tarantoSono stato molto contento dell’invito a partecipare al convegno* organizzato dall’Università di Bari, dalla Commissione Cultura di Confindustria e da Confindustria Taranto: «Il futuro della memoria». Titolo particolarmente suggestivo, che si presta – credo – a una duplice lettura: una più letterale, in riferimento diretto al nostro patrimonio culturale – la nostra «memoria» di Paese, di società, di comunità – e al suo ruolo nell’Italia degli anni che verranno, alle prospettive di sviluppo, anche in chiave turistica ed economica, che si legano ad una accorta strategia organica di valorizzazione; allo stesso tempo, mi piace leggere l’accostamento di questi due termini, «futuro» e «memoria», in relazione all’importanza del rapporto con il passato e la cultura per la nostra identità nazionale, il nostro essere cittadini responsabili, il nostro sentirci comunità. «Chi non ricorda, non vive», scrisse uno dei nostri massimi filologi, Giorgio Pasquali; ed è fondamentale, per qualsiasi società, saper conservare, sapersi prendere cura del proprio passato, quel passato la cui conservazione è imprescindibile requisito per la conoscenza di sé e degli altri, per la consapevolezza della propria identità, per la capacità di pensare e di progettare il proprio futuro: è la memoria del passato che ci consente di definire la nostra identità di persone e di comunità; che ci permette di entrare in dialogo con le comunità diverse dalla nostra; che deve guidarci nelle scelte e ispirare il nostro agire.

Questo è ancor più vero in riferimento al Mezzogiorno, dove credo sia fondamentale una riflessione tra passato e presente, tra presente e futuro, anche e soprattutto come risposta alla crisi dell’industria classica; e altresì in considerazione del fatto che una risposta chiara, forte e coraggiosa sul modello di “benessere”, di pari opportunità , di qualità della vita, dobbiamo dare ad una città che ha bisogno di credere nel suo futuro. Di qui dunque la centralità, da un lato, di una nuova strategia per il Mezzogiorno che ponga al centro la Cultura e che contempli, accanto a una gestione più efficace dell’immensa ricchezzaculturale del territorio, anche l’attivazione di politiche in favore dell’industria culturale e creativa, che può aprire importanti prospettive di occupazione qualificata e di sviluppo sostenibile del territorio: un piano teso a incentivare la nascita di reti e incubatori di imprese culturali e creative potrebbe rappresentare, in questo senso, l’occasione per un rilancio dell’economia e insieme una spinta per il cambiamento politico, sociale, culturale e civile. Dall’altro lato, e allo stesso tempo, di un’opera attenta di valorizzazione in chiave turistica del patrimonio artistico, architettonico e culturale, che passi anche attraverso nuove modalità e attraverso una più efficace gestione della tutela e della valorizzazione dei beni culturali.
Se infatti guardiamo a Taranto attraverso la lente del capitale territoriale – vale a dire quel sistema di risorse che rappresentano una vera e propria dotazione genetica e patrimoniale dei luoghi -non possiamo che essere concordi sul fatto che questo sistema possa essere in grado di generare economia, per la sua intrinseca capacità di influenzare direttamente prezzi, rendite e livelli di redditività degli investimenti.

L’affermazione dell’importanza di politiche di valorizzazione delle risorse culturali e paesaggistiche è ormai un principio acquisito e ampiamente condiviso, come affermata è l’opinione secondo la quale per il Mezzogiorno, modelli di sviluppo basati sulla capacità attrattiva di queste risorse non solo siano potenzialmente vincenti sul mercato globale, ma risultino anche decisamente coerenti con le vocazioni territoriali locali. Tuttavia, la dotazione di risorse del territorio, per quanto ricche e pregevoli, non costituisce naturaliter un elemento di attrattività turistica: è necessario proporre un modello di sviluppo che attivi non solo il patrimonio ma anche e soprattutto quel capitale umano e imprenditoriale diffuso e atomizzato che caratterizza fortemente il nostro territorio e che necessita di essere attivato e coordinato.

Un modello di sviluppo di questo tipo postula necessariamente un’economia di distretto, che evidentemente non può essere ridotta semplicemente al settore dei beni culturali, ma deve essere imperniata attorno ad un processo produttivo che integri l’attività di valorizzazione turistica con gli altri settori produttivi che a quel processo sono connessi, a cominciare da quelli dell’industria culturale e creativa, fino a ricomprendere tutti quelli correlati anche come mero indotto (artigianato, enogastronomia, trasporti e così via). È evidente che un “distretto culturale” non può nascere spontaneamente ma deve prendere vita da un disegno progettuale inserito in un ambito di pianificazione e gestione strategica del territorio, che dipende innanzitutto dalla volontà (e capacità) politica.

