le arti e le scienze va inquadrato, come spiega Cecilia Castellani, nell’ottica di quel «capitalismo filantropico» che mirava a contenere i conflitti di classe sorgenti all’interno delle fabbriche «in anni di forte politicizzazione della protesta sindacale, della democrazia diretta e antagonistica alla concentrazione monopolistica dei grandi capitali», enfatizzando appunto il ruolo sociale del capitalismo nel suo sostegno alla cultura e alla ricerca scientifica.

Il mecenatismo di Giovanni Treccani prese forma in breve tempo: dopo aver elargito nel 1921 un generoso contributo all’Accademia dei Lincei, l’industriale fu sollecitato nel 1923 da Gentile ad acquistare e riportare in Italia, da Parigi ove si trovava messo all’asta, il codice miniato della Bibbia di Borso d’Este, che fu così donato allo Stato e da allora custodito nella Biblioteca Estense Universitaria di Modena.

Andata a buon fine questa operazione, il filosofo tornò a rivolgersi all’imprenditore per realizzare il progetto dell’Enciclopedia Italiana e contestualmente propose la sua nomina a senatore del Regno e archiviò definitivamente il progetto dell’Enciclopedia Italica di Formiggini, che fu estromesso nel 1923 dalla direzione della Fondazione Leonardo per la Cultura Italiana (che nel 1925 divenne Istituto Nazionale Fascista di Cultura, presieduto da Gentile).

Il 18 febbraio 1925 si costituì ufficialmente a Roma l’Istituto Giovanni Treccani per l’Enciclopedia Italiana (che nel 1933 sarebbe divenuto l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani): il fondatore, amministratore unico e finanziatore, nel discorso pronunciato in quell’occasione, dichiarò di assumersi «tutti gli oneri e i rischi dell’impresa» e di non avere «nessuna mira di lucro privato».

Nel Consiglio direttivo del neonato istituto figuravano personaggi di rilievo quali Gaetano De Sanctis, Luigi Cadorna, Luigi Einaudi, Vittorio Grassi, Pietro Bonfante, Alberto de’ Stefani, Silvio Longhi, Ferdinando Martini, Ugo Ojetti, Carlo Porro e Vittorio Scialoja.

Nell’estate successiva fu messa a punto la struttura dell’opera, per la quale fu scelto il titolo di Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, con Giovanni Gentile come direttore scientifico e Calogero Tumminelli come direttore editoriale; furono decisi anche il formato in trentadue volumi in 4° di mille pagine ciascuno – che nel 1928 divennero trentacinque –, il termine di realizzazione in un decennio e si iniziò a costruire l’ossatura delle redazioni e la rete dei collaboratori scientifici che avrebbero portato a compimento il grande progetto.

L’idea portante era quella, infatti, di radunare «in un lavoro comune tutte le forze intellettuali»: e nella prefazione al primo volume del 1929 Gentile poteva rivendicare che  «Mai, per nessuna opera, in Italia si unirono come per l’Enciclopedia Italiana migliaia di scrittori a collaborare con un disegno prestabilito, sotto una costante disciplina, con tempo e spazio prescritti, con temi obbligati e metodo uniforme, senza allettative di larghi compensi, per il solo desiderio di sostenere onorevolmente, ciascuno per la sua parte, questa specie di esame della cultura nazionale e di concorrere, nella misura delle proprie forze, alla costruzione di un monumento che potesse per ogni rispetto illustrare il nostro Paese e il nostro tempo».

Allontanandosi dal modello enciclopedico delle compilazioni nozionistiche, con voci brevi e anonime, L’Enciclopedia Italiana, nell’idea di Gentile, doveva essere originale, scritta da collaboratori illustri, aperta al contributo degli studiosi stranieri, redatta con metodo scientifico: preponderante doveva essere lo spazio riservato alle discipline umanistiche e in particolare all’arte, cioè alla disciplina che unanimemente era considerata la più importante e preziosa della cultura italiana.

Insieme con le finalità, gli organi, le attribuzioni di responsabilità e i compiti che ne regolavano la vita, lo Statuto dell’Istituto ne definiva chiaramente l’ispirazione: e qui notiamo un aspetto fondamentale della storia dell’Enciclopedia, perché, pur cedendo alla retorica della «coscienza del glorioso passato del Popolo Italiano e degli alti destini a cui esso può e deve aspirare», l’articolo 4 lo dichiarava a chiare lettere un ente «apolitico nel senso assoluto della parola».

