castel del monte panorama

una fotografia panoramica dell’interno di Castel del Monte ad Andria

La cultura come strategia per l’Italia e in particolare per il Mezzogiorno: è una proposta* che torna al centro del dibattito pubblico e dell’azione politica dopo molti anni nei quali una visione miope della società italiana e del nostro Paese tendeva a delegittimare e a screditare come ‘spreco’ qualsiasi attività il cui fine non fosse riconducibile a un immediato tornaconto economico; una proposta che in questi mesi è stata condivisa e fatta propria da molte persone provenienti anche da ambiti assai differenti, dalla politica alla cultura, dall’istruzione e dall’università al lavoro, e penso anche a molte associazioni non istituzionali; una proposta che ha spinto molti alla decisione di impegnarsi in prima persona, nella politica e nelle istituzioni, con la consapevolezza che un paese come l’Italia – che della bellezza, dell’arte, della cultura, della musica, dell’architettura, del paesaggio ha sempre fatto la propria vocazione – proprio su questi valori può e deve maggiormente contare per uscire dalla crisi, rilanciare l’economia e l’occupazione, riaffermare il proprio ruolo in un contesto internazionale. Vorrei sottoporre dunque alla vostra attenzione, in questa preziosa occasione di riflessione e confronto, alcune brevi considerazioni sull’importanza appunto strategica che la tutela e la valorizzazione dei beni e delle attività culturali riveste per il nostro Paese, e sui modi nei quali si è cercato, in questi primi mesi di governo, di dare realizzazione concreta a tale idea.

La centralità della cultura, in riferimento sia alla conservazione del lascito del nostro passato, della nostra storia, sia alla produzione di cultura, intesa come arte, musica, letteratura, teatro, cinema, ma anche come ricerca scientifica e alta divulgazione: per affrontare questo tema vorrei prendere le mosse da una frase pronunciata dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento in occasione della consegna delle medaglie d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, il 5 maggio 2003: «è nel nostro patrimonio artistico, nella nostra lingua, nella capacità creativa degli italiani che risiede il cuore della nostra identità, di quella Nazione che è nata ben prima dello Stato e ne rappresenta la più alta legittimazione. L’Italia che è dentro ciascuno di noi è espressa dalla cultura umanistica, dall’arte figurativa, dalla musica, dall’architettura, dalla poesia e dalla letteratura di un unico popolo. L’identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo». Sono convinto che la consapevolezza del fatto che la cultura sia il fondamento della nostra identità nazionale debba indurci tutti a una scelta di responsabilità: la responsabilità di prendersi cura di quanto abbiamo ricevuto in eredità, di quanto ci è stato affidato da chi è venuto prima di noi, e quindi lo studio, la tutela e il restauro delle opere d’arte, dei monumenti, dei testi letterari, dei documenti d’archivio; la responsabilità di non lasciare che si interrompano e si esauriscano, sull’onda della crisi economica, tradizioni plurisecolari nell’ambito della musica, delle arti visive, dell’artigianato, dell’industria culturale; e non meno la responsabilità di prendersi cura, accanto al patrimonio costituito dalla storia e dalle opere dell’uomo, di quello – altrettanto prezioso e ‘fragile’ – rappresentato dall’ambiente e dal paesaggio.

A questa dimensione di responsabilità credo se ne possa affiancare una, non meno importante, di ‘progettualità’, in relazione alla volontà e alla capacità di pensarci come società, come Paese, di immaginare in termini creativi e, appunto, progettuali il nostro futuro. Secondo l’antropologo Clifford Geertz, «non diretto da modelli culturali il comportamento dell’uomo sarebbe praticamente ingovernabile, un puro caos di azioni senza scopo, incapace di pensare il futuro, la sua esperienza sarebbe praticamente informe, senza finalità di interesse pubblico. La cultura non è un ornamento dell’esistenza umana ma una condizione essenziale per il benessere e il futuro di una comunità». Ritengo che una riflessione in questo senso non possa che prendere le mosse dalla consapevolezza di come in questi anni la realtà umana e sociale del nostro Paese appaia devastata non soltanto dagli effetti – di per sé, certo, gravissimi – della crisi economica mondiale, ma anche da una più generale e diffusa crisi di ideali, di fiducia, di valori, di prospettive, che espone la nostra società al rischio di un progressivo disfacimento del suo ‘tessuto connettivo’ e in particolare del venir meno della capacità di ‘sentirsi comunità’. Sono convinto che la risposta, o almeno una possibile risposta, a questa condizione di grave e profonda sfiducia possa venire proprio da una nuova centralità della ‘dimensione’ culturale in ogni ambito della vita associata: con l’obiettivo ideale, forse anche utopico ma da tenere sempre ben presente, di contribuire all’edificazione di una società nella quale la Bellezza, l’Arte e la Cultura si riapproprino del loro statuto di beni comuni e contribuiscano alla costruzione del senso civico – che è fondamento di ogni società –, della coesione sociale e dell’appartenenza alla comunità, e non meno alla capacità di ascoltare le culture altre, di saperle conoscere e rispettare.

