Capo Colonna

La spiaggia di Scifo a Capo Colonna in un’immagine di Revol Web da Flickr

In primo luogo desidero porgere il mio sincero ringraziamento agli organizzatori dell’Università d’Estate, una rassegna giunta ormai alla sua dodicesima edizione, e che fin dal 1998 ha fornito a intellettuali e cittadini un’importante occasione di incontro e dibattito su temi di assoluta attualità come informazione e democrazia e ruolo di internet e mass media all’interno della vita politica e civile.

È per me un grande piacere poter condividere con voi alcune riflessioni su un argomento che mi sta particolarmente a cuore come quello scelto per l’edizione 2016 di questa iniziativa, dal titolo Lo spirito dei luoghi, che si declina nei temi di cultura, lavoro e bellezza. Queste tre coordinate sono a mio avviso fondamentali per tracciare un quadro di come vogliamo e possiamo immaginare il futuro del nostro Paese. Per uscire dalla crisi ancora in corso – crisi che, prima ancora di essere economica, è politica, civile e sociale – occorre infatti comprendere che lo sviluppo verso cui deve tendere il nostro Paese non può più essere quello che ha caratterizzato gli ultimi decenni del secolo scorso, improntato soprattutto sul consumo, di energia, di merci, di territorio.

Sulla scia della corsa al benessere che ha caratterizzato l’economia italiana nella seconda metà del Novecento, abbiamo rischiato infatti di lasciare indietro, di perdere quasi, un patrimonio inestimabile che è insito proprio nello spirito dei luoghi a cui si richiama il titolo scelto per questa iniziativa, nel quale mi sembra di poter riconoscere quel genius loci, il nume che nel mondo romano sovrintendeva ai luoghi abitati dagli uomini, proteggendoli, caratterizzandoli e rendendoli unici, ognuno diverso dall’altro, grazie ad una armoniosa combinazione di elementi naturali e di tradizioni, usanze e tecniche tipiche di ogni singola comunità, che sviluppava così un legame sacro con il luogo che identificava come casa. Spirito, dunque, che significa anima, radice, fondamento e idea di un passato che troppo spesso è stato liquidato senza comprenderne il valore prima di tutto culturale e civile, e poi anche sociale ed economico. Quanti paesaggi sono stati sconvolti dal cemento, quanti siti e monumenti lasciati all’incuria e all’abbandono, quante tradizioni e quanti saperi artigiani e artistici sono scomparsi sull’onda della standardizzazione e della velocità imposte dall’economia di mercato?

Per fortuna, comunque, in ogni parte d’Italia, ogni giorno c’è chi lavora per recuperare questa bellezza, per riportarla alla luce e per diffonderne la conoscenza – anche grazie alle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e dai social network.

Ex spazi industriali diventano biblioteche, centri culturali o aree espositive; monumenti e luoghi abbandonati vengono restaurati e riaperti spesso grazie a iniziative che partono dal basso, dalle popolazioni stesse, attraverso associazioni, comitati civici, azionariato collettivo e crowfunding; contro lo scempio dei nostri paesaggi sono sempre di più le persone che si oppongono, chiedendo rispetto per la natura e per la bellezza del nostro Paese.

A volte, poi, questa nuova sensibilità verso quello che prima di tutto è un enorme complesso di beni comuni si trasforma in occasione di lavoro. Lavoro atipico, certamente, rispetto ai canoni del passato: spesso sono proprio i giovani, con le competenze accumulate in anni di studio e preparazione, nell’attesa di quel “posto fisso” che ormai sembra solo un relitto del secolo scorso, a rimboccarsi le maniche e costituirsi in cooperative, in ONLUS o in piccole aziende per partecipare a bandi di gestione di beni culturali, per inventarsi un nuovo modo di organizzare e comunicare la cultura attraverso internet, per tenere aperti biblioteche e centri di aggregazione che altrimenti avrebbero già chiuso i battenti, complice la sempre crescente contrazione delle risorse a disposizione dei comuni e degli enti locali per offrire ai cittadini servizi sociali e culturali.

Riscoprire lo spirito dei luoghi significa conoscere la propria storia, le proprie radici e i luoghi, i monumenti, finanche le espressioni artistiche, tradizionali ed enogastronomiche che caratterizzano il posto in cui viviamo, e saperne fare non un mero prodotto da vendere, ma il frutto di un lavoro a tutto tondo sul territorio, che valorizzi ogni aspetto, ogni possibile declinazione di quella bellezza che è la nostra più grande ricchezza e sulla quale, credo, possiamo e dobbiamo puntare per un rilancio del nostro Paese, per una crescita reale, stabile e soprattutto virtuosa.

