libri bancarella

Una bancarella colma di libri

Il tema che proverò ad affrontare è, a mio parere, uno dei più importanti tra quelli che si pongono oggi all’attenzione di chi si occupa di libri, di editoria e in generale di cultura. L’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi media, la cosiddetta rivoluzione digitale, ha trasformato e sta trasformando in profondità le nostre esistenze. Questo – al di là dell’ovvio apprezzamento nei confronti delle straordinarie opportunità che ci vengono offerte da quello che rappresenta comunque un oggettivo ampiamento di orizzonti – deve indurci a interrogarci su che cosa tali cambiamenti possano significare o comportare, e su come noi possiamo confrontarci con i nuovi strumenti in modo consapevole e cercando di far sì che il ‘nuovo’ non sostituisca, bensì ‘affianchi’ il “vecchio”: ampliando quindi, e non – indirettamente – riducendo lo spettro delle possibilità.

Per affrontare il tema dell’impatto del digitale sull’ambito della produzione e della conservazione dei libri, vorrei prendere le mosse da una frase scritta più di mezzo secolo fa da Herman Hesse che ho avuto piacere di ricordare: «Quanto più, col passar del tempo, talune esigenze di divertimento e di istruzione di massa potranno essere soddisfatte mediante altre invenzioni, tanto più il libro riacquisterà dignità e autorità». È una frase che colpisce anche per l’epoca in cui è stata scritta, e che mi sembra efficace nel mostrare – senza ricorrere a sterili contrapposizioni – l’importanza, direi insostituibile, della forma-libro. Sono infatti convinto che le nuove tecnologie debbano essere viste innanzitutto come strumenti preziosi – e ormai in effetti imprescindibili – per la diffusione e la circolazione della cultura: come ausilio all’istruzione, alla divulgazione della conoscenza e non meno alla ricerca scientifica. Tre ambiti nei quali si stanno aprendo, grazie all’impiego dell’informatica e del digitale, opportunità davvero impensabili fino a pochi anni fa. Il processo teso alla digitalizzazione e alla consultabilità in rete del patrimonio degli archivi e delle biblioteche, solo per fare un esempio, è destinato non soltanto a rendere più rapida ed economica l’attività degli studiosi, ma può anche aprire alla ricerca nuove strade; così come, per fare un altro esempio, la creazione di vastissimi database.

L’accessibilità della conoscenza messa a disposizione on-line rappresenta una forma di divulgazione rivoluzionaria, grazie alla quale non soltanto lo studioso, ma il lettore interessato o soltanto curioso può ricevere informazioni pressoché su qualsiasi argomento attraverso un semplice gesto avendo di fronte un telefono cellulare, un tablet o un computer. E non c’è bisogno di dire quanto l’universo dell’istruzione possa trarre giovamento dall’impiego delle nuove tecnologie, anche – in prospettiva – rendendo accessibile la conoscenza in quelle realtà nelle quali le condizioni esterne rendono difficile ricorrere agli strumenti tradizionali.

Su un piano diverso, a volte mi capita di soffermarmi su quella che è stata la portata dei cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni grazie all’affermazione del mondo digitale, in particolare per quel che riguarda il nostro rapporto profondo con la lettura, la conoscenza e il sapere. E molte volte avverto un senso di smarrimento e il forte bisogno di capire. Avrei bisogno di leggere, di avere di fronte un libro che mi aiuti ad interpretare il presente. Ho riletto moltissime volte le Lezioni americane di Calvino (pubblicate in occasione di quello che sarebbe dovuto essere un soggiorno ad Harvard in cui Calvino avrebbe dovuto tenere sei lezioni nell’ambito delle Charles Eliot Norton Poetry Lectures durante l’anno accademico 1985-1986), perché è uno dei pochi libri nei quali colgo la capacità di ricercare il senso di alcuni profondi cambiamenti nelle categorie della contemporaneità.