C’è infine un terzo ambito, più concreto, nel quale il vasto ambito dei beni e delle attività culturale può giocare un ruolo fondamentale nel nostro Paese: lungi dall’essere un settore ‘improduttivo’ e ‘parassitario’, esso racchiude infatti un potenziale enorme di opportunità per la ripresa e lo sviluppo, anche economico. Sono considerazioni che possono apparire ovvie, ma vale la pena ricordare brevemente che, se quello della ricerca scientifica e tecnologica è un ambito essenziale e irrinunciabile per l’Italia come per tutte le economie avanzate del mondo, altri settori costituiscono invece una specificità e una potenziale eccellenza italiana, ed è anche e soprattutto su questi che dovremmo puntare per progettare un futuro migliore. Penso in particolare all’idea di bellezza, nelle sue molteplici, infinite declinazioni, dall’arte al paesaggio, dai monumenti alla musica, e ai molti modi nei quali essa può contribuire a definire l’identità e l’immagine dell’Italia e, di conseguenza, avere notevoli ricadute positive sul turismo. Ma penso anche a quelle aree di eccellenza nella produzione culturale italiana – l’architettura, il design, alcuni settori della ricerca scientifica e umanistica – e a quegli aspetti della nostra tradizione culturale – le lingue e le letterature classiche, la tradizione esecutiva e interpretativa in campo musicale – nei quali l’Italia può proporsi come un punto di riferimento per culture anche assai lontane. E questo è vero in particolare per il Mezzogiorno, che con il suo patrimonio culturale, artistico e archeologico è una delle zone più ricche di storia d’Europa e forse del mondo; e che in questi anni ha mostrato una straordinaria vivacità nella produzione letteraria, artistica, musicale, nonché nella capacità di raccogliere le comunità attorno a iniziative ed eventi a forte impronta culturale.

Vorrei dedicare ora qualche cenno ai modi nei quali è possibile dare concreta attuazione a queste idee, e in particolare a quanto è stato fatto in questi mesi dal governo nell’ambito della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, con un impegno culminato nell’approvazione del Decreto Valore Cultura. Un decreto fortemente voluto dal Governo e sostenuto dal Capo dello Stato – che mi permetto di ringraziare ancora una volta per il sostegno continuo, convinto – il quale in molte occasioni ha ribadito una visione della cultura come bene comune e come diritto fondamentale dell’individuo, nella convinzione che la cultura è un dovere, verso i cittadini, e verso coloro che verranno dopo di noi.

Il primo e il più importante punto tra quelli previsti nel decreto è il rilancio di Pompei: un progetto che non riguarda soltanto il sito ma l’intero territorio, con la volontà di fare di Pompei una destinazione di eccellenza del turismo culturale del nostro Paese e il simbolo delle buone politiche che l’Italia sa attivare nei confronti degli obblighi di tutela e valorizzazione di uno dei patrimoni più importanti e straordinari del mondo; un progetto di rilancio che si concretizza nel rispetto degli impegni presi, nella valorizzazione dei beni culturali e delle professionalità, nel rispetto della legalità.

La speranza e l’obiettivo sono che Pompei, con i due milioni e trecentomila visitatori che vi si recano ogni anno e il suo patrimonio archeologico unico al mondo, a fronte di investimenti non soltanto adeguati, ma soprattutto ben indirizzati, possa diventare, da metafora del declino dei nostri beni culturali quale è purtroppo percepito oggi, proprio il simbolo della rinascita del Paese.

I dati elaborati da Federculture ci restituiscono un quadro articolato e problematico al tempo stesso: nel Mezzogiorno d’Italia si trova un numero formidabile di monumenti e siti d’interesse archeologico e artistico – il 48% dell’intero patrimonio nazionale. Una grandissima ricchezza con un rilevante potenziale economico. Tuttavia sui circa 113 milioni di euro generati dal  flusso di viste a livello nazionale solo 28 (meno del 25%) deriva da siti e strutture del sud d’Italia e di questi il 75% deriva da 3 siti, Ercolano, Pompei e Reggia di Caserta. Dobbiamo lavorare affinché le decine e decine di siti, piccoli e grandi musei, dimore storiche, case museo, parchi sparsi nel territorio riescano ad esprimere il loro potenziale culturale ed economico. Ma permettetemi di dire che moltissimo in questa regione nei comuni della Puglia, è stato fatto e che sono molti anni che i responsabili delle scelte politiche hanno creduto nella valorizzazione dei beni culturali come leva della sviluppo sociale ed economico.

