Questo post contiene l’articolo a mia firma uscito il 16 marzo 2017 sul numero 2/2017 della rivista MicroMega.

Micromega ci chiede di riflettere su quali siano le coordinate per dare un futuro alla sinistra del nostro Paese. È una riflessione importante, in un momento in cui la classe dirigente della sinistra sembra aver perso in Italia, in Europa e nel mondo, la capacità di elaborare politiche riformiste. Eppure da almeno vent’anni esiste un’energia che ha voglia di costruire un modello di Paese e di società differenti. È l’energia dei differenti movimenti che, spontaneamente, hanno mostrato e continuano a mostrare di voler cambiare la situazione che hanno di fronte: un’onda ‘sommersa’ che ribolle, che ha voglia di esprimersi e a cui dobbiamo dare una forma.

Quelli che viviamo sono giorni in cui il clima a sinistra non ispira entusiasmi né speranze: il referendum del 4 dicembre sembra aver sancito – definitivamente e senza appelli – una rottura tra “classe dirigente” e cittadini, inasprendo ulteriormente le condizioni di sfiducia nelle istituzioni che caratterizzano l’attuale situazione politica. Ma ancora una volta nessuna riflessione sui motivi del voto, su alcune scelte che dovrebbero preoccupare soprattutto la sinistra – penso al voto dei giovani e a quello nel Mezzogiorno. Al contrario, nel momento in cui sarebbe necessario elaborare una risposta politica, la discussione, ridondante e interminabile, si incentra esclusivamente sulla legge elettorale.

Mentre infatti la democrazia è alle prese con una crisi che non è solo economico-finanziaria, ma di valori, le classi dirigenti non sembrano in grado di interpretare le forme di protesta, di sfiducia rispetto a scelte politiche che non distinguono più la sinistra dalla destra. Il Paese ha perso il 10 per cento del PIL negli ultimi sette anni, e gli investimenti pubblici sono ridotti ai minimi storici: la sinistra, nata come il luogo del lavoro e dell’eguaglianza, appare come il partito delle privatizzazioni e della difesa dei privilegi o, peggio ancora, come una forza rinchiusa su se stessa, preoccupata di difendere spazi di potere.

I cittadini si sentono insicuri e percepiscono le istituzioni, a ogni livello, come organismi incapaci di rispondere alle attese e alle difficoltà. Viviamo in un Paese, verrebbe da dire, senza più speranza nel futuro; ciò innesca un moto di sfiducia che rischia di essere cavalcato dalle forze populiste e xenofobe che cercano di intercettare le espressioni più radicali della rabbia sociale per aumentare il proprio consenso.

Ma, ancora una volta, alla crisi di fiducia fa da contraltare una grande istanza di partecipazione alla vita civile, che viene soprattutto da chi si impegna nel volontariato, nel terzo settore, nel mondo della cultura. I cittadini tornano protagonisti scegliendo di curarsi del proprio ambiente sociale e urbano, della tutela dei beni culturali, delle periferie degradate delle città: si impegnano nella valorizzazione della cultura organizzando eventi, mostre, letture, gestendo biblioteche di quartiere, spendendosi in attività in favore dei beni comuni, fondando comitati a difesa del patrimonio culturale; e infatti, nei giorni drammatici del terremoto di questa estate, l’impegno generoso di tante donne e uomini ha mostrato la parte migliore del Paese.

Pochi giorni fa sono stato invitato dagli studenti del corso di Filosofia del diritto della Bocconi a partecipare al primo incontro della loro associazione Res Ethica. Il loro sforzo è quello di discutere e far discutere il tema della cultura come fondamentale per la costruzione di una società basata sull’etica.

È solo uno dei moltissimi esempi di come giovani donne e uomini cerchino le forme per ricostruire il Paese partendo dal valore della cultura.

Questo mi ha colpito durante i dieci mesi nei quali ho ricoperto la carica di Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo: nelle tantissime occasioni di dialogo che mi sono state offerte dal mio ruolo, ho colto soprattutto un forte bisogno di cambiamento e una decisa richiesta di attenzione verso le esperienze di impegno civile e promozione dei territori, verso un’energia positiva che attraversa il Paese pur nella consapevolezza delle difficoltà.