Penso ad esempio al concetto di «rapidità» e all’impatto che ha in tutte le nostre attività e in particolare su alcuni nostri modi di rapportarci alla cultura. Penso, in particolare, a come si è trasformato l’atto del leggere: oggi si legge in ogni situazione, non più soltanto a casa o in biblioteca; un piccolo strumento che si può tenere nel palmo di una mano ci mette a disposizione, in ogni momento, un numero sterminato di libri, un numero – di fatto – infinito se rapportato alla durata limitata della nostra esistenza. E un patrimonio accessibile, come accennavo, in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione: in viaggio, durante gli spostamenti urbani, sul luogo di lavoro, nei momenti di pausa e di attesa. Ma quanto è diverso – mi chiedo – leggere un romanzo, una poesia, un saggio in un tempo e in un luogo espressamente dedicati e riservati alla lettura – sia esso la biblioteca, lo studio, o una camera della propria abitazione – dal leggere quelle stesse opere in una condizione diversa, necessariamente caratterizzata da un differente grado di concentrazione? E il tempo della lettura, certo più soggettivo rispetto a quello ad esempio dell’ascolto musicale o della visione di uno spettacolo teatrale o cinematografico, ma anch’esso scandito da un suo ritmo e caratterizzato da una sua durata, quanto viene modificato, nella sua essenza profonda, dai nuovi modi di leggere? Scrive Calvino che «il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo». Un’operazione soggettiva, dai tempi lenti, quasi distaccata dallo scorrere della vita estrena. Questo incantesimo è possibile ancora oggi, con i moderni strumenti di lettura?

E ancora: l’atto del leggere un testo narrativo comporta lo sforzo e il piacere dell’immaginazione; con parole che mi sembrano straordinariamente attuali, nella lezione dedicata alla «visibilità» Calvino si chiede: «quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la “civiltà dell’immagine”? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?»; e, poco più avanti, denuncia «il pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini». Queste parole sono state scritte molti anni prima della diffusione mondiale di internet, e della conseguente moltiplicazione esponenziale del flusso ininterrotto e onnipresente delle immagini, che già Calvino definiva come un «diluvio». La differenza, si faccia attenzione, non è semplicemente quantitativa, perché oggi siamo non più soltanto investiti passivamente da questa enorme quantità di immagini, con la possibile conseguenza di un isterilirsi della capacità di immaginazione individuale, ma abbiamo anche la possibilità di accedere di nostra iniziativa pressoché a qualsiasi immagine di cui avvertiamo la necessità o il desiderio di vedere: esattamente come accade per le nozioni dei vari saperi – con l’illusione che la loro disponibilità renda non più necessario lo studio –, questo può indurre a credere che quella capacità sia divenuta inutile, superflua, superata. E probabilmente, sul piano della diretta utilità, è davvero così; ma la perdita della capacità di immaginare, o – come dice ancora Calvino – di «pensare per immagini» rappresenterebbe un impoverimento della nostra capacità di apprendere e di comprendere, e in definitiva delle nostre esistenze, che ne sarebbero gravemente depauperate.

È un cambiamento che si può accostare a quello avvenuto con l’invenzione della scrittura: un immenso progresso, certo, ma anche una perdita per l’umanità, la perdita – destinata a farsi progressivamente più grave nel corso dei secoli – della capacità di ricordare. Come è ben noto, nel Fedro Platone racconta di come il dio egizio Theuth si recasse a Tebe da Thamus, re dell’Egitto, per sottoporgli le sue invenzioni, tra le quali quella della scrittura, da lui presentata come una scienza che «renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza».Thamus però risponde: «O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, bensì del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti». Non può sfuggire come queste parole possano essere impiegate pressoché senza alcun adattamento per descrivere i rischi connessi con l’accesso apparentemente illimitato a qualsiasi nozione o informazione consentito oggi dall’avvento di internet.

