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foto di Alfonso Zuccalà, scattata sulla collina dell’abbazia di San Mauro a Sannicola (LE)

Oggi aspetterò il tramonto all’abbazia di San Mauro a Sannicola, ascoltando la musica dei Radiodervish alla presenza dell’ambasciatrice dello Stato di Palestina a Roma. Un invito alla pace e al dialogo di cui sono particolarmente grato all’associazione Metoxé.

Cara presidente, gentile ambasciatrice,

Sono davvero onorato stasera di aspettare il tramonto a San Mauro con tutti voi. Un tramonto a cui avete voluto dare oggi un significato particolare: di pace, di cultura e di dialogo. Un tramonto che molti bambini che hanno perso la vita a Gaza nelle ultime settimane, non potranno vedere, vittime di una violenza che nessuna motivazione potrà mai giustificare.

L’Unicef ci dice che Il 31% dei morti in questi giorni a Gaza sono giovanissimi; il più piccolo aveva un mese e quasi il 70% meno di 12 anni; mentre più di 100.000 ragazzi hanno dovuto abbandonare le loro case.

Un tramonto che non potrà più vedere nemmeno Simone Camilli, il videoreporter italiano rimasto ucciso durante il suo lavoro da un ordigno inesploso.

I suoi documentari mostrano meglio di qualunque parola come i cittadini di Gaza non vogliono una guerra che sanno sbagliata, ingiusta e crudele, e che, al contrario, vogliono vivere in pace come tutti noi. Sarebbe importante come ha detto la mamma di Simone che la sua morte ci aiuti a riflettere sulla tragedia che si sta consumando a Gaza e ci spinga ad individuare le vie della pace.

Dobbiamo fare ogni sforzo affinché le relazioni tra i popoli possano cambiare, affinché 4 mila anni di confronto culturale e religioso teso e spesso violento, possano giungere a una soluzione pacifica. Un esempio di ciò che intendo lo vedo realizzato qui, stasera. Questo è il punto di partenza: la nostra civiltà è basata su dialogo e convivenza, oggi forse smarrite. E il dialogo non può che ripartire dalle radici comuni, dalla storia; dall’amore per un bene culturale di cui ci prendiamo cura, perché un popolo senza memoria è un popolo senza certezze, senza punti di riferimento; dalla musica, come quella che ascolteremo con i Radiodervish, si definisce un linguaggio multiforme capace di superare confini, barriere e muri. Solo così si può raggiungere la convivenza tra popoli e culture diverse.

Penso davvero che non ci sia futuro senza memoria, e per questo ringrazio tutti coloro che hanno contribuito alla salvaguardia dell’abbazia di San Mauro, al restauro dei suoi affreschi, alla conservazione della nostra storia. Vorrei ricordare perché troppe volte lo dimentichiamo che ci sono molti ricercatori italiani che lavorano in  Medio Oriente; alcuni di loro hanno formato dei ragazzi palestinesi, a Jericho nell’arte del restauro, altri si prendono cura degli affreschi della basilica delle nazioni a Gerusalemme. Questa è la forza della cultura, che supera le barriere, che offre speranza e pace. “Tutto si perde con la guerra, nulla si perde con la pace” ha detto Papa Francesco durante il suo Angelus nell’anniversario della Grande Guerra.

Forse dobbiamo avere più coraggio e cambiare la prospettiva e non guardare le situazioni soltanto attraverso il prisma della storia, affidando le soluzioni solo alle grandi diplomazie. Il conflitto del Medio Oriente ha adottato questa metodologia e si è dimostrato praticamente infinito.

La storia bisogna piuttosto rileggerla, guardando avanti; comprenderla spiegando gli errori compiuti, costruirla rispettando le storie differenti dalla nostra. E dare alla cultura, proprio quella cultura che ci insegna a conoscere e rispettare le culture differenti dalla nostra, un ruolo centrale nelle relazioni tra gli stati.

Occorre fare questo con la volontà di trovare una soluzione che rispetti la storia di tutti e non con la volontà di difendere gli interessi particolari di scelte politiche che sino ad oggi non hanno risolto i problemi, ma aggravato la crisi.

Questa riflessione mi ha fatto pensare a un’esperienza di alcuni anni fa a Napoli, ad un gruppo di bambini palestinesi che avevano trascorso l’estate in Italia, grazie al lavoro di preziose associazioni di cittadini. Erano felici di essere al mare, di giocare spensierati, di inventare per il loro futuro una vita da medici o da architetti. Fino a quando non sono cominciati i fuochi d’artificio. I bambini si sono messi a urlare, volevano che finissero subito. Non gli interessavano i giochi di luce. L’importante era non sentire più il rumore sordo dei petardi, troppo simile a quello delle armi, di una guerra che avevano conosciuto troppo presto. Oggi questi bambini sono adolescenti, costretti a vivere ancora un’altra guerra, forse qualcuno di loro anche a combatterla.

Credo che sia una sconfitta umana, prima che politica, non essere riusciti a dare seguito ai loro sogni, a far sì che in questi anni il conflitto in Medio Oriente trovasse una soluzione pacifica e definitiva. Ma sono anche convinto che una nuova generazione stia cercando disperatamente una forma di convivenza possibile con il popolo a loro vicino. Con la forza del dialogo e della cultura, come dimostriamo anche stasera, si può arrivare fino a dove la politica non è riuscita. Per questo ora tocca a tutti noi far sentire la nostra voce, la nostra musica, la forza della cultura che supera le paure, gli interessi e ricerca la pace.


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