In questo senso la Puglia si è affermata, in questi anni, come un modello virtuoso, un esempio di come si possa ‘ripartire dalla cultura’ per una rinascita anche economica, sociale e civile; e credo che lo stesso si possa dire, pur nella consapevolezza dei gravi problemi che hanno investito la città e che certo sembrano ancora assai lontani da una soluzione, di Taranto.
Quella Taranto, che Pasolini, quando nell’estate del 1959 percorse la costa italiana al volante di un Fiat Millecento per realizzare il reportage per la rivista Successo – poi pubblicato postumo con il titolo La lunga strada di sabbia, definì: la città che «brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi», e ancora: «Taranto, città perfetta. Viverci, è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là. gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari.»
Taranto, dunque, proprio a partire da questa dualità (la città antica e quella nuova, la città – purtroppo – falsamente moderna) deve essere in grado di rinascere, di risollevarsi.
Le ferite della città raccontate da Giancarlo De Cataldo nel suo reportage del 1996 sono tutte ancora presenti, aggravate da una frantumazione del tessuto sociale, aggredito dagli effetti di una crisi economica che ha acuito le diseguaglianze, ignorato il valore dei beni comuni in favore di forme di sviluppo di veduta corta.

Non mancano esempi di una «rinascita culturale» che in questi mesi e in questi anni ha visto Taranto sapersi proporre anche come luogo capace di valorizzare la propria storia, la propria cultura e il proprio patrimonio archeologico e museale.
E vorrei cominciare accennando a quanto è stato fatto e a quanto si deve ancora fare per la valorizzazione della Città Vecchia, che – come è noto – è stata oggetto a partire dagli anni Sessanta di interventi di recupero dell’edilizia cosiddetta minore, destinata ad alloggi popolari: un’iniziativa che, di fatto, ha avuto come risultato fenomeni di emarginazione sociale. Da allora, ilComune ha acquisito parte del patrimonio edilizio ed ha avviato una serie di restauri, che hanno riguardato immobili già appartenuti all’aristocrazia tarantina come Palazzo De Bellis, Palazzo Pantaleo, Palazzo Galeota, Palazzo Fornari, Palazzo D’Aquino; conventi come l’ex Convento di San Francesco (che ospita, in quanto sede universitaria, questo Convegno), l’ex Convento di San Domenico (sede della Soprintendenza Archeologica) e l’ex Convento di Santa Chiara (sede del Liceo Musicale); edifici ecclesiastici quali l’Episcopio, la Cattedrale di San Cataldo, l’ex Seminario Arcivescovile (ora Museo Diocesano). La Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Lecce, Brindisi e Taranto ha inoltre effettuato con propri fondi una serie di interventi sempre nella Città Vecchia: il restauro della Cattedrale e del Cappellone settecentesco di San Cataldo, della Chiesa di Monte Oliveto e del Castello Aragonese – su quest’ultimo è in atto una collaborazione con la Marina Militare per la valorizzazione del sito. La Soprintendenza collabora inoltre con il Comune di Taranto per l’elaborazione di progetti di recupero del patrimonio monumentale come ad esempio, fra gli ultimi, il progetto museale del Palazzo Pantaleo, un edificio del XVIII secolo con affaccio sul Mar Grande.

Ma resta ancora moltissimo da fare per quanto riguarda il patrimonio edilizio comunale e privato; alcuni edifici monumentali tra i quali, in particolare, il Palazzo Carducci del XVII secolo, che conserva ancora parte dell’apparato decorativo interno, e il Palazzo D’Ayala Valva, vasto edificio del XVIII-XIX secolo con affaccio sul Mar Grande; e ancora parte del patrimonio ecclesiastico: la Chiesa di Monte Oliveto, per la quale la Soprintendenza ha già eseguito negli anni interventi di restauro a rifacimento delle coperture; e la Chiesa di Sant’Anna, sottoposta ad interventi di messa in sicurezza da parte sempre della Soprintendenza e della Curia tarantina. Ma per Taranto occorre pensare ad un progetto, ad un’idea di città dove la cultura divenga impegno reale per il miglioramento della qualità della vita dei suoi cittadini.