In questo senso, credo che occorra soffermarsi anche in modo critico sul significato di questi cambiamenti: come il ricercatore non deve illudersi di trovare delle ‘scorciatoie’ grazie all’aumento esponenziale dei dati a sua disposizione o grazie a strumenti che sembrano velocizzare il lavoro quando invece in realtà lo impoveriscono; come il lettore – più o meno preparato, più o meno colto – non deve pensare di potersi affidare, per conoscere davvero un argomento, alla semplice consultazione di un motore di ricerca; come gli studenti non devono essere indotti, dalla facile e immediata accessibilità delle nozioni, a ritenere inutile il momento dello studio; così allo stesso modo le nuove tecnologie non possono e non devono sostituire l’incontro con il libro, quell’esperienza della lettura solitaria, profonda, meditata che una tradizione plurimillenaria ci ha tramandato come accesso privilegiato alla conoscenza di noi stessi e del mondo; quell’esperienza celebrata da Proust nelle Journées de lecture, laddove definisce la lettura «l’iniziatrice le cui chiavi magiche aprono nelle profondità di noi stessi la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare».

Il rischio, infatti, è che l’accesso illimitato all’informazione comporti un fenomeno di dispersione, che certamente è insito in ogni forma di cultura: già duemila anni fa Seneca, in una lettera a Lucilio, criticava coloro che passavano frettolosamente da un volume all’altro, senza assimilare nulla; ma un rischio che è oggi notevolmente amplificato dalla fruizione contemporanea di un numero elevatissimo di flussi informativi e mediatici diversi, nella quale la conoscenza corre il pericolo di vedersi ridotta a un’effimera somma di impressioni e sensazioni, prive di riflessione critica e di consapevolezza storica. Occorre per questo recuperare, o meglio evitare che vada persa, l’esperienza della lettura di un libro, che è importante e formativa fin dalle primissime fasi della vita, dal momento che saper leggere richiede la capacità di strutturare il tempo in funzione della lettura, e questo richiede a sua volta una lunga educazione all’atto del leggere: educazione che deve cominciare sin da piccoli. Come Elias Canetti, nel suo libro di memorie La lingua salvata, ricorda di aver voluto acquisire: «mi accorsi – scrive – che per leggere [mio padre] muoveva lentamente la testa a destra e a sinistra lungo il foglio, e provai a imitarlo standogli dietro le spalle, senza avere davanti agli occhi la pagina che egli invece teneva fra le mani [...] lui si voltò di scatto e mi colse a mimare i movimenti di una immaginaria lettura. Allora [...] si rivolse a me e mi spiegò che la cosa importante erano le lettere, tutte quelle minuscole lettere stampate su cui puntava il dito. Presto le avrei imparate anch’io, mi promise, e in quel modo risvegliò in me una sete inestinguibile di lettere dell’alfabeto». Una sete di leggere, di conoscere attraverso la lettura di un libro che mi ha accompagnato tutta la vita.

Ma diffondere l’abitudine alla lettura è un compito importante anche dal punto di vista della comunicazione del sapere, della divulgazione delle conoscenze, e anche in riferimento alla necessità di una nuova alfabetizzazione sia umanistica sia scientifica, della quale si avverte sempre più il bisogno in un Paese, quale è l’Italia, che ancora soffre di un’alta incidenza di analfabetismo funzionale, e che comunque – accanto ad alcune esperienze di eccellenza – mostra il persistere di una scarsa attitudine alla lettura e alla conoscenza critica in diverse fasce della popolazione. Lo è come presupposto dello sviluppo appunto di un senso critico che metta in condizione di interpretare autonomamente la realtà. Ma può essere anche importante come momento di condivisione di un’esperienza culturale, punto di partenza per ricostruire il senso civico, che è il fondamento di ogni società, e il sentimento di appartenenza a una comunità solidale, può diventare cioè una di quelle esperienze artistiche e culturali condivise sulla base delle quali è possibile realizzare, la trasformazione di una società atomistica, caotica, in una società comunitaria.

