cortile dei gentili

La locandina dell’incontro

È per me un onore accogliere l’invito a partecipare a questo incontro, che rappresenta a mio avviso un’eccezionale occasione di confronto su un tema che tocca tanto profondamente l’esperienza più intima di ognuno di noi. Il Cortile dei Gentili, promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura, fornisce lo spazio ideale per mettere in atto un dialogo vero, proficuo, paritario tra credenti e non credenti, che hanno, in questo ambiente corale, la possibilità di esprimere le loro convinzioni in un contesto di altissima qualità scientifica e culturale, giungendo ad un reale arricchimento reciproco.

Il tema scelto è forse il più difficile dell’intera esperienza umana. Il dolore che si abbatte inaspettato e improvviso, che spezza e stravolge l’esistenza quotidiana costringendoci a ripensare le nostre priorità e il concetto di noi stessi che ci siamo costruiti nel corso della vita, è un’esperienza che, seppur in misure diverse, ogni donna e ogni uomo si trova purtroppo, prima o poi, ad affrontare; una malattia improvvisa che colpisce noi stessi o i nostri cari, un lutto che non riusciamo ad accettare, una disabilità con cui ci troviamo a convivere: si tratta di ferite che spesso non si rimarginano mai, con le quali dobbiamo imparare a coesistere e dalle quali dobbiamo apprendere un nuovo approccio esistenziale, che finirà per ridefinire la nostra abituale scala di valori. Ma non possiamo fare tutto ciò da soli: è allora compito della comunità intera, nelle sue più varie espressioni, dalla rete familiare a quella delle relazioni sociali, dal tessuto associazionistico al volontariato, ma anche e soprattutto alle istituzioni, quello di garantire la massima vicinanza morale, affettuosa, psicologica e pratica e il massimo sostegno alle famiglie che si trovano ad affrontare esperienze così sconvolgenti. Solo una società che sa prendersi carico del dolore e della sofferenza dei singoli può, infatti, concretizzare pienamente l’aspirazione di ogni cittadino a vivere in un contesto solidale e non in una situazione di individualismo selvaggio, in cui ognuno è abbandonato a se stesso. 

Il presidente Ciampi si espresse a tal proposito nel 1999, alla prima Conferenza Nazionale sulle politiche della disabilità, con queste parole: «L’umanesimo del nuovo millennio si indirizza verso la migliore qualità della vita e la pienezza dell’esistere, parametri che non coincidono con l’efficienza produttiva e consumistica della persona, ma con quelli del rispetto e della promozione della dignità e della libertà dell’individuo».

Un auspicio che purtroppo non sembra, a distanza di quasi un ventennio da quel discorso, non essersi realizzato. C’è purtroppo da dire che si era allora, sul finire dello scorso secolo, in uno scenario assai differente da quello attuale, non ancora offuscato dalla crisi economica e dalla crisi della politica che ha aperto le porte al diffondersi di vari generi di populismo – da quello politico, appunto, fino ad arrivare a quello che potremmo definire pseudoscientifico, per cui si assiste, in misura sempre maggiore, al diffondersi di teorie complottistiche che ricercano il capro espiatorio da incolpare per il dolore, per la malattia, di cui non si riesce a spiegarsi la ragione: si finisce così per immaginare uno Stato criminale che avvelenerebbe i suoi cittadini o attraverso le campagne vaccinali che causerebbero l’autismo, o con il presunto boicottaggio delle terapie alternative che in realtà, nella maggioranza dei casi, si sono rivelate vere e proprie truffe; tutto questo – in un momento storico in cui la società è, purtroppo, sempre meno coesa e sempre più insicura – è un processo rischioso al punto che il movimento antivaccinale ha assunto ormai proporzioni talmente preoccupanti da far scendere in campo numerosi enti, associazioni e singoli studiosi in difesa di una pratica che ha consentito, nel secolo scorso, di ridurre drasticamente la mortalità infantile.

Ma se gli individui, smarriti in una società complessa e iperconnessa ma povera di riferimenti culturali, morali e scientifici di reale valore, tendono a cercare di spiegarsi la ragione della sofferenza e del dolore per queste vie, ciò è anche sintomo, purtroppo, di una risposta troppo tardiva o troppo indecisa da parte dello Stato: risposta che tuttavia presuppone ovviamente, e non si può non considerarla, la necessità da parte delle istituzioni di rappresentare in modo paritario tutte le varie espressioni umane di fronte all’esperienza del dolore.

Si tratta di legiferare e intervenire in una sfera di eccezionale complessità, che include le più intime e personali convinzioni dei cittadini, i quali hanno diritto naturalmente a vederle tutte ugualmente rispettate.