La scelta di coniugare beni culturali e turismo nell’azione del mio ministero impone una riflessione sulle grandi opportunità che possono nascere da questa decisione, una decisione capace di guardare lontano, funzionale alle ambizioni di crescita del nostro Paese.  Questa scelta dovrà essere accompagnata da politiche rivolte alla valorizzazione dell’innovazione e della ricerca scientifica: ecco perché occorre avvicinare sempre più l’impegno del mio ministero a quello dell’università e della ricerca.

Poche settimane fa sono stato a Foggia, dove proprio l’università, uno dei centri di eccellenza del Mezzogiorno, ha promosso un convegno su Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d’Italia tra conservazione e innovazione. Occasioni come quella e quella odierna ci ricordano come cultura, sapere e ricerca siano parti inscindibili di un unico percorso verso un futuro di crescita umana e sociale, oltre che economica, cui male si adatta ogni criterio di valutazione esclusivamente ragionieristico. Sono un seme prezioso, cui occorre dare il tempo giusto e le cure appropriare affinché possa germogliare e portare i suoi frutti al Mezzogiorno e al paese intero.

Il positivo raccordo tra la cultura e il turismo non potrà che essere fecondo perché valorizzerà le potenzialità dell’uno e dell’altro settore, senza però intaccarne le complesse e specifiche peculiarità. Questo binomio si può sviluppare in tanti modi, ma soprattutto creando percorsi di senso, ben focalizzati in ambiti territoriali specifici, in modo che la visita a un museo, a una città d’arte o a un parco naturale non sia semplicemente un passare in rassegna una serie di capolavori o di monumenti, ma si traduca in un cammino storicamente e culturalmente coerente, o in molti possibili cammini paralleli. L’immensa ricchezza del patrimonio culturale e ambientale italiano ha infatti, tra le molte caratteristiche peculiari, quella di una eccezionale densità di riferimenti culturali secondari: dietro a un monumento antico, ma anche, ad esempio, a un paesaggio alpino, o una stazione ferroviaria dell’Ottocento, non c’è soltanto la storia di quei luoghi; c’è anche la stratificazione lasciata dalla letteratura, dall’arte, dalla musica che quei luoghi hanno descritto e celebrato, o che hanno trovato in essi lo sfondo e lo scenario di eventi e racconti. Un recupero di questa dimensione che può apparire secondaria dei beni artistici e culturali, può rappresentare un modo di valorizzazione del patrimonio innovativo e dal grande potenziale, anche dal punto di vista delle opportunità di occupazione qualificata.

L’investimento nella cultura in questo modo non solo favorisce la crescita economica, ma soprattutto promuove un indotto di ben altro valore, quello di una coscienza collettiva che sempre più salvaguardi «la specificità italiana, nella contiguità, non solo storica ma civile e istituzionale, fra i cittadini e il patrimonio che a loro appartiene».

Più in generale, credo che per un’efficace opera di tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali sia decisiva la capacità di fare sistema: tra Stato ed Enti Locali; tra i diversi attori del mondo culturale; tra cultura e turismo; tra beni artistici e paesaggio; tra istituzioni culturali e associazioni; tra centro e periferia. L’obiettivo che credo dobbiamo porci è quello di un’alleanza per la Cultura, tesa a far nascere e a diffondere presso tutte le forze sociali e in tutti gli ambiti della vita associata una nuova sensibilità e una nuova consapevolezza: quella che mi piace definire come ‘la cultura delle culture’. E con il Decreto Valore Cultura abbiamo voluto dare un segno forte, dopo quasi trent’anni, proprio al valore delle idee, al significato che la cultura ha avuto nella storia del nostro Paese.

Dopo questi primi mesi di impegno nella politica e nelle istituzioni, credo di poter dire che una speranza che questi obiettivi possano essere realizzati venga dal forte bisogno di cambiamento, dalla forte richiesta di attenzione che ho colto nelle moltissime occasioni di dialogo e di ascolto che il mio ruolo mi ha offerto: sono convinto che una straordinaria energia positiva attraversi l’Italia, ed è un’energia che chiede un futuro differente; e sono convinto che sia anche su questa energia, che rappresenta la parte migliore del nostro Paese, che siamo chiamati a costruire il nostro futuro. Perché questo sia possibile, tuttavia, è necessario che cambi il modo di fare politica, occorre ripensare i modi, le forme, in contenuti dell’impegno della politica e delle istituzioni.