Per questo credo che, pur in una situazione all’apparenza così compromessa, abbiamo l’opportunità di determinare quale sarà la sinistra che ricostruirà il Paese, scegliendo i temi e le priorità intorno alle quali aggregare sia le forme di cittadinanza che si rifanno a una tradizione riformista – che oggi sembrano vivere le loro esperienze civili malgrado la politica – sia gli elettori che hanno dimostrato più volte un’esigenza di cambiamento senza trovare una risposta. Elettori che oggi sembrano poter fare a meno della politica.

Per farlo occorre cambiare il modo di fare politica, occorre ripensare i modi, le forme, i contenuti dell’impegno della politica e delle istituzioni, consapevoli del fatto che la stagione del riformismo così come lo abbiamo conosciuto è finita. Occorre che la classe politica sia davvero pronta ad accogliere le istanze che provengono dalla società civile e si adoperi per trasformarle in una proposta forte, organica, efficace e realmente innovativa quella voglia di partecipazione forte e diffusa.

Al momento credo che nessuno dei partiti presenti in Italia sia davvero riuscito a raggiungere questo traguardo. Non ci sono riuscite le forze progressiste più tradizionali; ma anche quei movimenti che nel recente passato si sono dimostrati capaci più di altri di dialogare con le molte energie vive del paese e di coinvolgere tanti cittadini assai critici verso le abituali dinamiche politiche non sono riusciti né ad elaborare un’idea chiara del paese che vogliono costruire, né a chiarire le modalità attraverso le quali intendono raggiungere l’obiettivo, né, tanto meno, a individuare meccanismi chiari di selezione e formazione della classe dirigente.

Eppure, a voler guardare bene, altrove ci sono alcune esperienze dalle quali sarebbe possibile trarre ispirazione. Penso a Bernie Sanders, che nella sua corsa per la candidatura democratica alla Casa Bianca non solo ha saputo riportare al centro del dibattito politico statunitense i temi della lotta alle diseguaglianze e della solidarietà sociale, ma è riuscito ad aggregare intorno ad essi tanti giovani sostenitori, grazie alle proposte del suo programma economico ispirate ai principi di equità, redistribuzione delle risorse e sostenibilità sociale e ambientale.

Anche qui in Italia penso si debba avere il coraggio e l’ambizione di immaginare e provare a costruire un paese differente, riallacciando i legami sociali e ricreando quel senso di comunità che abbiamo smarrito. Dobbiamo rifondare lo stato sociale, per garantire ai cittadini il rispetto dei loro diritti e una risposta ai loro bisogni. Dobbiamo definire un nuovo contratto sociale per creare condizioni di eguaglianza, per dare una grande opportunità al Mezzogiorno, un futuro ai giovani, certezze ai meno giovani. Dobbiamo partire dall’ascolto, dalla grande energia che c’è nel paese e lavorare per innescare un reale e duraturo recupero della fiducia dei cittadini nel discorso politico, mettendo al centro del nostro sforzo le priorità dalle quali ripartire. Temi diversi, che però si integrano in un progetto di ampio respiro che mira a ricostruire la coesione sociale, la partecipazione civile e la possibilità di investire in un futuro che non costringa i nostri giovani, come troppo spesso accade, a lasciare il paese per avere la speranza di mettere a frutto la loro formazione. Sono temi che toccano la vita reale delle persone, che entrano nella loro quotidianità e rispetto ai quali il loro atteggiamento può anche essere “radicale”, nel senso in cui lo intendeva Hannah Arendt quando, in Banalità del male affermava che «solo il bene ha profondità, e può essere radicale». Sono temi imprescindibili per un’idea differente di paese: scuola, cultura, ricerca, lavoro, paesaggio.

In primo luogo, quindi, la scuola: un settore che troppo spesso è stato vittima di tagli selvaggi, con il corpo docente in balia di riforme lasciate a metà, che non hanno risolto i veri problemi dell’istruzione italiana, ma anzi hanno a volte contribuito ad aggravarli.

Il dibattito intorno al ruolo della scuola è divenuto cruciale in un momento storico che si può definire senza esitazioni di profondo cambiamento da diversi punti di vista: le trasformazioni che la nostra società sta vivendo pongono le nuove generazioni di fronte a sfide inedite sia sul piano delle forme e delle modalità di apprendimento, sia sul piano delle prospettive occupazionali, con la messa in discussione di percorsi e garanzie dati per acquisiti dalle generazioni precedenti, sia su quello dei contesti e delle relazioni sociali, con la necessità di un continuo confronto, di una ridefinizione delle prassi e dei valori che sono richiesti dai mutamenti provocati dalla convivenza con le culture altre, dai progressi scientifici e tecnologici e dalla stessa evoluzione interna delle dinamiche economiche e sociali.