Quello del recupero di Taranto vecchia è un progetto importante e strategico: recentemente il senatore a vita Renzo Piano ha sostenuto e si è impegnato in un ampio progetto di valorizzazione dei centri storici delle nostre città: sul presupposto di una loro centralità per il futuro dell’urbanistica. È un progetto giusto e da condividere, che chiede alla politica di mettere al centro delle sue scelte il restauro e la valorizzazione dei centri storici, in particolare laddove le condizioni del patrimonio richiedono interventi di maggiore urgenza.
Come ho avuto più volte occasione di sostenere in questi mesi di impegno nella politica e nelle istituzioni, è fondamentale, nella prospettiva di una efficace strategia dei beni culturali – artistici, architettonici, paesaggistici –, ragionare in termini di sinergia: tra Stato ed Enti Locali; tra i diversi attori del mondo culturale; tra cultura e turismo; tra beni artistici e paesaggio; tra istituzioni culturali e associazioni; tra centro e periferia. Per questo credo che sia giusto e importante puntare sulla valorizzazione delle città, e allo stesso tempo decidendo di investire risorse, intelligenze ed energie nel recupero dei centri storici, che sono il cuore delle nostre città e insieme il deposito nel quale è custodita la loro memoria storica; e questa è una specificità italiana alla quale sarebbe irragionevole rinunciare arrendendosi di fronte alle difficoltà che sono poste dalle diverse situazioni locali, e sulla quale è essenziale, credo, puntare proprio come «occasione di rilancio», per riprendere il titolo di una delle sessioni dell’odierno convegno. E credo che ne sia un’eccellente dimostrazione proprio la sede che oggi ci ospita, il Convento trecentesco di San Francesco, che dal 2011 accoglie le facoltà di Giurisprudenza, Beni Culturali e Scienze della Formazione dell’Università di Bari, in un edificio di grande e suggestiva bellezza, che testimonia, con la sua storia, della continuità ideale di una tradizione di pensiero, di arte, di cultura.

Vorrei dedicare ora qualche parola al Museo Nazionale Archeologico di Taranto, il più importante museo pugliese e – vale la pena ricordarlo – uno dei più importanti al mondo per quanto riguarda la civiltà magnogreca. Riaperto lo scorso 21 dicembre con le nuove sezioni espositive dedicate alla città romana, alla città tardoantica ed altomedievale fino alla rifondazione bizantina dell’undicesimo secolo, il MARTA intende proporsi come un museo moderno, sia negli allestimenti che nelle tecnologie. Si è trattato di un intervento che, sebbene lungo e intermittente, è stato portato a termine, senza oneri aggiuntivi e contenziosi, con l’apertura di due terzi della struttura; e, grazie ai nuovi finanziamentistanziati attraverso la delibera CIPE del 23 marzo 2012, sarà possibile aprire entro la fine del 2014 anche le sale del secondo piano, dedicate alle origini della città di Taranto, e riaprire così alla collettività l’intero museo. Come ho già avuto occasione di osservare, un pezzo importante della storia culturale e del patrimonio identitario della comunità viene così restituito alla città, in un momento particolarmente delicato per un territorio che sta soffrendo. L’intervento interagisce inoltre con il progetto di una più generale valorizzazione del Polo museale di Taranto, che si propone, attraverso un’esperienza dicopianificazione tra il Ministero e la Regione, di riposizionare all’interno del sistema regionale pugliese un’offerta caratterizzata anche da un forte richiamo naturalistico: penso in particolare al Parco archeologico di Saturo a Leporano e all’Area archeologica delle Mura messapiche di Manduria. Si tratta di un progetto che ha l’obiettivo di fare del Polo museale di Taranto un sistema di eccellenza, e con il quale lo Stato, da un parte, dimostra di essere presente con un investimento che indica nuovi modelli di sviluppo, nuove strade da percorrere per ritrovare il senso del proprio agire; la città di Taranto, dall’altra, ha l’occasione di ripartire dalla cultura per progettare e realizzare il proprio futuro di comunità.

Tutto questo andrà portato avanti con la volontà di aprire dialoghi con l’Università, con le associazioni, creando un ponte di ascolto, di rispetto tra i cittadini e le istituzioni.

