Caro Bartleby,
questa tornata referendaria ha restituito ai cittadini il senso della partecipazione alla cosa pubblica, su temi sentiti come propri.
L’accento messo sul voto, sull’importanza del recarsi alle urne come atto non alternativo alle attività anche più ludiche (andare via, andare al mare, andare ovunque tranne che nei seggi per usare l’assenza come arma a sostegno del “no”) segna la differenza rispetto alla esperienze degli ultimi anni, in cui l’abuso del mezzo referendario, l’incomprensibilità dei quesiti, il senso di disillusione dovuto alla percezione di non contare nulla, avevano provocato un ripiegamento progressivo nel privato, vissuto come unica alternativa, anche polemica, al pubblico e soprattutto al politico.
Qualcuno dice oggi che la vittoria di questa sfida, riavvicinare gli italiani al processo democratico, sia una vittoria senza padri, mentre la sconfitta pare averne molti.
Il dato che a me sembra di rilevare è che i cittadini si sono mossi in modo autonomo, si sono ripresi spazi di discussione, ne hanno trovati e creati di nuovi: facebook, blog, video, campagne virali, slogan che spesso hanno rovesciato le paure degli altri, le parole degli altri, mostrando in modo beffardamente e intelligentemente ironico il loro lato grottesco, svuotandole del loro peso e facendole risplendere per quello che erano. Bluff elettorali e timori antichi.
Oggi qualcuno vorrà capitalizzare la vittoria per dire che il vento è cambiato, che il paese può avere un’altra chanche, che esiste una alternativa.
Il voto di questo referendum dice che questa alternativa deve essere costruita insieme con, a partire dalla espressione popolare che ritrova, non rivendica, il suo bisogno di partecipare, di prendere parte.
Il fatto che per anni si siano riposte paure e speranze, idee e progetti, nelle mani solo di una classe politica dirigente e professionista, a destra come a sinistra, non ha pagato in termini di radicamento di buone prassi, di fiducia, di aggregazione civica nei contenitori costituiti dai partiti.
Non so interpretare il cambiamento, non so dire se la democrazia partecipativa debba diventare un metodo da replicare in ogni consultazione. non so nemmeno se questo bisogno di esserci si possa tradurre nuovamente in formule di leaderaggio, perché per essere leader occorre sapere vedere prima, vedere in profondità e vedere meglio.
Quello che credo sia importante sottolineare, tuttavia, è che sia imprescindibile ripartire da questo segnale forte arrivato dai cittadini, di destra e di sinistra, che si sono ripresi la propria voce.
Per dirla come si legge un po’ provocatoriamente nei blog, oggi, abbiamo fatto gli italiani, adesso facciamo l’Italia…


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