La scuola italiana non deve rinunciare, sull’onda di facili entusiasmi, alla sua tradizione e a quanto di buono e di peculiare – nel confronto con i sistemi scolastici degli altri Paesi – ha saputo costruire; ma allo stesso tempo è indispensabile che essa si apra all’innovazione, compiendo uno sforzo che, idealmente, dovrebbe andare di pari passo con un grande sforzo di investimento da parte dei decisori politici.

Nel merito delle scelte, come è stato osservato in più occasioni, il deficit culturale che caratterizza una parte non irrilevante anche di coloro che hanno accesso all’istruzione superiore e persino universitaria non è tanto un deficit di conoscenze, quanto un problema di mentalità, di assenza di metodo, di capacità di analisi e di interpretazione.

Non si tratta quindi solo degli effetti di una mancanza di risorse materiali, quanto dell’inadeguatezza dell’offerta educativa. È fondamentale, a questo proposito, uscire da una logica di contrapposizione che vede l’idea per la quale la formazione scolastica serve innanzitutto a trovare lavoro (o, rovesciando la prospettiva, a formare lavoratori qualificati per quanto richiede il mercato) opporsi a quella per la quale l’obiettivo dovrebbe essere invece la formazione della persona (o, meglio ancora, dei futuri cittadini). È questa un’ipostazione che, negli anni, ha lacerato il tessuto del Paese e che va oggi superata, restituendo alla scuola, oltre a dei chiari e aggiornati obiettivi formativi, quel ruolo imprescindibile di avamposto nella lotta all’esclusione sociale che ha svolto per decenni. Per far questo occorre certo un ampio piano di investimenti, ma è essenziale anche un reale coinvolgimento degli insegnanti nei percorsi di ammodernamento e riforma; insegnanti a cui vanno restituiti dignità e orgoglio per la loro professione, oltre che valore alle loro retribuzioni.

Dobbiamo inoltre considerare che una parte fondamentale della sfiducia dei cittadini si fonda su preoccupazioni di prospettiva e su nuove forme di paura: l’aumento delle diseguaglianze ha impoverito le famiglie a basso e medio reddito, mentre l’innovazione tecnologica ha aumentato la disoccupazione e ridotto la forza contrattuale dei lavoratori, creando nuovi spazi di incertezza e di disagio sociale. In ambito economico, le scelte fatte anche dai governi di sinistra hanno inciso non solo sui rapporti di politica industriale – pubblico/privato – ma sulle condizioni di convivenza all’interno della società, sulla sicurezza dei cittadini e sui caratteri della democrazia, producendo purtroppo risultati che non andavano nella direzione auspicata, perché i mercati, lasciati senza controllo, hanno creato situazioni irresponsabili a danno delle classi più deboli.

Sui temi di politica economica occorre ritornare a confrontarsi, senza timore di riconoscere gli errori fatti e sforzandosi di individuare soluzioni alternative a quelle finora adottate. È necessario aprire un dibattito nel Paese per orientare gli interventi in modo da prefigurare un modello di tessuto produttivo per i prossimi anni: occorre una visione strategica che guardi alla prospettiva di lungo periodo e indirizzi l’azione delle imprese. Come sottolinea Salvatore Biasco, «fare politica industriale non significa soltanto risolvere le crisi di impresa, ma definire i settori strategici, definire le missioni strategiche e gli strumenti che le accompagnano; produrre programmi mission oriented in un’ottica di lungo periodo, che stabiliscano cosa siamo disposti a pagare per ottenere che cosa; curare particolarmente la governance dei processi». Per fare in modo che il Paese torni ad essere competitivo, dovremmo varare, come scrive ancora Biasco, «un piano pluriennale per la ricerca, con una visione di lungo periodo focalizzata su alcuni grandi progetti di sviluppo tecnologico, una governance unica dell’intero settore e una Agenzia per la ricerca a garanzia dei meccanismi di valutazione secondo criteri internazionali e per unificare i fondi pubblici».

Lavorare sulle prospettive future vuol dire avere la consapevolezza che abbiamo di fronte un mondo differente da quello in cui si muovevano i leader riformisti del Novecento, che i loro insegnamenti devono essere di guida al nostro sforzo di cambiare. Ma per fare questo non basta essere efficienti; occorre fare in modo che le nostre scelte siano condivise e non calate dall’alto, pensate, partecipate, creative e non burocratiche.