Si entra qui nel dominio di quella che Michel Foucault definì biopolitica: un termine che nell’accezione usata dal filosofo francese indica le pratiche con le quali il potere politico gestisce le discipline del corpo, a partire da un arbitrario concetto di normalità elaborato sulla base di discipline che vanno dalla genetica alla statistica, dalla demografia alla psichiatria; si tratta di un fenomeno che Foucault lega strettamente allo sviluppo dell’assetto capitalistico della società, in cui, come scrive nel 1976 nel saggio La volontà di sapere, «si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte», perché la società stessa avverte la necessità di un controllo pervasivo sui processi biologici proprio per normalizzare una varietà di esperienze altrimenti irriducibili a modelli predeterminati.

Mario Mapelli, insegnante di scuola secondaria esperto nell’integrazione della disabilità, ha scritto nel volume del 2013 Il dolore che trasforma che «Foucault ha dimostrato che il sapere clinico fonda la sua scientificità proprio a partire dalla morte. La medicina ha reso possibile l’oggettivazione della morte, consentendone un’elaborazione concettuale, che ha permesso di riammetterla nell’ambito del discorso razionale». Tuttavia, continua Mapelli, la morte, «spiegata come fatto naturale, lungi dall’essere considerata un processo naturale, si presenta sotto le sembianze inquietanti dell’incidente. Non si muore più, ma si viene uccisi dalla malattia, dall’errore umano, dall’arretratezza delle scoperte scientifiche, dalla propria debolezza. Laddove si coltivi la fantasia onnipotente di “guarire la morte”, essa diventa dunque forza esterna, ostile, inesorabile, che non perdona l’uomo e che quindi non può essere da lui perdonata».

Qui si apre uno scenario particolarmente complesso, ai limiti tra scienza ed etica, che ci conduce a interrogarci su quali siano i limiti della ricerca scientifica nel tentativo pur lecito e necessario di salvare una vita.

Stabilire dove debbano giungere i confini dell’azione statale nella gestione dei momenti più difficili e drammatici dell’esperienza umana è un compito arduo per qualsiasi legislatore. La fine della vita come scelta, per chi si dichiara favorevole all’eutanasia; il suo inizio, in particolare nel caso della scelta di portare avanti o meno la gravidanza di un bambino affetto da gravissime patologie; la volontà di ricorrere a cure non riconosciute dalla comunità scientifica: queste sono alcune delle situazioni che il legislatore è chiamato a disciplinare, e ha il dovere morale di farlo attenendosi in primo luogo al rispetto delle convinzioni e della libertà dei singoli, ma allo stesso tempo tutelando la parte più debole e il rispetto dei principi ideali a cui si ispirano sia il dettato costituzionale sia le sue espressioni in termini di leggi e normative vigenti; principi ideali che trovano la loro sostanza in un accordo equilibrato tra il sentimento religioso, il riconoscimento del valore assoluto di ogni vita umana e il diritto di autodeterminazione degli individui che fonda il nostro concetto di democrazia.

L’esperienza cristiana, profondamente intrisa del senso carnale del dolore e della sua accettazione come parte fondante del mistero della Resurrezione, da sempre si pone come punto di riferimento del cittadino nella comprensione del dolore innocente: chi non ricorda il passo di Dostoevskij “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini?”. Rispondendo ad un tema da sempre così delicato, Benedetto Croce, nel notissimo saggio del 1942 Perché non possiamo non dirci cristiani, sostiene che con il cristianesimo si è operata «la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta», una rivoluzione «che operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità».

Della nascita della «coscienza morale» Croce si era d’altronde già occupato nel 1939 nel saggio Gesù e l’adultera, dove l’esperienza della compassione diveniva il nuovo valore cardine di una religione non più strutturata sul legalismo assoluto e su una precettistica vuota, ma piuttosto sull’empatia e sul riconoscimento dell’imperfezione umana, alla quale si può far fronte solo attraverso la sua accettazione.

Questa volta la citazione è dall’Apocalisse (21.4) “Egli asciugherà ogni lacrima dagli occhi loro e non ci sarà più la morte, né grido, né dolore perché le cose di prima sono passate”.

I germi di questa speculazione, straordinaria nella sua attualità, erano già presenti nel saggio del 1915 L’amore per le cose, dove si legge che «Ora la soluzione vera, la soluzione nobile, la soluzione umana del problema che sorge dal nesso di amore e dolore, di vita e morte, dev’essere l’accettazione senza riserve dell’amore e del dolore […]. Il fine che i “saggi” o “filosofi” si studiano di raggiungere col fiaccare l’energia dell’amore si deve raggiungere, invece, non con questo infiacchimento e cautela sentimentale, ma con l’amare con tanta elevatezza di spirito da ritrovare in questa stessa elevatezza la forza di resistere al dolore».

Vito Mancuso affronta largamente il tema del dolore innocente: della sua accettazione specie da parte dei familiari dei bambini che nascono con gravi disabilità; una fatica quotidiana, un lavoro instancabile che ogni giorno costringe migliaia di famiglie a elaborare nuove strategie per sostenere l’immane compito di convivere con la sofferenza.