La riflessione sulla bellezza come elemento costitutivo dell’identità del nostro Paese ha condotto alla proposta, che io stesso ho sostenuto durante il mio impegno istituzionale, di inserire il suo riconoscimento in posizione di assoluta preminenza all’interno della nostra Costituzione, ovvero come un nuovo comma da aggiungere all’articolo I.

Il disegno di legge costituzionale ha già ottenuto l’adesione di associazioni nazionali e internazionali del mondo dell’ambiente, della cultura, dell’educazione, dell’architettura, della musica, dello spettacolo e di tanti che, per decenni, si sono impegnati come lavoratori della Bellezza, ed è stato sottoscritto da oltre 140 deputati, ottenendo anche l’impegno del Governo a sostenerne il percorso legislativo. È ben noto ormai il testo della proposta avanzata dalla deputata Serena Pellegrino, che recita: «La Repubblica Italiana riconosce la bellezza quale elemento costitutivo dell’identità nazionale, la conserva, la tutela e la promuove in tutte le sue forme materiali e immateriali: storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e naturali».

Potrebbe forse suonare ovvio sottolineare la funzione morale, sociale, educativa, civile insita al concetto di Bellezza, che ha condotto, a livello internazionale, a dichiarare le più belle manifestazioni della natura e della cultura esistenti sul pianeta «patrimoni dell’umanità»: ma si deve purtroppo constatare che l’Italia, nonostante detenga un assoluto primato nella lista UNESCO di questi siti e monumenti – potendo dunque essere considerata, senza timore di incorrere in un atteggiamento ‘narcisista’, il Paese più bello del mondo –, non sembra ancora pronta a prendere piena coscienza né della grande responsabilità che comporta la tutela di questo immenso patrimonio, né tanto meno dell’enorme potenziale che esso custodisce in termini di sviluppo sostenibile, occupazione qualificata, miglioramento della qualità della vita, ripresa economica – grazie, naturalmente, ad una maggiore sinergia con l’altro comparto primario nella nostra economia, il turismo.

L’importanza di investire in cultura e turismo appare evidente a maggior ragione se pensiamo a quanto sia fragile il patrimonio di cui siamo eredi: i disastri ambientali che negli ultimi anni hanno sfigurato ripetutamente il volto delle nostre città e dei nostri borghi, danneggiando in modo spesso irrimediabile tesori artistici e architettonici di inestimabile valore e distruggendo le economie di interi territori, dovrebbero invece indurci a riflettere su quanto sia importante preservare e ricostruire il nostro patrimonio culturale, in primo luogo come elemento di connessione e identificazione civile, sociale, affettiva perfino – e poi come strumento di rilancio economico e turistico.

Numerosi sono i borghi del centro Italia che nel sisma del 24 agosto scorso hanno subito, oltre al drammatico conto delle vittime, anche immensi danni al patrimonio culturale: il centro storico di Amatrice, nel 2015 entrata a far parte dei Borghi più belli d’Italia, è quasi totalmente distrutto; Castelluccio di Norcia ha perso due campanili del Trecento; numerosi sono i danni che si contano a palazzi storici, chiese, conventi e santuari a Macerata e provincia. Occorre più che mai non ripetere gli errori del passato, non abbandonare i centri storici in nome di una rapida costruzione ex novo che distrugge il tessuto sociale e culturale e impedisce il ritorno alla vita precedente: bisogna invece comprendere che i fondi spesi per la ricostruzione, per il salvataggio del patrimonio artistico e architettonico, non sono affatto sprecati ma sono il presupposto fondamentale per il ritorno, per quanto esso possa essere lungo e difficile, alla normalità e per la rinascita anche economica dei territori colpiti.

La bellezza come ‘spirito’, dunque: credo di non errare se interpreto questo ‘spirito’ anche come una volontà di cambiamento che parte innanzitutto dal basso, dai cittadini stessi, che in molti casi sono i primi a chiedere alle istituzioni un maggior impegno nella tutela del nostro patrimonio.

Molto ci sarebbe da dire sull’importanza del rapporto con il passato e la cultura per la nostra identità nazionale, il nostro essere cittadini responsabili, il nostro sentirci comunità. «Chi non ricorda, non vive», scrisse uno dei nostri massimi filologi, Giorgio Pasquali; ed è fondamentale, per qualsiasi società, saper conservare, sapersi prendere cura del proprio passato, quel passato la cui meditata conservazione è imprescindibile requisito per la conoscenza di sé e degli altri, per la consapevolezza della propria identità, per la capacità di pensare e di progettare il proprio futuro: un futuro che può essere diverso, se si trova il coraggio di svincolarsi da pratiche incancrenite, ottusi immobilismi, rapporti clientelistici che ancora imperversano ad ogni livello e in ogni ambito, compreso quello della cultura.