L’epoca della leadership è destinata a finire. È giunto invece il tempo di formare un gruppo di donne e uomini che sappiano condividere e coordinare un progetto politico, definire una forma partito aperta alle esperienze della società, permeabile al mondo delle associazioni e del volontariato, capace di riprendere il dialogo sociale con le rappresentanze sindacali e non pensare di andare avanti escludendo i lavoratori dallo sforzo di innovazione di cui abbiamo bisogno.

Occorre iniziare a sperimentare seriamente un modello economico alternativo rispetto a quello che ci ha condotto a questa crisi: un modello non più basato esclusivamente sulla produzione e il consumo di merci, ma sul rispetto dei cittadini, sulla tutela dell’ambiente, sulla promozione della nostra più grande ricchezza, che è la bellezza paesaggistica e culturale di cui siamo eredi.

Quanto ho scritto implica un presupposto che purtroppo non suona scontato quanto dovrebbe: per insegnare il valore e il significato della tutela dei beni culturali lo Stato deve essere il primo a conoscerla, rispettarla e valorizzarla, perché garantire il valore di una comunità vuol dire rispettare il passato e investire nel nostro futuro, consapevoli che l’esistenza di ognuno di noi e dei luoghi in cui siamo cresciuti sono i beni più preziosi che possediamo. Questo paese, di cui tutti sottolineiamo la bellezza, ha bisogno di cura, di attenzione, di «tutela».

L’Italia, per la sua configurazione geografica, ha una vulnerabilità elevata, ma al rischio naturale si devono purtroppo aggiungere le scelte sbagliate compiute per decenni: l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha evidenziato come, tra il 1956 e il 2010, il consumo di suolo sia passato dal 2,8 per cento al 6,9 per cento. «Questo vuol dire – si legge nel rapporto – che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze». Dobbiamo invertire questa tendenza e fare in modo che il nostro Paese sia tutelato e messo in sicurezza e che tale iniziativa non sia presentata, come purtroppo molte volte è accaduto, come ostacolo al «cambiamento», alla retorica del fare.

Ecco perché si impone un vero mutamento di prospettiva, per rispetto verso chi è morto sotto le macerie, e per non dover più constatare, reiteratamente, che quando il paesaggio, i borghi, i monumenti, le case non vengono tutelati, il nostro paese si sbriciola, mostrando il volto della morte e non della bellezza.

Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo mettere a sistema le eccellenze, il lavoro delle istituzioni, delle associazioni per definire un grande piano di tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, consapevoli che grazie alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche molti dei rischi naturali si possono prevedere e prevenire. Facciamo in modo che sia questa la prima grande «opera pubblica» di un paese che vuole scommettere sul suo futuro: un progetto nazionale (perché la tutela, come dice la Costituzione, spetta alla nazione) che definisca un piano di lavoro e di sensibilizzazione, destinato anche a contribuire alla crescita responsabile delle nuove generazioni.

Questo progetto passa, naturalmente, anche dalla rigenerazione delle nostre città, dalla definizione di una nuova rinascita urbana. Rigenerazione che si concretizza nella definizione delle green cities, dalla cura delle strade, al verde pubblico, agli spazi comuni, all’abbattimento dell’inquinamento, alle politiche di trasporto pubblico ma anche nella progettazione delle città digitali. Le città, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, devono tornare a essere il fulcro, il cuore di comprensori ben delineati culturalmente e paesaggisticamente, riconoscibili, collegati e connessi, in modo che i centri minori siano facilitati nel fare rete tra loro – condizione necessaria, in una fase di contrazione delle risorse – e lavorare insieme alla promozione e alla valorizzazione dei territori e delle loro specificità.

Un progetto di così ampio respiro non può, naturalmente, prescindere dal recupero del valore della trasparenza nell’agire politico e nelle modalità di funzionamento dell’amministrazione pubblica.

Ecco perché l’illegalità deve essere combattuta in tutte le sue forme: dall’evasione fiscale, ancora troppo diffusa, che si può debellare davvero soltanto con una battaglia culturale che sappia insegnare ai cittadini il valore della responsabilità collettiva verso lo Stato; alla corruzione, che distrugge la trasparenza e inficia il lavoro di tanti cittadini onesti e le aspirazioni dei giovani che si stanno impegnando per costruirsi un futuro; fino a quel cancro ormai insopportabile che è la criminalità organizzata, che tra l’altro comprende benissimo – e cerca ovviamente di ostacolare – le conseguenze che avrebbe sulla sua presa sul territorio un rinnovamento culturale che coinvolgesse i cittadini in un progetto diffuso di consapevolezza e di recupero dei beni comuni e, con essi, delle idee stesse di comunità, di cooperazione, di legalità.

