Il coraggio di una svolta

Nel dopo elezioni si è scritto molto di un voto di rabbia e protesta, ma forse non si è capito che, dietro quel voto, c’è molto dolore: il dolore di non arrivare a fine mese, di sentirsi senza futuro e inutili al mondo, ossessionati da uno stato che sa solo chiedere il conto – attraverso tasse e balzelli – assaliti da promesse false e offensive o rassicurati, nell’evidente difficoltà di indicare la via per un reale cambiamento. Ecco quello che si sarebbe potuto e che si può fare.

Ascoltare i propri elettori, che chiedevano il cambio di una legge elettorale senza eguali al mondo. Ascoltare i giovani, approdati al voto per la prima volta, che chiedevano un futuro libero da passioni tristi e ragion di stato e che, al seggio, hanno chiesto perché si vota con la matita e non con internet. Ascoltare gli studenti, che chiedono una scuola pubblica competitiva ma giusta. Ascoltare gli insegnanti sviliti nella dignità del loro ruolo, i ricercatori costretti a tentare concorsi in Paesi lontani.

Ascoltare il popolo di sinistra, che chiedeva a gran voce la legge sul conflitto di interessi. Ascoltare i lavoratori offesi da un mercato del lavoro che rompe il patto tra generazioni. Ascoltare i cittadini impigliati dentro leggi che non capiscono, delusi da una politica lontana dai problemi e anche dai loro sogni. Forse abbiamo peccato di presunzione (ci sono anche io, nel PD), forse le nostre antenne non sono state capaci di raccogliere le voci che si levavano. E quelle voci sono andate altrove, a trovare una eco.

Il cambiamento richiesto è profondo, riguarda i comportamenti, ma anche il coraggio di svoltare. Chi siederà in parlamento dovrà trovare questo coraggio. Ci sono più fili ai quali legare le aspettative deluse del Paese e credo, anche in base alla mia esperienza, che un ottimo collante da cui ripartire possa essere la Cultura.

La Cultura è nella storia, nel territorio, nei monumenti, nelle istituzioni culturali, ma soprattutto nelle persone. Questa è la vera rivoluzione, perché non si può pensare di ridar vita a un Paese senza dare valore alle singole cellule che lo compongono. La cultura è bellezza e, come si dice, sta negli occhi di chi guarda.

Non mi addentro in formule tecniche sul migliore compromesso che garantisca governabilità. Ma sento che è il linguaggio che va cambiato: basta politiche finalizzate alla sopravvivenza, non so più di cosa. Diamo inizio alla legislatura scegliendo persone competenti, in grado di formare un governo che attui una nuova legge elettorale, così come quella sul conflitto d’interessi; individui meccanismi per creare nuovi posti di lavoro e garantisca diritti ai lavoratori precari; vari una vera legge contro la corruzione, tagli i costi della politica, riduca le spese militari; cancelli l’Imu sulla prima casa fino a un tetto di 500 euro, vari il reddito di cittadinanza; incrementi la quota di bilancio destinata ai beni culturali, alla scuola e all’università.

Ciò richiederà un certo tempo. Ma se questo programma di governo si attuerà, la prossima legislatura sarà ricordata come una sorta di Parlamento/Costituente, capace di cambiare davvero il Paese e ricostruire il rapporto tra cittadini e rappresentanti. L’esempio più costruttivo di come, da una situazione di crisi, per il nostro Paese possa nascere una nuova storia.

[in Corriere della Sera, 2013 (n° 55, del 6/03)]


  1. da Giovanni Pizza 10 marzo 2013

    è una analisi che condivido in piena nella pars destruens come in quella construens. Ripartire dalla Cultura non è mai stato solo uno slogan. Ora è un imperativo morale e politico per tutti noi. Grazie

One Trackback

  1. [...] Verità, dettata dall’esperienza tra i deboli, nell’affermare che la politica deve tornare un servizio svolto nella trasparenza; verità quando non nega che la politica deve essere prima di tutto una passione, vissuta con gli slanci della dignità. Per questo continuando a pensare che la ricostruzione del Paese deve cominciare dalla scelta di persone capaci di segnare una forte discontinuità, credo che Laura Boldrini potrebbe essere il Presidente del Consiglio di quello che ho definito un governo costituente. [...]

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