Caro Bartleby,
da tempo non ti scrivo, preso da questo autunno caldo, per clima e per argomenti, vero capodanno sociale per la nostra malandata vita collettiva.
La fine dell’estate se n’è andata tra feste di partito, scioperi e polemiche, scandali e proclami al vento, finanziarie come se piovesse, riti stanchi di miss televisive e parlamentari, magliette e parole. Solo, tutto è un po’ più volgare.
Pensa che ieri, su un canale tv che riporta a galla le memorie di un passato che non è solo filmico (e che, inevitabilmente diventa di costume), insieme a un 386 e all’amorevole povertà immaginifica dei vecchi desktop, i baffi e le giacche d’altra foggia, spalline e occhialoni, è giunto alle mie orecchie un frame del tempo che fu: in un italica cella carceraria, un magistrato (donna – e rispettata) parla con un detenuto, un banchiere, incarcerato per falso in bilancio. Che tenerezza dolorosa.
Ma non ti scrivo, anche se la tentazione sarebbe forte, per piangere sul latte versato di questi anni. Di lacrime e sangue ce n’è già parecchio in giro, di questi tempi.
Voglio invece condividere con te una preoccupazione, crescente e ormai, sfiduciosamente, quasi giunta al culmine: l’assenza di speranza.
Qualcuno, tempo fa, ha parlato del bisogno di rivolta. Mi sa che dobbiamo aggiungercene un altro. Il bisogno di sbagliare.
Quello di cui io sento maggiormente la mancanza, in un momento dove la penuria diventa condizione esistenziale – perché per eliminazione crescente si procede, di speranza, lavoro, futuro – è infatti ancora più radicale. Io rivendico il diritto, della mia generazione, di commettere errori.

Il diritto di avere il proprio spazio, di assumere posizioni amministrative non svuotate ma centrali, di avere occhi e orecchie protagonisti e non subalterni in una politica che non deve essere nuova ma diversa. Il diritto di partecipare attivamente a processi decisionali senza replicare meccanismi di cooptazione, adesione, accettazione.
Il diritto di esserci senza sentirsi dire che prima, a lato, di fianco, ieri, di là era meglio.
Il diritto di provare come hanno potuto fare i miei coetanei lustri fa senza tema di essere accusati di pressapochismo, protagonismo, idealismo, nuovismo.

Non sai con che tristezza nel cuore accolgo la notizia delle ennesime (perché sono tante, come i rivoli di un partito che non riesce a darsi cinque idee cinque condivise da tutti) riunioni dei giovani del piddì, con tutto il valzer del vorrei ma non possiamo (veri o presunti che siano), i manifesti pieni di remore inconsce ancor prima che espresse, i tavoli di idee che non avranno mai fiato a sufficienza per trasformarsi in azione, di progetti pensati che non andranno oltre i blog virtuosi che ne nasceranno. Tutto questo sforzo non ha gambe, perché c’è timore reverenziale di una prassi da cui ci si sente esclusi ma che si continua a far vivere riconoscendole titolo e merito.

Caro Bartleby, non si tratta più di rottamare. Si tratta di azzerare un costume mentale che ha prodotto buchi peggiori di quelli lasciati sulla terra dai Tremors, e se hai memoria immaginifica e cinematografica te li ricorderai.
Perché questo costume non è solo di chi è fin troppo facile bersaglio di risate e ironia, di cinismo e sarcasmo.
Ma lo è anche di chi le risate le leva e le produce. Perché se solo questo ci è rimasto, se abbiamo solo i lazzi, se abbiamo come unica freccia l’idea – ahimè mai feconda – di avere ragione noi, e se ce la facciamo bastare, è colpa nostra. Anzi vostra.
Perché non potendo decidere nulla, svuotati progressivamente del diritto, del voto, del merito delle scelte e, in ultimo, persino degli errori, la responsabilità di questo scempio, io ve la rispedisco al mittente.

Non so se sia tardi o meno, ma certo, è troppo.
E se, per fortuna, ancora non è giunto il momento di assaltare i forni, c’è solo da ringraziare, perché un paese che si muove per disperazione non è un paese sano su cui si possa costruire. È un paese disastrato che si può solo azzerare in attesa di un altro, ennesimo, capopopolo che ci dirà dove dobbiamo andare.

Sai cosa voglio, invece, io, per il mio paese?
Voglio sindaci giovani che le maniche non le rimbocchino solo per i manifesti, voglio presenze operose, partiti sani senza porte che lascino aperte troppe correnti, voglio referendum di cui capisco il senso e rispetto per le decisioni, voglio un parlamento che decida perché io l’ho votato per questo, voglio una polizia di cui fidarmi e non di cui avere paura, voglio una scuola dove i genitori portano libri e non carta igienica, un’università dove i ricercatori sono il fiore all’occhiello e non merce di scambio per carriere stantie, voglio una festa del pd dove non si gioca a tombola, una televisione che mi informa, giornali che non parlano di televisione, voglio essere un lavoratore, voglio un asilo dove mandare mio figlio che sia meglio di quello privato, voglio il mio tempo, voglio esserci – se me lo merito e se ho qualcosa da dire – senza dover chiedere permesso, e voglio poter chiedere scusa, se dovrò farmi da parte.

Ma voglio il mio diritto di sbagliare.


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