La massiccia partecipazione referendaria, in particolare per i quesiti sull’acqua e sull’energia, ha messo in luce la volontà della maggioranza del paese di  rimettere al “centro del piatto” l’individuo, il cittadino, la persona, con i suoi bisogni inalienabili.
Questo bisogno di far sentire la propria voce è per certi versi anche scevro dal senso del voto espresso: l’acqua, per dire, è e sarebbe restata pubblica in ogni caso; ad essere state rigettate, se guardiamo meglio, sono state le logiche sottese, la massimizzazione economica (sotto forma di pericolo percepito) di beni sentiti come personali (e come tali, sorprendentemente pubblici!).

In senso più generale, viene criticato il prevalere della economia sulla politica, l’ingerenza che ha invaso sia ambiti di vita pubblica sia spazi di vita privata. Questa dipendenza della politica dall’economia ha probabilmente contribuito anche a svuotare la politica stessa del suo senso, programmatico, e la democrazia dal suo, che non è solo quello procedurale, ma anche di garanzia per la libertà delle persone che tramite la politica decidono del loro destino, come ricorda oggi Reichlin.

È emerso un forte bisogno di politica, di ritorno alla politica, di forme anche nuove di politica.

Ma questo voto, così come quello delle amministrative, è stato letto (vorrei dire “invece”, ma forse è più corretto dire “anche”) come segnale di una volontà di cambiamento del paese. Sia a livello nazionale, tramite la sonora bocciatura di istanze, temi e candidati espressione del governo attuale; sia a livello procedurale, con la messa in discussione di modalità di gestione della politica percepite come “vecchie”, tramite la scelta di candidati esterni ai partiti, in attrito con essi, o con voti discordi rispetto alle linee ufficiali degli schieramenti di appartenenza o ancora con il ricorso ad aggregatori nuovi, più fluidi, più sintetici che la politica tradizionale fatica anche solo ad inseguire.
Questo secondo aspetto riguarda in modo particolare il centrosinistra, PD in primis.Quello che emerge è dunque un quadro complesso e delicatissimo.

Da un lato c’è stata l’emersione di una volontà popolare forte, quanto meno rispetto al passato. Quella che è stata etichettata con il nome di “popolo dei referendum”, la cui chiamata a raccolta è avvenuta secondo canali tutti interni alla società e tutti esterni alla politica tradizionale: social media, tam tam, incontri di piazza, campagne di pubblicità, web. Il messaggio comunicato per coinvolgere è stato semplice, diretto, chiaro. Forse anche eccessivamente semplificato, ma sicuramente efficace.

Dall’altro lato c’è stata, e c’è soprattutto adesso, una galassia politica, quella del centrosinistra, percorsa da fremiti di cambiamento ma nello stesso tempo frenata da paure e timori di un domani tutt’altro che roseo e di scelte dolorose che dovranno essere compiute.

I leader dei partiti a margine del PD, IdV e Sel, sono al momento più inclini ad accogliere quello che sembra essere il mandato proveniente dalle piazze, o perlomeno ad interpretarne la volontà di riscatto, di ripartenza, di nuovi quadri, squadre, dinamiche, sfide… di elaborazione di soluzioni diverse.
I leader e la classe dirigente del PD vivono invece un imbarazzante disagio, che si esprime in un empasse procedurale che risuona con orrore nelle orecchie di buona parte degli elettori. La ponderatezza e la preoccupazione per le scelte che saranno da compiersi in un futuro prossimo vengono tradotte da questi ultimi come un rifiuto dell’onda energica proveniente dal “basso”; peggio ancora, intravedendo in questa “tepidezza” una delegittimazione del proprio coinvolgimento, fino a poche settimane fa nemmeno sperato; delegittimazione che tra l’altro, potenziata dal fiume emotivo ancora in piena nei movimenti che percorrono le vie del paese nella scia di queste campagne, rischia di ritornare come un boomerang ancora più devastante sulla già scarsa capacità comunicativa del PD, intento da tre anni ad elaborare progetti e strategie che non riesce a comunicare.

Il punto da cui provare a ripartire, perlomeno a ragionare, sembra essere proprio qui, in questa incomunicabilità. Chi vota non capisce le decisioni di chi ha votato. Chi è stato votato, ritiene che i problemi siano tanti e tali da non potersi permettere di ascoltare la voce di chi solleva dubbi e critiche circa scelte di cui non capisce il senso.

Se potessi rivolgermi a tutti i dirigenti del PD e a tutti i suoi elettori, oggi mi piacerebbe chiedere: “Perché chi decide pensa che non valga la pena spiegare e chi non capisce pensa che non valga la pena chiedere?”

Perché le ragioni di una classe dirigente che deve comporre il complesso quadro delle istanze collettive per il bene comune non trovano posto, valore e significato condiviso in chi è chiamato a sostenere questa direzione e perché le ragioni di chi è fondamentale per la riuscita di un progetto politico, tramite il suo voto, percepisce come costantemente depotenziata la sua voce?
È venuto meno è il canale di contatto dentro cui esprimere un messaggio che possa essere biunivoco, comprensibile in entrambe le direzioni, da chi lo pronuncia e da chi lo ascolta.

Una certa parte della sinistra, del PD soprattutto, parla una lingua che non trova spazi e che ha smarrito i codici.
Usa una comunicazione afona, che non conosce e non governa più le logiche del dialogo possibile.
Il rischio del perdurare di suoni muti è altissimo.
Ma la posta in gioco per questo paese, per il futuro della sinistra, per un progetto riformista che si impegni a fornire risposte difficili, non è egualmente alta per rischiare di spazzare via tutto?


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