Fu proprio questa dichiarazione di apoliticità a rendere l’esperienza dell’Enciclopedia tanto particolare nell’ambito del sistema culturale totalitario messo in piedi dal regime fascista, che negli anni Trenta la sostenne sì economicamente e idealmente, intensificando pure il suo controllo sull’attività delle redazioni e per tramite della convinta adesione di Gentile al programma politico mussoliniano; ma nonostante tutto, come scrive Castellani, essa «resiste al poter essere identificata in senso unilaterale e in toto ordine come opera fascista. Agì certamente – continua la studiosa – a fare dell’Enciclopedia Italiana un caso resistente a un’operazione di propaganda fascista il fatto che […] a garantire della scientificità del progetto vi fosse Giovanni Gentile, […] che a lui parve dovesse conciliarsi con il suo fascismo, […] ma che non pretese dai singoli studiosi quella medesima professione di fede».

Se si pensa che la fondazione dell’Istituto avvenne pochi giorni dopo il discorso pronunciato da Mussolini in Parlamento, il 3 gennaio 1925, in cui il Duce si assumeva la responsabilità dell’assassinio Matteotti, e che solo due giorni dopo avrebbe portato alla sospensione dell’attività parlamentare, la dichiarazione di apoliticità, ribadita dal presidente anche in apertura della prima seduta del Consiglio direttivo, il 4 aprile 1925, assume un valore ancor più significativo; e quel ribadire l’apoliticità dell’Istituto è anche un richiamo a Gentile – che in quel momento stava preparando la presentazione del Manifesto degli intellettuali italiani fascisti agli intellettuali di tutte le nazioni pubblicato il successivo 21 aprile – alla necessità di non rompere il fronte delle adesioni a un’opera che proprio nella sua imparzialità e nella collettività dell’impianto avrebbe trovato il valore e la forza per competere con i più illustri e longevi esempi europei.

Per questo fu stabilito nelle Norme per i collaboratori che le materie religiose e filosofiche, morali e politiche fossero trattate con assoluta imparzialità e con rigoroso rispetto del pensiero altrui, «in modo tale da consentire che all’Enciclopedia Italiana collaborassero uomini di ogni fede e dottrina».

Se furono molti gli intellettuali e gli studiosi italiani ad aderire a questa impostazione, sono d’altronde noti i “grandi rifiuti”: quello di Croce, che con Gentile aveva rotto i rapporti dall’ottobre 1924 e, insieme a lui, quello di Giuseppe Lombardo Radice; la marcia indietro di Vito Volterra fu dovuta più alla polemica verso la riforma scolastica “troppo umanistica” di Gentile, mentre Adolfo Omodeo abbandonò nel 1929 la direzione della storia del cristianesimo per evidenti contrasti con la censura ecclesiastica rappresentata dal biblista Alberto Vaccari e dal gesuita Pietro Tacchi Venturi; e d’altronde la censura colpì la stessa voce Fascismo, redatta in parte da Gentile e firmata per esteso – l’unica di tutta l’opera – da Mussolini, che dovette essere riscritta quando ormai già in fase di stampa per non mettere in crisi il recente percorso di avvicinamento tra Chiesa e Regime inaugurato con i Patti Lateranensi.

L’opera di mediazione con Tacchi Venturi meticolosamente condotta da Gentile servì a sciogliere le riserve di papa Pio XI, che nel 1937 approvò infine l’opera, che nel frattempo aveva registrato altre illustri defezioni: tra le altre, quella di Luigi Einaudi, responsabile della sezione economica, e quelle di Alessandro Casati, Santino Caramella e Gaetano Mosca. Ma non pochi restarono, di quelli che avevano firmato la Protesta contro il manifesto degli intellettuali fascisti di Benedetto Croce: tra i nomi più illustri, quelli di Tullio Levi Civita, Giorgio Levi Della Vida, Rodolfo Mondolfo, Giorgio Pasquali.

In ogni caso, la presenza di ben novanta intellettuali che si erano dichiarati antifascisti tra i collaboratori dell’Enciclopedia Italiana scatenò una violenta reazione da parte della componente intransigente del fascismo: Roberto Forges Davanzati aggredì apertamente Gentile nel 1926 sulle pagine de La Tribuna e in molti, dalle alte sfere del Regime, criticarono l’atteggiamento «agnostico e afascista» dell’Enciclopedia Italiana, che tra i suoi collaboratori «ne ospitava di notoriamente antifascisti e parecchi di israeliti»; tuttavia il progetto dell’Enciclopedia Italiana proseguì più o meno con la stessa impostazione nel decennio successivo – grazie anche all’intesa tra Gentile e Mussolini –, seppur con importanti stravolgimenti: esempio principe è la voce razza di Gioacchino Sera del 1935, che vide nell’Appendice I del 1938 l’aggiunta di un lungo paragrafo che sostanzialmente avallava la teoria della superiorità ariana e informava delle novità legislative intervenute a seguito della promulgazione delle Leggi razziali.