Solo se ogni cittadino, nel suo ambito professionale, nella sua vita quotidiana, nelle sue relazioni sociali, saprà schierarsi in modo deciso contro qualsiasi forma di illegalità, potremo raggiungere l’obiettivo di una società più sicura e più equa, in cui non valgono i rapporti di forza e in cui nessuno viene lasciato indietro.

Ma affinché nessuno venga lasciato indietro è necessario che anche la macchina amministrativa sia riorganizzata e resa più efficiente e più vicina ai bisogni dei cittadini: lo Stato non può continuare a essere percepito come un nemico che punisce in forme a volte addirittura persecutorie. Se non si ricostruisce un rapporto di fiducia tra i cittadini e la cosa pubblica, se i cittadini non tornano a sentirsi protagonisti dei processi decisionali, la forbice tra la classe dirigente e il resto del Paese non potrà che continuare ad allargarsi. Molte delle istanze che giungono da più parti, sebbene spesso distorte e amplificate dal linguaggio gridato dei media e dei social, sono certamente condivisibili, specie quando chiedono una decisa semplificazione della burocrazia, meno spese per il mantenimento dell’apparato statale, meno sprechi di risorse, una giustizia più rapida ed efficiente, un Paese più trasparente, che sappia dare valore al merito, ridurre la sperequazione economica tra lavoratori e dirigenti e mettere un argine alle rendite di posizione.

«La nostra vita», ha scritto Zygmunt Bauman in L’arte della vita (Laterza, 2009), «è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile».

Ma i cittadini non possono essere lasciati soli a tentare questo cambiamento radicale, a tentare di ricucire lo strappo che attraversa il Paese, che è di natura politica – causato soprattutto dall’affermazione dell’uomo solo al comando, e dal conseguente polarizzarsi del discorso politico in schieramenti contrapposti e disposti più allo scontro verbale che al confronto costruttivo –, ma anche di natura economica e sociale, con la progressiva contrazione della classe media e l’allargarsi inesorabile della forbice tra ricchi e poveri, come dimostrano le cifre rilasciate dall’Istat lo scorso dicembre, che parlano di un italiano su quattro a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Dobbiamo proteggere i più deboli, quelli che non riescono ad essere i migliori perché sino a oggi abbiamo fallito il nostro compito di riformisti: aiutare anche gli ultimi. Non possiamo continuare a guardare solo alle classi dirigenti, ma dobbiamo stare tra e con i cittadini.

Devono essere le istituzioni a definire le linee di una governance locale e nazionale che possa davvero rilanciare il Paese attraverso le coordinate che abbiamo definito: cultura, scuola, lavoro, ricerca, paesaggio. Ma esse hanno anche e soprattutto l’importante compito di predisporre il terreno perché possa svilupparsi in autonomia un nuovo dibattito intellettuale sovranazionale, che trovi le sue basi naturali e condivise in uno sviluppo sostenibile a favore delle generazioni future; in un approccio alla cultura non solo come deposito di conoscenza, ma anche e soprattutto come veicolo di dialogo, di solidarietà, di integrazione; in un cammino verso uno sviluppo digitale che sia strumento di una libertà consapevole e non mezzo di diffusione di populismi e intolleranze: insomma, uno spazio comune europeo che sappia guardare oltre l’austerity, che sappia mettere in atto – attraverso la riscoperta della fiducia – un grande processo di ricostruzione prima di tutto sociale, che sappia riscoprire quel sogno di unione delle differenze nel quale la cultura torni ad essere protagonista, mediatrice di contrasti e fucina di idee.

I padri costituenti sapevano che il paese, dopo il ventennio fascista e la guerra, andava ricucito e ricostruito. Erano convinti della necessità di conciliare democrazia e diritti civili; per questo il primo loro impegno fu quello di scrivere una Costituzione capace di prefigurare un paese orgoglioso della sua storia e capace di disegnare il suo futuro.

Il paese che abbiamo di fronte è diviso e piegato su se stesso: dobbiamo definire una forma politica capace di “fare un congresso” non per contarci, ma per definire le idee di un programma riformista, un’idea di Italia.


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