foggiaQueste giornate* di studio organizzate dall’Università di Foggia con l’Assessorato alla Qualità del Territorio della Regione Puglia rappresentano un’occasione importante per riflettere su un tema centrale per il presente e per il futuro del nostro Paese. Ed è significativa la scelta di accostare nel titolo del programma, il patrimonio paesaggistico a quello culturale, per segnare il carattere unitario dei due ambiti dal punto di vista della tutela e della valorizzazione, chiaramente enunciato nei principi fondamentali della Costituzione italiana: l’articolo 9, ricordato da Salvatore Settis, afferma infatti, come sappiamo, il principio per il quale la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Hanno avuto modo di richiamarlo di recente, in un libro prezioso intitolato Costituzione incompiuta, Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari e Salvatore Settis, che è autorevolmente intervenuto sul tema anche in questo nostro incontro. Su un piano diverso, ma certamente sintonico, un’idea non dissimile ha ispirato l’unione strategica in un unico Ministero dell’ambito dei Beni e delle Attività Culturali e di quello del Turismo: anche in questo senso, infatti, è importante tenere sempre presenti le quattro parole-chiave che, sotto l’insegna del binomio conservazione/innovazione, sono state opportunamente poste a epigrafe del programma di queste giornate di studio: «conoscenza e tutela, valorizzazione e fruizione».

Vorrei iniziare queste brevi riflessioni condividendo con voi i pensieri e le motivazioni che mi hanno spinto, alcuni mesi fa, a interpretare con passione e consapevolezza del senso del limite l’impegno istituzionale: una decisione nata dalla consapevolezza del fatto che nel corso degli ultimi anni la Cultura era stata oggetto in Italia di un duplice attacco; vale a dire, da una parte, l’indiscriminata e poco lungimirante riduzione dei finanziamenti, dall’altra la delegittimazione sul piano politico-programmatico, basata sul luogo comune per cui, nel periodo di una gravissima crisi economica, non si potevano ‘sprecare’ soldi in un settore che veniva definito ‘improduttivo’. In quei mesi, tuttavia, molte persone provenienti da diversi ambiti – la politica, la cultura, l’istruzione e l’università, il lavoro (come molte associazioni non istituzionali) – hanno cominciato a sostenere che era vero piuttosto il contrario: nel momento in cui ci si trova a far fronte ad una crisi economica globale, è proprio la Cultura la risorsa su cui l’Italia può e deve maggiormente contare per superare le difficoltà, rilanciare l’economia e l’occupazione, riaffermare il proprio ruolo in un contesto internazionale.

Un’idea giusta, alla quale se ne può affiancare, credo, un’altra non meno importante: quella per la quale soltanto attraverso una nuova centralità, in ogni ambito, della ‘dimensione’ culturale è possibile ricostruire il tessuto umano e sociale del Paese, che appare oggi devastato non soltanto dagli effetti della crisi economica, ma anche da una più generale e diffusa crisi di ideali, di fiducia, di prospettive, che espone la nostra società a una condizione di progressivo degrado, una condizione caratterizzata più che da ogni altra cosa – mi sembra – dal venir meno della capacità di sentirsi comunità. Vorrei citare a tale proposito una frase dell’antropologo Clifford Geertz: “non diretto da modelli culturali – sistemi di simboli significanti – il comportamento dell’uomo sarebbe praticamente ingovernabile, un puro caos di azioni senza scopo incapace di pensare il futuro, la sua esperienza sarebbe praticamente informe. La cultura, la totalità accumulata di questi modelli, non è un ornamento dell’esistenza umana ma – base principale della sua specificità – una condizione essenziale per essa”.