E fu proprio quando venne meno la guida e la protezione di Gentile, nei mesi tra giugno e ottobre del 1943, che l’Enciclopedia Italiana fu smantellata, trasferita a Bergamo, all’interno della Repubblica di Salò, e commissariata, interrompendone di fatto l’attività.

Essa riprese nell’immediato dopoguerra, con la nomina di Gaetano De Sanctis a presidente, il 27 marzo 1947, e si concretizzò tra il 1948 e il 1949 nella pubblicazione dell’Appendice II alla grande Enciclopedia: era, come scrive Tullio Gregory, «il primo tentativo di dare il panorama di un decennio cruciale nella storia mondiale (1938-1948), dalla Seconda guerra mondiale alla fine dei regimi fascisti e nazisti e ai primi momenti della ricostruzione, con il delinearsi dei nuovi equilibri internazionali».

Da lì in poi si sarebbe svolta la grande storia di un istituto che ha contribuito in modo fondamentale allo sviluppo e alla promozione della cultura e della scienza in Italia come nel mondo: lo testimoniano opere come il Dizionario Biografico degli Italiani, la cui realizzazione era già prevista nello Statuto del 1925 ma che fu avviata solo nel 1960, e come l’Enciclopedia del Novecento, avviata nel 1975, alla quale collaborarono ventuno premi Nobel, e della quale Aldo Ferrabino scrisse nel 1970 parole ancora profondamente attuali sulla prospettiva europea come definitivo superamento dei nazionalismi che avevano condotto alla più immane tragedia della storia umana: «Profondamente creativo è il Novecento. Intensamente creativa o suggestiva vuol essere la sua Enciclopedia. Questo programma comporta l’adesione sincera allo spirito dell’uomo europeo, alla sua logica di contraddizione e non contraddizione [...]. L’Europa non è un’espressione geografica ma una forma geniale».

E credo si possa sostenere, alla luce di quanto si è detto, che questo «spirito dell’uomo europeo» esisteva già nella Enciclopedia Italiana così come fu realizzata dai suoi fondatori, che seppero immaginare uno «strumento scientifico – scrive Castellani –, ma di carattere medio, adatto a far circolare i prodotti della cultura, delle discipline alte, e incline allo stesso tempo a diffondere conoscenza su ogni aspetto della vita materiale, mentale, di costume», con l’obiettivo di fornire agli Italiani una rappresentazione a tutto tondo, ragionata e imparziale, della conoscenza nazionale e internazionale, e allo stesso tempo uno strumento atto a dare «espressione di una koinè culturale e linguistica, nel quale era portato alla luce il carattere proprio di un popolo»; uno strumento che ancora mancava nonostante gli sforzi profusi dai grandi pedagogisti italiani, soprattutto Lombardo Radice e Codignola, e naturalmente da Gentile, che nella Enciclopedia vide il naturale proseguimento della sua opera di riformatore scolastico così come nel fascismo aveva intravisto una missione civilizzatrice, e forse l’unica forma politica in grado di concretizzare una vera unità nazionale, che non fosse solo sulla carta ma vissuta e partecipata da tutti i cittadini. Da qui la stretta connessione esistente fin dalle origini dell’impresa enciclopedica con il mondo dell’istruzione: l’Enciclopedia doveva essere una fucina di talenti, coinvolgere le migliori menti della nazione e allo stesso tempo contribuire in modo determinante alla formazione dei nuovi cittadini e in particolare delle nuove classi dirigenti.

All’impresa enciclopedica si può senz’altro attribuire il merito, in conclusione, di aver avuto un ruolo strategico, in quegli anni, nella formazione dell’identità nazionale: e tuttavia, sebbene in un momento in cui si infiammavano i nazionalismi e si erodevano le libertà civili, essa funzionò anche come un grande laboratorio di cultura laica e apolitica, votato in primo luogo alla costruzione e alla diffusione di un sapere certificato e condiviso, con un impianto solido e autorevole che potesse durare al di là delle passioni e delle storture contingenti.

Una missione più che mai necessaria oggi, nel caos informativo generato da un utilizzo a volte improprio di un mezzo così potente e così dispersivo al tempo stesso come è internet, e in un momento di recrudescenza delle chiusure nazionalistiche e di dilagante sfiducia nel processo democratico: un momento in cui la promozione della ricerca scientifica e della cultura rappresenta un antidoto irrinunciabile a questi fenomeni e una strada fondamentale da percorrere per il rilancio della vita politica e civile del nostro Paese.

 

 

 

 

 


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