Altro è invece il discorso da fare sulla forma – cartacea o digitale – del libro; dal momento che è certamente vero che leggere un e-book è un’attività non perfettamente sovrapponibile alla lettura di un libro tradizionale; ma è vero anche che la dimensione propriamente testuale resta sostanzialmente invariata nel passaggio di uno stesso testo dal rotolo al codice, dal manoscritto all’edizione a stampa, dal libro cartaceo a quello digitale (lasciando ora volutamente da parte la possibilità che i testi pensati sin dall’origine come e-book possano assumere forme parzialmente diverse, che è ovviamente problema differente); e allo stesso modo è vero che la lettura di un romanzo non muta sostanzialmente, in quanto esperienza, in base al supporto impiegato; e – soprattutto – che non è utile per nessuno contrapporre editoria cartacea e digitale, né può essere una strada realistica e percorribile sul medio-lungo termine quella intrapresa ad esempio da Milan Kundera, che sembra abbia vietato a livello contrattuale la pubblicazione digitale dei suoi romanzi: come ho avuto occasione di osservare, è una posizione certamente nobile (anche perché verosimilmente svantaggiosa dal punto di vista economico), ma di fatto non dissimile da quella di chi fosse contrario alla lettura individuale dei poemi omerici perché a rigore, in quanto poesia orale, essi andrebbero esclusivamente ascoltati. Allo stesso modo la condanna senza appello, da parte di Jonathan Franzen, non soltanto di internet e in particolare dei social network, ma degli stessi e-book, rischia, nel suo investire in modo indiscriminato un medium e una tecnologia in quanto tali, di non distinguere tra i diversi usi che di essi, come – naturalmente – di ogni medium e di ogni tecnologia, si possono fare. Né occorre ricordare come il libro di Donald Sassoon sulla cultura degli europei ci abbia resi ancor più consapevoli di come il rifiuto dei nuovi generi, dei nuovi media e delle nuove forme di cultura, spesso liquidate sbrigativamente come prive di dignità culturale o persino come diseducative, attraversi l’intera storia della cultura occidentale, e abbia visto in passato la condanna di forme considerate oggi espressione della cultura cosiddetta ‘alta’, come nel caso ad esempio del romanzo.

L’avvento del digitale sta cambiando ed è destinato a cambiare sempre di più il modo di leggere e quello di pubblicare; ed è un passaggio, si badi, di cui è difficile oggi prefigurare, in prospettiva, le proporzioni: certamente i libri cartacei continueranno ad essere stampati e a circolare, ma è possibile che essi finiscano per rappresentare, in futuro, un fenomeno residuale e di nicchia, con una diffusione paragonabile – absit iniuria verbis – a quella che è propria oggi dei libri di poesia; oppure è possibile – e forse più probabile – che le due tipologie di libro siano destinate invece a convivere, un po’ come la radio e la televisione, o come il teatro e il cinema. Il punto decisivo in questo delicato passaggio è costituito, a mio avviso, dal ruolo dell’editore, a cominciare da quella funzione di filtro, di mediazione e di scelta nella quale si sostanziano innanzitutto il compito e la responsabilità di una casa editrice, a maggior ragione in un’epoca nella quale la possibilità per chiunque di pubblicare qualsiasi cosa su internet e la presenza in rete di una quantità enorme di informazioni spesso non controllate e quasi mai criticamente vagliate rende davvero cruciale questa assunzione di responsabilità: come si è cercato di fare in questi anni all’Istituto della Enciclopedia Italiana, l’obiettivo deve essere, anche nel passaggio alla pubblicazione su Internet o in forma di e-book, quello di affermarsi con l’autorevolezza e la qualità dei contenuti veicolati. Ed è un obiettivo fondamentale da due differenti punti di vista: da quello della stessa sopravvivenza della professione editoriale, che solo in questo modo può realisticamente restare, per così dire, ‘sul mercato’ e – in definitiva – continuare ad avere senso; e, cosa più importante, da quello della cultura in generale, che in assenza di un serio filtro scientifico ed editoriale corre rischi gravissimi, come ha dimostrato anche una recente inchiesta nella quale un articolo di medicina volutamente privo di fondamento e pieno degli errori più elementari è stato accettato da oltre la metà delle circa 300 riviste scientifiche on-line alle quali era stato proposto.