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà», ha scritto Peppino Impastato, ed è straordinario quanto ci sia di vero in questa affermazione. Ciò che infatti deve essere chiaro, quando si parla di riconoscimento costituzionale del valore della bellezza, è che si tratta di un’azione in grado di generare importanti ricadute anche sull’assetto civile e sociale del nostro Paese: una società coesa, che si cura del suo retaggio culturale, dell’ambiente in cui vive, dei suoi monumenti, delle sue tradizioni, è una società più capace di aprirsi all’altro, di imparare e insegnare l’integrazione, di sconfiggere la paura del diverso e l’illegalità.

Ciò deve condurci ad una seria riflessione: non si può parlare di ricostruzione di un senso civico, di una comunità – presupposto, questo, già di per sé fondamentale per la promozione di un progetto culturale e turistico di avanguardia – se non ci si sofferma sui temi dell’accoglienza, della solidarietà, dell’integrazione. Solo una comunità inclusiva, e quindi priva di conflitti e al sicuro dalle intolleranze, può essere scenario di un rilancio culturale. Ogni presidio delle istituzioni deve concorrere a questo obiettivo: dalla scuola, fucina dell’integrazione di domani; alle associazioni, strumenti essenziali per la promozione della partecipazione alla vita civile; fino alla più piccola biblioteca, che può divenire luogo di incontro, di confronto, di conoscenza, opponendosi alla solitudine e alla disgregazione che sono spesso l’anticamera del disagio sociale e del diffondersi dell’illegalità.

I luoghi percepiti come non sicuri, dove non si realizza un progetto complessivo di cooperazione, dove vigono l’indifferenza e la diffidenza verso l’altro, difficilmente possono mettere in atto un vero cambiamento nell’approccio alle politiche culturali e ambientali; e questo perché la responsabilità civile non può essere frammentata, è un’attitudine che riguarda tutti gli aspetti del vivere sociale. Non ci si può occupare del decoro di un monumento e ignorare la sorte di una persona. Solo una comunità solidale può comprendere la profondità dell’esperienza che soggiace ad un’opera d’arte, ad un’architettura, ad un ambiente, ed essere davvero capace di proteggerli.

Ma non si può pensare – specie in un momento tanto difficile, in cui ci troviamo ad affrontare le conseguenze di una lunga ed ancora irrisolta crisi economica e sociale e di una progressiva perdita di fiducia verso le istituzioni che ha condotto in certi casi a derive qualunquiste – che i cittadini possano avventurarsi completamente soli in questo percorso di consapevolezza: devono invece essere le istituzioni per prime a riprendere piena contezza del loro ruolo di guida morale prima ancora che legislativa – e qui vorrei aprire una brevissima parentesi, per sottolineare quanto sia importante, anche in campo culturale, il concetto di bene comune, e quindi quanto sia importante che il patrimonio culturale resti di disponibilità pubblica: ovvero che, pur nella necessaria apertura ai soggetti privati nella sua gestione, si tenga fermo il fondamentale principio dell’accessibilità e della fruibilità collettiva di ogni sito, opera d’arte o museo  presenti sul territorio nazionale, per evitare che il patrimonio venga percepito solo come il “petrolio” del futuro.

Fin da Aristotele sappiamo che la politica dovrebbe essere quella scienza che ha per primario scopo il bene comune, e dovrebbe saper creare le condizioni per la realizzazione dell’essere umano; ma egli introdusse anche un altro dovere della politica: quello di riconoscere e prendersi cura delle cose belle. Dunque, solo un ceto politico capace di rivolgere i propri sforzi, la propria energia al prendersi cura dei cittadini, indirizzando le proprie scelte a valori e ideali ispirati alla bellezza, può dar vita ad una comunità migliore, per tutti.

La nostra Costituzione garantisce questo diritto dei cittadini ad un governo che tuteli la bellezza, i beni comuni e la realizzazione civile di ognuno in primo luogo con l’articolo 3, che sottolinea il dovere delle istituzioni di «rimuovere gli ostacoli» che impediscono ai cittadini di esprimere appieno le loro aspirazioni ad un Paese più bello, più coeso, più giusto, dove i beni comuni sono tutelati e protetti. Quindi, anzitutto, lo Stato deve mettere ogni cittadino nelle condizioni di poter leggere la bellezza che lo circonda, educandolo dentro e fuori i percorsi scolastici: educando, beninteso, non solo gli addetti ai lavori e coloro che lo diverranno in futuro, ma tutta la società civile. Un centro culturale può essere all’avanguardia, funzionale, veicolare bellezza e voglia di partecipazione, ma se lo spazio circostante è degradato, se le istituzioni, i cittadini, i commercianti, gli operatori turistici non comprendono a fondo la portata del progetto, esso è destinato a rimanere un’isola. Perché la bellezza funzioni da volano per il rilancio del nostro Paese, essa deve divenire un valore diffuso, socialmente condiviso e sostenuto.