Sono numerose le esperienze positive, attivate in questi anni, sia a livello istituzionale sia per quel che riguarda l’apporto dei privati e del terzo settore, e che forniscono esempi concreti di come la cultura possa costituire una leva di rilancio anche economico, sociale e civile. Credo meriti un cenno, innanzitutto, l’attività profusa per la rinascita della Città Vecchia dall’Associazione «Centro Studi Documentazione e Ricerca Le Sciaje», già vincitrice del concorso «Principi Attivi 2010 – Giovani Idee per una Puglia Migliore», istituito dalla Regione Puglia; associazione che si è posta l’obiettivo, attraverso un percorso culturale e didattico finalizzato al recupero e alla tutela del patrimonio della civiltà della pesca a Taranto, di «porre un necessario argine» – per citare le stesse parole con le quali l’associazione si presenta – «alla perdita di memoria storica della città» e contribuire allo stesso tempo allo sviluppo locale di Taranto attraverso una serie di attività tese alla rivalutazione sociale, turistica e culturale del patrimonio storico-marittimo. Proprio in compagnia di Angelo Cannata ho attraversato qualche settimana fa il centro storico: un percorso tra le bellezze dolentidell’Isola, ma anche occasione di incontro con tanti cittadini che credono nella necessità di non abbandonare questi luoghi.
Ma so anche di altre manifestazioni che si svolgono negli spazi di Taranto vecchia: eventi di arte, musica, enogastronomia e spettacolo, ma anche mostre e visite guidate ai monumenti, nella prospettiva di un rilancio della città in chiave turistica, culturale ed enogastronomica. Centrale, in occasioni di questo tipo, mi sembra il coinvolgimento della comunità all’interno di spazi che possono tornare ad essere così luoghi condivisi: restituendo in tal modo ai cittadini dei luoghi di incontro, nei quali condividere delle esperienze artistiche e culturali che gettino idealmente le basi per una sensibilità comune, contribuendo al senso civico, alla coesione sociale, al sentimento di appartenenza a una comunità solidale.

Vorrei dedicare una breve menzione anche alle meritorie attività della Delegazione di Taranto del FAI – Fondo Ambiente Italiano, tese a promuovere una cultura del rispetto per il nostro patrimonio ambientale e storico-culturale. Ed ancora agli spettacoli del CREST, di cui ci ha parlato Clara Cottino: proprio la scelta di stabilirsi nel Teatro TaTÀsituato nel rione Tamburi, e realizzare, oltre agli spettacoli teatrali, incontri e laboratori per le scuole, percorsi di ricerca drammaturgica e altre attività formative, mostra come la cultura possa svolgere un ruolo importantissimo all’interno di realtà oggettivamente difficili e talora investite, come purtroppo sappiamo, da problemi di particolare gravità e urgenza, problemi che potrebbero indurre a mettere in secondo piano tutto il resto.Pensate al bellissimo progetto – quasi utopico – del “sistema” venezuelano ideato daJosè Antonio Abreu e applicato anche in Italia dal grande maestro Abbado.

È vero che per Taranto, a questo punto, è necessario andare oltre i “convegni” e definire scelte e azioni concrete, ma penso che la capacità di immaginare il suo futuro, la capacità di costruirlo insieme ai cittadini, ai ceti produttivi, a chi ha le responsabilità politiche sia necessario per definire un modello di città. Occorre avere visione.
Anche di fronte a situazioni drammatiche, la cultura non deve mai essere percepita come un ornamento, come un’azione di pianificazione di scelte avulse da un contesto e dalla vita delle persone: i beni culturali infatti, se da una parte sono il segno di un percorso di civiltà che deve appartenere, con piena coscienza, alla comunità in cui essi si collocano e che contribuiscono a definire e a formare divenendo l’indispensabile presupposto dell’appartenenza e della solidarietà, dall’altra – e allo stesso tempo – rappresentano una opportunità irrinunciabile, anche in chiave turistica, per lo sviluppo dell’economia territoriale, e questo in particolare nel Mezzogiorno, che è ricco di uno straordinario patrimonio archeologico ancora non pienamente espresso nelle sue potenzialità. Ha scritto recentemente Salvatore Settis che «le urgenze del presente ci spingono a rileggere le vicende del passato non come mero accumulo di dati eruditi ma come memoria vivente delle comunità umane. Solo questa concezione degli studi storici può trasformare la consapevolezza del passato in lievito per il presente, in serbatoio di energie e di idee per costruire il futuro». È necessario che il Mezzogiorno si riappropri della grande cultura che ne innerva il territorio, frutto delle molteplici civiltà che nel corso dei millenni vi sono fiorite e vi si sono sviluppate, rendendo questa terra, la nostra terra, un crogiuolo di civiltà: ed è da qui che occorre ripartire, è su questo che occorre costruire se si vogliono gettare le fondamenta di una rinascita che sia occasione di sviluppo per l’intero sistema sociale ed economico.