L’altro istituto che, a mio avviso, è utile e importante preservare e valorizzare è quello delle biblioteche, che sono chiamate a svolgere un duplice ruolo: quello, fondamentale, di conservare il nostro passato; e quello di diffondere la conoscenza e la cultura, in una molteplicità di modi possibili attraverso i quali la biblioteca può diventare non soltanto il fulcro del sistema di conservazione della memoria storica di una comunità, ma anche il presidio fondamentale a sostegno della cultura all’interno di essa; nonché occasione e veicolo di valori positivi quali la socializzazione, l’integrazione, la condivisione degli spazi e delle conoscenze, la responsabilizzazione verso il bene comune: a conferma e testimonianza del ruolo cruciale che la cultura può svolgere nella costruzione del senso civico, fondamento di ogni società, e del sentimento di appartenenza a una comunità solidale. In accordo con questa prospettiva, come ricorda Umberto Eco nel suo De Bibliotheca, l’Unesco sostiene che: «La biblioteca … deve essere di facile accesso e le sue porte devono essere spalancate a tutti i membri della comunità che potranno liberamente usarne senza distinzioni di razza, colore, nazionalità, età, sesso, religione, lingua, stato civile e livello culturale». Ho ricordato il passo di Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano, quando scrive che «fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire».

Questa dei granai mi sembra un’immagine molto bella ed efficace, ma vorrei soffermarmi ora in particolare sull’aggettivo che è accostato al termine: le biblioteche e i libri che esse contengono sono e devono essere considerati beni pubblici, beni comuni. In un passo delle lettere a Lucilio, Seneca dice che «la folle avidità degli uomini divide tutte le cose in possessi e in proprietà esclusive, e pensa che ciò che è un bene comune non sia anche di ciascuno. Ma il saggio niente considera maggiormente suo che quel bene di cui ha in comune la proprietà col genere umano». È importante, strategico, decisivo per il futuro del nostro Paese e delle generazioni che verranno dopo di noi essere consapevoli del fatto che i libri, le biblioteche, la cultura in tutte le sue manifestazioni appartengono a tutti; e che, di conseguenza, la politica e le istituzioni devono e dovranno sempre farsi carico della loro tutela e della loro valorizzazione: nell’interesse della collettività, in vista del progresso culturale e civile del Paese e nel rispetto delle direttive ideali consegnateci dai padri costituenti nella carta fondativa della nostra democrazia.

Maria Chiara Carrozza, riprendendo un dato molto preoccupante, ha sottolineato che noi italiani siamo ultimi nella lettura, nell’interpretazione di un testo. Io sono sempre più dubbioso sui sondaggi, ma soprattutto sono testimone del fatto che c’è un paese fatto di cittadini come noi, che conosciamo poco. Sono quei cittadini tra i quali uno su due non partecipa alla vita politica, non ha fiducia nelle istituzioni, quei cittadini tra i quali uno su tre si rifugia nel mondo web e senza mediazione cerca i suoi percorsi di conoscenza. Credo che se vorremo davvero continuare a dialogare sul valore di quella che è stata la civiltà del libro, una civiltà così importante nel nostro paese, dovremo imparare ad ascoltare e rispettare – proprio grazie alle forme del mondo digitale – le sollecitazioni e le attese che provengono da tutte le direzioni, e anche da quei saperi che conosciamo ancora poco.
Eppure sento sempre di più il bisogno di tener vivo quel dialogo e che questa scelta sarà la migliore risposta ai cambiamenti che stiamo vivendo.


  1. da Fabio Fonda 22 ottobre 2013

    Buona puntualizzazione. Ci sarebbe, nel dettaglio, di parlare forse di “realtà aumentata” quella applicazione che avendo in una mano una rivista o un libro e nell’altra un telefonino si possono approfondire i temi dell’articolo senza bisogno del computer…
    Ne è un esempio il video editoriale dell’ultimo numero di JULIET di cui vi manderei volentieri una copia
    Grazie

  2. da gianluca 22 ottobre 2013

    Buongiorno sig,Ministro,condivido la sua impostazione ma non mi trovo d’accordo sul concetto che le tecnologie abbiano lo stesso valore del cartaceo nel campo della lettura…sebbene sia innegabile la diffusione di mezzi di lettura come kindle e simili, sono sempre dell’opinione che i libri cartacei resisteranno al crashdown delle tecnologie e saranno l’unico vero deposito del sapere umano

  3. da Riccardo 22 ottobre 2013

    apprezzo e condivido la frase lungimirante di Hesse e quanto detto di seguito. Un problema e un quesito di riflessione: i nuovi supporti digitali, paradossalmente, sono più fragili di quelli tradizionali: un libro mantiene memoria di se per secoli, un dvd qualche decennio dopo va di nuovo riversato su altri supporti. Dunque, alla fine, è così vistoso il vantaggio economico? La vera e unica positività è nella più ampia diffusione e nel minor spazio utilizzato. Ma vogliamo anche parlare di qualità della scelta da parte del cittadino, del suo grado di consapevolezza intorno a ciò che maneggia?