Questo ci riporta al terzo elemento da cui siamo partiti in queste brevi riflessioni, a fianco di cultura e bellezza, ovvero il lavoro.

Ho già detto di quanto il settore si stia dimostrando capace di agire autonomamente: già il censimento di Federculture del 2012, dal titolo La cultura che vince. Esperienze di successo nella gestione dei beni pubblici, fotografava infatti un’Italia in fermento dal punto di vista della progettazione culturale, e il trend è andato crescendo senza sosta negli ultimi anni. Ovunque nel Paese si moltiplicano i festival e gli eventi dedicati al cinema, alla musica, alla letteratura e alla lettura, alle arti performative, al fumetto, alla fotografia, ma anche all’enogastronomia e al recupero delle tradizioni popolari. Altrettanto numerose sono le associazioni che riescono a generare redditi localizzati grazie ad una partnership affidabile con le istituzioni per la promozione, la gestione, la riprogettazione di spazi comuni dedicati alla cultura e all’arte.

Io credo che, sostenendo questo tipo di impresa, trasformandola in un partner stabile per la gestione del patrimonio e per la progettazione culturale, così come per lo sviluppo delle arti performative, lo Stato possa automaticamente intercettare le correnti innovative, le sperimentazioni, le diversità che sono forti nel nostro Paese, e che devono essere adeguatamente valorizzate.

Nell’articolo I della nostra Costituzione è sancito, come principio imprescindibile per la nostra comunità, il lavoro; e in un momento in cui gli assetti del lavoro sono così profondamente ridisegnati, in cui ancora non è chiaro il quadro legislativo che potrà ridurre l’esorbitante disoccupazione giovanile, in cui sono proprio i tantissimi lavoratori della cultura a vivere una situazione di perenne precarietà ed incertezza per il futuro, occorre  in primo luogo, da parte delle istituzioni, uno sforzo deciso per regolamentare il terzo settore e per facilitare, semplificando gli iter burocratici e alleggerendone le spese, l’iniziativa in campo culturale, soprattutto quando essa va a innestarsi su un processo di recupero virtuoso delle realtà locali in un progetto di tutela e promozione integrata dei territori – specie di quelli più periferici e fuori dalle tradizionali rotte turistiche. Il Meridione è un vero e proprio museo a cielo aperto, una miniera infinita di monumenti, siti archeologici, paesaggi unici, per non parlare del suo immenso patrimonio immateriale di tradizioni alimentari, artigianali, musicali, che da solo può fungere da volano per un intero comprensorio – come nel caso della Notte della Taranta in Salento.

Anche la Calabria, d’altronde, vanta un complesso di tradizioni e saperi altrettanto ricco – prova ne è la stessa Soveria Mannelli, con la sua tradizione manifatturiera, che ospita tra l’altro la più antica fabbrica calabrese della lana, fondata nel 1873 e tuttora in funzione, uno straordinario esempio di archeologia industriale e di combinazione tra tecnica, storia e cultura che costituisce l’anima di quel made in Italy che attrae visitatori da ogni parte del mondo. Soveria Mannelli, inoltre, può vantare non soltanto un centro storico ben conservato, prova di un percorso che, dal senso civico, conduce verso la riscoperta della bellezza; ma anche autentici capolavori, come l’altare in marmi policromi, monumento nazionale dal 1910, che si conserva nella Chiesa di San Giovanni Battista.

Ha scritto recentemente Salvatore Settis che «le urgenze del presente ci spingono a rileggere le vicende del passato non come mero accumulo di dati eruditi ma come memoria vivente delle comunità umane. Solo questa concezione degli studi storici può trasformare la consapevolezza del passato in lievito per il presente, in serbatoio di energie e di idee per costruire il futuro». È necessario che il Meridione si riappropri della grande cultura che ne innerva il territorio, frutto delle molteplici civiltà che nel corso dei millenni vi sono fiorite e vi si sono sviluppate, rendendo questa terra, la nostra terra, un crogiuolo di civiltà: ed è da qui che occorre ripartire, è su questo che occorre costruire se si vogliono gettare le fondamenta di una rinascita che sia occasione di sviluppo per l’intero sistema sociale ed economico.

Per far ciò dobbiamo perseverare nella tenacia che da sempre ci caratterizza e ci permette di non rassegnarci al degrado e all’abbandono, ma di continuare in ogni contesto a lottare per la bellezza e per la sua conservazione. Perché, come ha scritto Albert Camus, «La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza».

 


Commenti

Posta un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

󰁓