L’epoca nella quale viviamo è caratterizzata – vale la pena tornare a ripeterlo, sebbene si tratti di una nozione ben nota – dal predominio dell’apparire sull’essere: un fenomeno che può essere sintetizzato nel semplice assunto per il quale, mentre in passato si ‘compariva’ perché ci si era guadagnati la notorietà con le proprie azioni rivolte alla difesa del bene pubblico, oggi viceversa si è famosi perché si compare, a prescindere da qualsiasi merito personale o da qualsiasi altra considerazione. Quando invece occorrerebbe forse sovvertire questo paradigma, rinunciando preventivamente ad apparire e concentrandosi esclusivamente sul ‘fare’. Non si tratta, si badi, di un’istanza soltanto etica: la rinuncia all’apparire si lega anche, infatti, a un più diretto impegno per il bene comune, a una concezione dell’agire politico come servizio alla comunità, contrapposto ad ogni forma di sterile protagonismo. Nello scrivere, nelle Origines, la storia di Roma dalla fondazione all’epoca a lui contemporanea, Catone sceglieva di non chiamare per nome i singoli condottieri, vale a dire i massimi protagonisti delle vicende da lui narrate: una scelta certo estrema, ma con la quale egli intendeva opporsi al culto carismatico dei membri delle famiglie nobili, elaborando una concezione della storia di Roma come opera collettiva del suo popolo, e contrapponendo al prestigio delle gentes quello della res publica. Ma penso anche alle società primitive dell’America Meridionale descritte da Pierre Clastres, l’antropologo considerato da molti l’erede di Claude Lévi-Strauss, ne La società contro lo Stato: società cosiddette ‘senza potere’, nelle quali il capo è al servizio della comunità, e non viceversa. Credo che sia ancora questo lo spirito con il quale oggi dobbiamo rivolgere i nostri sforzi alla difesa dei beni comuni, e a questi principi deve ispirare la propria azione chi ha l’opportunità di porre le proprie conoscenze e competenze al servizio degli altri.

Vorrei concludere queste brevi riflessioni con una considerazione relativa a quelli che mi sembrano due temi strategici per il futuro del nostro Paese sui quali lavorare per costruire un’Italia diversa: memoria e comunità. «Chi non ricorda, non vive», scrisse uno dei nostri massimi filologi, Giorgio Pasquali; ed è fondamentale, per qualsiasi società, saper conservare, sapersi prendere cura del proprio passato e della propria memoria. È la memoria del passato che ci consente di definire la nostra identità di persone e di comunità; che ci permette di entrare in dialogo con le comunità diverse dalla nostra; che deve guidarci nelle scelte e ispirare il nostro agire.

Accanto alla memoria, credo che sia fondamentale lavorare sull’idea di comunità, al fine di recuperare, come accennavo all’inizio di queste riflessioni, il senso di appartenenza a una comunità solidale: un obiettivo al quale la cultura può dare un contributo decisivo.

Questo è vero in generale per l’Italia, ma è vero in particolare per il Mezzogiorno, dove l’idea di ‘memoria’ e quella di ‘comunità’, adeguatamente valorizzate e incentivate, possono davvero essere il fondamento e il punto di partenza per una rinascita insieme culturale, economica, politica e civile.

*Il testo che ho raccolto in questa pagina del mio blog è tratto da un intervento da me pronunciato a Bari il 29 ottobre 2013, in occasione dell’incontro ”Cultura e Mezzogiorno, una nuova strategia per il Paese”, promosso da Federculture


  1. da p 29 novembre 2013

    E’ indubbio che Lei Signor Ministro, per la prima volta nella storia pur breve del Suo Ministero, ha già fatto il miracolo di portare, finalmente, al centro dell’agenda politica del Governo e del dibattito politico nazionale La CULTURA in generale ma, in particolare LA CULTURA come La strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia!!! Tuttavia siamo all’inizio della salita… perchè i Beni Culturali in Italia, purtroppo, sono da sempre considerati ed avvertiti solo come costi di Bilancio dai poteri forti che condizionano le Istituzioni di Governo, (sia locale che Nazionale).
    Sono personalmente, altresì, convinto che,soprattutto, per il Sud (avendo il 48% dell’intero patrimonio nazionale ed il 20% del patrimonio archeologico mondiale) l’assoluta mancanza di politiche serie per la valorizzazione del Patrimonio Culturale di per sé spiega, quasi del tutto, l’atavico svantaggio economico e sociale delle nostre popolazioni.. che, rapportato nel panorama geo-politico Italiano ed Europeo, diventa ancora più pesante. Pertanto il mio personale augurio e che Lei Dr. Bray rimanga Ministro del MBACT ben oltre la durata del Governo Letta.
    Cordialmente
    Ispettore Onorario per i Beni Archeologici della Calabria
    – Pierino CALONICO -

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