  4. da Pierino CALONICO 22 ottobre 2013

    Fortemente.. sempre più temo che la seguente, famosa, riflessione sia più che profetica… realistica…”Oggi la storia non è ormai che un filo sottile di memoria sopra l’oceano del dimenticato; ma il tempo procede e verrà il tempo delle date alte che la memoria non estensibile degli individui non sarà in grado di comprendere; interi secoli e interi millenni cominceranno allora a cadere dalla loro memoria, secoli di quadri e di musica, secoli di scoperte, di battaglie, di libri. Ciò sarà un male perché l’uomo perderà la coscienza di sé mentre la sua storia, incomprensibile e incontenibile, si rattrappirà in abbreviazioni schematiche prive di senso ..” (M. Kundera)

  5. La sua riflessione a tutto campo ci pare ottima e condivisibile. Concordiamo soprattutto sull’importanza odierna e futura che devono svolgere le biblioteche istituti che hanno il duplice ruolo “di conservare il nostro passato; e quello di diffondere la conoscenza e la cultura, in una molteplicità di modi possibili attraverso i quali la biblioteca può diventare non soltanto il fulcro del sistema di conservazione della memoria storica di una comunità, ma anche il presidio fondamentale a sostegno della cultura all’interno di essa; nonché occasione e veicolo di valori positivi quali la socializzazione, l’integrazione, la condivisione degli spazi e delle conoscenze, la responsabilizzazione verso il bene comune”.
    Gli operatori delle biblioteche percorrono da anni queste strade … o almeno ci provano:
    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/10/22/AQZHi9j-colombia_libri_anni.shtml

  6. da cristiano tenerani 22 ottobre 2013

    Carissimo Sig. Ministro, mi spiega che differenza c’è fra un libro cartaceo ed un libro in formato ebook (mi riferisco al contenuto)? Nessuna, mi risponderà. Esatto, il testo rimane lo stesso! Mi spiega allora perché sugli ebook si paga l’IVA al 22%? E’ semplicemente uno scandalo. Era a conoscenza di questa cosa? Le pare normale? Andiamo avanti così? Non lamentiamoci poi se i Paesi stranieri ci equiparano al terzo mondo, hanno perfettamente ragione… Buon lavoro!

  7. da Marco 22 ottobre 2013

    Gentile signor ministro,
    vorrei soffermarmi su alcuni passaggi del suo interessante articolo che hanno sollevato in me alcune perplessità:

    “[...] intrapresa ad esempio da Milan Kundera, che sembra abbia vietato a livello contrattuale la pubblicazione digitale dei suoi romanzi: come ho avuto occasione di osservare, è una posizione certamente nobile “.

    Nel definire “nobile” la scelta di Kundera mi sembra che sia implicito un giudizio di merito che pone in un rapporto di subordinazione l’editoria virtuale rispetto alla sua controparte cartacea. Successivamente, a distanza di qualche riga, lei riporta l’esempio dei poemi omerici che, secondo la tradizione, sarebbero dovuti essere ascoltati piuttosto che letti. Anche qui ritorna un implicito giudizio di merito: esiste un approccio corretto (dettato dalla tradizione) e un approccio tollerato, in virtù della sua diffusione. Ciò che mi è sembrato di cogliere leggendo il suo articolo è una velata condanna morale nei confronti delle nuove forme di editoria in quanto fonte di dispersione della cultura e colpevole di sminuire l’importanza di accompagnare il giusto contesto alla lettura.