«Il cristiano – scrive Mancuso –, sa che la cura dei portatori di handicap è una delle supreme attività, forse la suprema in assoluto, che l’amore umano conosca. Qui si manifesta la completa gratuità, a volte non c’è neppure un sorriso in cambio, perché l’interessato neppure è in grado di sorridere». La chiave della sua speculazione è quindi, ancora una volta, l’amore, «che ci libera di tutto il peso e ci apre nuovi orizzonti», come hanno scritto i promotori di questo incontro.

Ecco perché è così importante e necessario un franco e costruttivo confronto sulle esperienze più estreme del vissuto umano che coinvolga credenti e non credenti: perché è evidente che, seppur nella diversità di opinioni e paradigmi che è il sale di una società aperta e democratica, l’obiettivo è lo stesso per gli uni e per gli altri, ovvero quello di trovare percorsi comuni che ci aiutino a costruire una comunità in cui nessuno resti indietro, e in cui l’azione solidale torni ad essere il fulcro di quell’«umanesimo del nuovo millennio» di cui parlò il presidente Ciampi, che ho citato all’inizio di queste mie brevi riflessioni.

Umberto Curi, nel suo libro Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, ha indicato come carattere fondamentale dello «statuto umano» il suo «essere costantemente in bilico tra miseria e grandezza, fra prosperità e affanni, fra gioie e dolori, fra salute e malattia», l’essere «sempre e comunque esposti insieme all’una e all’altra cosa, il non poter mai essere soltanto uno». Le esperienze e le testimonianze di queste giornate sono certo abbiano dato largo conto di questa sua osservazione; e io credo che noi tutti dobbiamo trovare il coraggio di non abbandonarci al nichilismo e all’indifferenza, quando non all’insofferenza, verso chi cerca di scuoterci dal nostro torpore, mettendoci di fronte alle prove che sono imposte ogni giorno a moltissime persone. Non si tratta di pietismo o di dovere civico, ma significa in primo luogo compiere un passo concreto verso una società meno anestetizzata dal rumore di fondo del caos mediatico a cui continuamente siamo sottoposti, una società più coesa e consapevole, più capace di creare legami reali e tangibili.

Solo un umanesimo che ci conduca a riprendere coscienza dell’esistenza del dolore, non più occultandolo o fingendo di dimenticarcene, ma anzi fermandoci più spesso a considerarlo come elemento fondamentale dell’esperienza umana, e sforzandoci di sospendere la corsa verso una crescita sfrenata che diviene non più progresso ma piuttosto esasperato cinismo, solo un umanesimo inteso in questo senso può aprire la strada ad una nuova stagione della vita civile, una stagione fatta di «relazioni che creano armonia», come scrive ancora Mancuso,  in cui istituzioni, enti, associazioni e cittadini – esempio di straordinario valore è la Onlus Fabio Sassi per le cure palliative, di cui abbiamo appena ascoltato la testimonianza – collaborino affinché nessuno resti solo ad affrontare quel dolore innocente la cui comprensione, seppur terribile e sconvolgente, è ciò che ci permette, in fondo, di restare umani.

Vorrei concludere con le parole di Isaia, riprese da papa Francesco: “tutti coloro che curano i malati e sono vicini a chi soffre, continuano l’opera di Cristo. “Asciugare le lacrime dagli occhi dei sofferenti è compiere lo stesso gesto che Dio riserverà alla fine del tempo” (Is 25,8; Ap 21.4). E vorrei avvicinare al tema della Misericordia, così caro a papa Francesco, quello della generosità. “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 34-36).

La generosità è la qualità di chi ha nobiltà e grandezza d’animo e le dimostra nel sapersi dedicare interamente a una nobile causa, nello spirito di sacrificio, nel coraggio, nel disinteresse e bene verso gli altri.

L’origine di questo significato risulta evidente accostando generosità a generoso e considerando che la prima deriva dal secondo: entrambe le parole discendono dal latino, rispettivamente da generosĭtas e da generosus e quest’ultimo, a sua volta, da genus –nĕris nel significato di “nascita, stirpe”; dal convincimento quindi che la nobiltà di nascita dovesse necessariamente implicare una naturale propensione alla virtù e al sacrificio verso gli altri nasce il significato traslato, e più diffuso, di generosus “che ha nobiltà e grandezza d’animo”, come è attestato, fra gli altri, nell’Institutio oratoria di Quintiliano: “est generosissimus hominum non qui claritate nascendi, sed qui virtute maxime excellet”.

E, per concludere, tra le molte attestazioni, varrà la pena ricordare questa, tratta da un passo di Humanisme intégral di Jacques Maritain: “[...] les hommes qui travaillent à l’instauration d’une nouvelle chrétienté se dévouent en même temps, par une coopération généreuse, à rendre plus humain et plus juste le monde dans lequel ils sont engagés”.


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