Non sono un giurista.
Tantomeno un deputato.
Ma sono un cittadino che vive nella società, dentro i confini di questa italia di cui cerco di leggere le linee tortuose e i contorni sempre più sfumati in cui si muove il tessuto sociale.
E questo tessuto sociale mostra quanto spesso i comportamenti delle persone, virtuosi o meno virtuosi, siano lontanissimi da chi pensa di conoscerli, legiferandone la natura e le prassi.
E’ così da sempre, è così sempre, per la natura stessa delle cose: la legge fotografa e regola una sostanza multiforme e in trasformazione, così come la grammatica e la sintassi regolano la lingua mutevole sulla bocca dei parlanti.
Però sussistono degli ambiti, quelli che riguardano le persone nella loro sostanza di esseri viventi, in cui la legge non può permettersi di restare indietro.

Perché ci sono leggi che non servono solo per sanzionare comportamenti difformi, ma anche per tutelare chi ne resta vittima.
La legge serve anche a colmare dei vuoti, come quelli del buon senso e del vivere civile.

Perché avviene? Non lo so.

Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che non può picchiare impunemente un vicino di casa senza pagarne le conseguenze, o che se lo fa perché il vicino è nero o ebreo, può incorrere in una pena aggiuntiva, che bilancia la folle convinzione che l’essere nero o ebreo sia di per sè una colpa intrinseca che giustifichi l’atto dell’aggressione.
Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che se commette una infrazione o un reato in stato di ubriachezza, questa sua condizione verrà considerata una aggravante, e non una scusante: la legge lo ritiene un soggetto oltremodo irresponsabile, in barba a quel che pensa il branco.
Non mi spiego perché, ma so che il cittadino ha bisogno di sentirsi dire che le donne non devono essere discriminate per il fatto stesso di essere tali, o che hanno diritto ad avere trattamenti diversificati in conseguenza di una dispari, e ingiustificata, ripartizione di risorse e possibilità.
Non so perché il cittadino non sappia da sé queste cose, che costituiscono l’abc dell’uguaglianza, della tutela, del diritto.

Quello che so è però che tali provvedimenti esistono perché spesso colmano lacune legislative, aberrazioni  interpretative, inspiegabili ingiustizie.

La legge funge da correttivo, impone ordine e tutela dove l’uomo, per motivi che sarebbe lungo indagare, ha scelto di ignorare certe verità circa il diritto di tutti a vivere dignitosamente.

È con stupore, dunque, che ho colto la notizia con cui il parlamento ha respinto il provvedimento anti-omofobia presentato alla Camera da un gruppo di deputati, finalizzato a integrare la norma esistente. Vale a dire, cioè, finalizzato all’inserimento, tra gli atteggiamenti punibili dalla legge, oltre a quelli compiuti in virtù dell’odio razziale e religioso, anche di quelli ispirati e compiuti in ragione di un odio transfobico e omofobico.

E non perché i deputati abbiano ritenuto che questa giusta riprovazione albergasse come norma morale certa in ciascun cittadino italiano, ma perché l’accogliemento di tale norma, e il conseguente allineamento del paese alla condotta di molti altri Stati europei, avrebbe significato, così hanno spiegato, mettere in giudicato i presupposti di costituzionalità che devono essere sempre insiti in una norma.

Cosa significa? Che i nostri deputati, nel prendere quella decisione, hanno ritenuto che il diritto di qualcuno, espresso in forma tutelativa sarebbe potuto andare a detrimento del diritto di altri; che alcuni cittadini italiani sarebbero potuti diventare, in virtù di questa tutela, dei soggetti privilegiati gli occhi della legge.
In altre parole, essendo gli uomini tutti uguali, un tale provvedimento avrebbe leso, per assurdo, il diritto del picchiatore razzista e omofobo, impedendogli l’esercizio pieno della sua facoltà di espressione di pensiero e opinione con parole e atti, anche criminosi.
Che gay e lesbiche vengano aggredite senza privilegi, dunque. Come tutti gli altri. Uguali fino in fondo, anche, e soprattutto, nell’assena di diritti.

***
Da cittadino di uno Stato di diritto, sono profondamente scoraggiato da questo arretramento sociale, che sembra ignorare il semplice postulato che sta alla base della concessione di un diritto: il fatto, cioè, che esso non si eserciti mai a detrimento di qualcuno ma a vantaggio di tutti, sempre.

Da cittadino italiano, sono sconcertato e accasciato dalla sensazione che nessuno di questi deputati sia mai stato davvero nell’italia su cui legiferano.
Mai stati allo stadio, per esempio. Mai in una corsia d’ospedale; alla posta, a una riunione di condominio, in coda al supermercato, al casello, in spaggia, al bar. Nessuno pare avere mai frequentato gli atri delle scuole dei propri figli, i vicini di casa, i propri simili in un qualunque contesto collettivo.
Nessuno sembra avere mai ascoltato la TV. Nessuno sembra aver mai fatto caso al fatto che “frocio, checca, lesbica, cupio, culattone” facciano ormai parte integrante del repertorio degli insulti comuni, sdoganati persino in contesti ufficiali da pessimi rappresentanti dello Stato.
Nessuno pare essersi accorto di quanto radicato sia l’odio verso il diverso, nessuno si è preso la briga di provare a capire quali siano le origini di questa incapacità di convivere insieme valorizzando le differenze, quali siano e come si alimentino le sacche di paura, in quale punto e perché si sia interrotto il cammino vituoso, come mai l’identità sessuale e quella di genere siano tornate ad essere oggetto di contesa, congiuntamente a molti dei diritti che pensavamo acquisiti, assodati, condivisi.

Dove e quando abbiamo perso di vista le finalità collettive dell’azione legislativa, la possibilità di salvaguardare le regole del vivere comune e il rispetto delle possibilità di convivenza civile?

Perché l’Europa non ci richiama seriamente?
Quando ciò che oggi ci appare come l’obiettivo di una lotta coraggiosa potrà essere la normalità?
Quando saremo un paese maturo e plurale, finalmente?


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