    Al contrario di ciò che avviene per le arti figurative – e trascuro volutamente il pensiero di Walter Benjamin – il concetto stesso di libro presenta tra le sue caratteristiche la riproducibilità: ciò che vale è il contenuto dell’oggetto, non l’oggetto stesso, ed è lo stesso principio che giustifica la diffusione della stampa rispetto ai manoscritti. È il contenuto che dona nobiltà all’opera, non il suo mezzo di diffusione. I benefici delle nuove tecnologie sono svariati; sebbene la lettura di un ebook non sia totalmente sovrapponibile alla stessa operazione nella sua versione cartacea (come lei stesso afferma), è facile individuare una tendenza al continuo miglioramento dell’esperienza di lettura virtuale che può portare fino alla realizzazione di un meccanismo che simuli quasi in tutto l’originale.

    Ho scritto “quasi” perché sono conscio e convinto del fatto che non si possa arrivare ad un livello di perfetta corrispondenza tra le due realtà, così come questa non è stata raggiunta tra l’ascolto della musica in formato digitale ed il formato analogico e a sua volta tra quello analogico e l’ascolto dal vivo. Ci sono delle innegabili perdite strutturali a livello sensoriale (quello che volgarmente qualcuno chiama “l’odore della carta”) che il progresso tecnologico si sforza di ridurre al minimo a fronte di un enorme numero di vantaggi che ben conosciamo (primo tra tutti quello dell’eco-sostenibilità) e che sarebbe inutile ripetere in questa sede.

    Per quanto riguarda la dimensione ed il tempo della lettura, è incontestabilmente vero che il mezzo attraverso il quale usufruiamo di un contenuto condiziona il come ne usufruiamo; mi sembra tuttavia che non intercorrano grosse differenze in questo senso tra libri cartacei e virtuali. Girando in luoghi pubblici, nei parchi, in metropolitana si possono vedere lettori tanto dei primi quanto dei secondi. La selezione del contesto adatto per la lettura rimane una scelta soggettiva che a parer mio poco ha a che vedere con la dicotomia carta/virtuale. La dispersione culturale dovuta alle infinite possibilità che la rete offre, così come la problematica della gestione e la frequentazione delle biblioteche rientrano in questioni più ampie, di natura sociale e culturale prima che tecnologica.

    Voglio quindi chiudere questo mio commento chiedendole se sia davvero necessario preoccuparsi di difendere l’editoria cartacea da quella virtuale, se sia necessario salvaguardare il “vecchio”dall’avanzare del “nuovo” in virtù di una questione di pura affezione al mezzo, impostando il dibattito senza quasi tenere più conto del contenuto. Sia chiaro, non sto esprimendo il desiderio di veder bruciare le librerie in favore di un immediato passaggio al formato virtuale; quel che sostengo è che se effettivamente queste due realtà si avvicinano ad essere equivalenti diventa necessario distinguere tra quella che deve essere un’analisi imparziale dei pro e dei contro rispetto a quelle che potrebbero essere in realtà semplicemente preferenze personali, dettate tanto dal gusto quanto dall’abitudine.

  8. da Maristella Tagliaferro 22 ottobre 2013

    Caro MinistroCultura,
    la ringrazio per la condivisione di questa analisi molto approfondita. Sono d’accordo pressoché su tutto, ma non sono preoccupata dalla diffusione dei testi in rete e dal dilagare delle immagini: a mio parere, tutto dipende dall’uso che ogni individuo ne fa, e ci saranno sempre il “passivo” e quello invece “attivo”. Personalmente, per esempio, sono felicissima della twitteratura che prevede una rilettura attentissima di testi classici, e la loro riscrittura anche attraverso immagini che si devono cercare con atteggiamento molto attivo.
    Siamo sicuramente a una svolta epocale, sta a ciascuno di noi viverla nel modo più attivo possibile. Per esempio, pur parteggiando per Theuth, cerco di evitare i danni annunciati da Thamus memorizzando tutto quel che posso, da date e numeri (non uso agenda) a testi letterari, in lunga originale. Ma senza Theuth non saremmo arrivati fin qua.
    Buon lavoro, MinistroCultura!

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