Molti esempi si possono ricordare, di città in “crisi”, che nel passaggio traumatico da un’economia industriale ad un’economia della conoscenza, hanno puntato sulla cultura, come innesco per un processo più ampio di rigenerazione urbana, economica e sociale: Bilbao, Glasgow, Barcellona, rappresentano i casi più noti ed eclatanti.
La stessa nozione tradizionale di “bene comune” della città si arricchisce della dimensione “immateriale” della cultura. In questa prospettiva, questa strategia culturale si riferisce sia alla dimensione “materiale” della cultura (spazi/edifici pubblici, opere di architettura, che diventano i nuovi simboli dell’identità locale, come il Guggenheim di Bilbao), che a quella “immateriale”: idee, innovazione, creatività, valori, stili di vita, credenze, tradizioni, simboli.
La scommessa delle città di domani risiede nel loro capitale culturale: questo diventa oggi la vera base economica della città, per affrontare le nuove sfide.

Dobbiamo ripensare la città, creare opportunità di benessere diffuso. Taranto ha bisogno di buona occupazione, di lavoro che rispetti la dignità degli individui. Questo è un loro diritto e un nostro dovere.
Vorrei chiudere queste brevi riflessioni con una considerazione conclusiva relativa all’importanza, in generale nel nostro Paese ma in particolare per Taranto, dell’idea di comunità: sono convinto infatti che l’obiettivo al quale siamo chiamati a mirare tutti coloro che ci occupiamo di cultura, a vari livelli, in ambiti differenti e nei diversi ruoli,debba essere quello di dare un contributo all’edificazione di una società in cui le infinite manifestazioni nelle quali si realizzano le differenti espressioni artistiche possano svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione del senso civico, che è fondamento di ogni società, e del sentimento di appartenenza a una comunità solidale: una società, in altri termini, nella quale la bellezza, l’arte e la cultura svolgano, riappropriandosi del loro status di beni comuni, una funzione importantissima di costruzione della coesione sociale e dell’appartenenza alla comunità.
Questo può e deve avvenire facendo scelte coraggiose, condivise, capaci di credere nella bellezza, nella dolcezza delle forme, del paesaggio, anche là dove sembrano scomparse.

Dobbiamo far questo ascoltando e definendo un modello di benessere sostenibile, rispettose delle tracce della storia, dell’identità di una comunità, ben lontano da quello che volge al termine e ha lasciato,solo macerie. Ed è un compito, questo, particolarmente urgente nella delicata e difficile fase storica che stiamo attraversando: perché soltanto a partire da un rinnovato senso della collettività e del bene comune sarà possibile affrontare le grandi e in gran parte inedite sfide che attendono nei prossimi anni il nostro Paese.

*Questo post riprende l’intervento che ho pronunciato a Taranto l’8 febbraio 2014


  1. da Maristella Tagliaferro 11 febbraio 2014

    Caro Ministro,

    condivido ogni punto del suo intervento, a partire dal titolo che, sottolineando come il nostro futuro dipende dalla nostra memoria, ci invita a riappropriarci di quest’ultima: operazione importantissima, che riguarda non solo i beni culturali, ma la conoscenza della storia, della letteratura, della lingua, della geografia, del cibo di ogni nostro territorio. O, per meglio dire, di noi stessi, perché memoria è futuro, ma è prima di tutto identità.

    La parte di questo suo intervento che mi colpisce di più sono però le ultime righe, laddove lei invita a dare spazio all’arte, alla cultura, alla bellezza evidenziandone il ruolo fondamentale nella costruzione di una comunità solidale. Questa è una prospettiva davvero visionaria, e mi auguro con lei che riusciamo a tracciare un nuovo modello di benessere sostenibile, che ci nutra, che nutra tutti con la consapevolezza e la dolcezza della vera bellezza.

    Grazie per questi suoi preziosi interventi, tutti da meditare.

    Buona serata

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