Ecco perché sono convinto che la Cultura possa svolgere un ruolo fondamentale anche nella costruzione del senso civico, che rappresenta il fondamento di ogni società, e del sentimento di appartenenza a una comunità solidale. Forse possiamo dire che soltanto sulla base di esperienze artistiche e culturali condivise è possibile realizzare «la trasformazione di una società atomistica in una società comunitaria». Tolstoj assegnava proprio all’arte il compito di educare i cittadini al bene comune, a quei valori di eguaglianza che avrebbero consentito di realizzare la convivenza pacifica tra gli uomini come libera adesione, come sentimento divenuto abituale e istintivo in ciascuna persona. Quello espresso da Tolstoj, è certamente un anelito utopico; eppure sono convinto che sia questa la direzione verso cui occorre tendere: l’edificazione di una società nella quale la bellezza, l’arte e la cultura siano chiamate a svolgere, riappropriandosi del loro statuto di beni comuni, una funzione importantissima di costruzione del senso civico, della coesione sociale e dell’appartenenza alla comunità, quella capacità di ascoltare le culture altre, di saperle conoscere e rispettare. Per questo è importante, strategico, vitale tornare a considerare la Cultura in tutte le sue manifestazioni – i monumenti, il paesaggio, i musei, le biblioteche e gli archivi, la musica, lo spettacolo, la cultura cosiddetta alta e la cultura popolare – non soltanto come un bene da preservare e incentivare per il valore che essa di per sé rappresenta, ma anche, allo stesso tempo, come una grande opportunità di sviluppo sociale ed economico. Perché questo sia possibile, è però necessario avere una visione organica e strategica dei modi della tutela e della valorizzazione dei beni artistici e culturali e di quelli paesaggistici, così come del sistema della produzione culturale. E su questo vorrei sottoporre alla vostra paziente attenzione qualche breve considerazione.

Un primo punto importante su cui credo occorra insistere è la necessità di coordinare in modo organico e strategico le risorse per la conservazione del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico all’interno di un progetto consapevole di gestione delle attività culturali: la volontà di darsi una visione ad ampio raggio è il prerequisito di una valorizzazione dei beni culturali più efficace e soprattutto più aperta alle possibili opportunità di ricadute positive sul tessuto sociale ed economico. Un secondo importantissimo obiettivo è quello di definire con rigore e lungimiranza i piani paesaggistici regionali. E qui voglio ringraziare tutti i responsabili di questa Regione, che hanno voluto e saputo definire quei vincoli di tutela e valorizzazione necessari e fare, ancora una volta, della Puglia un esempio di buona politica. Questo sforzo è nella direzione di individuare un grande potenziale proprio nell’integrazione tra beni culturali e turismo: che non può significare soltanto sfruttamento economico di quelli che sono stati definiti come i «giacimenti culturali, il petrolio» del nostro Paese, ma deve significare un momento critico e conoscitivo. Un incontro accortamente preparato, studiato, dell’esperienza turistica con la dimensione propriamente culturale e paesaggistica dei tempi e dei luoghi dei quali le mete visitate sono espressione, può consentire di elaborare un nuovo paradigma del turismo inteso come esperienza conoscitiva e compiutamente culturale: si tratterebbe cioè di tornare a mettere al centro del viaggio o della visita il momento propriamente conoscitivo; e di valorizzare, di quello straordinario patrimonio artistico e architettonico italiano, l’appartenenza alla dimensione della storia e quei momenti della civiltà che hanno formato il nostro presente.

Questo si può realizzare in tanti modi, ma soprattutto creando percorsi di senso, in modo che la visita a un museo, a una città d’arte o a un parco naturale non sia semplicemente un passare in rassegna una serie di capolavori o di monumenti, ma si traduca in un cammino storicamente e culturalmente coerente, o in molti possibili cammini paralleli. L’immensa ricchezza del patrimonio culturale e ambientale italiano ha, tra le molte caratteristiche peculiari, quella di una eccezionale densità di riferimenti culturali secondari: dietro a un monumento antico, ma anche, ad esempio, a un paesaggio alpino, o una stazione ferroviaria dell’Ottocento, non c’è soltanto la storia di quei luoghi; c’è anche la stratificazione lasciata dalla letteratura, dall’arte, dalla musica che quei luoghi hanno descritto e celebrato, o che hanno trovato in essi lo sfondo e lo scenario di eventi e racconti. Un recupero di questa dimensione che può apparire secondaria secondaria dei beni artistici e culturali, sulla scorta di un’ideale cartografia tradotta e trasposta in percorsi selettivi, può rappresentare, accanto certamente ad altre strade, un modo di valorizzazione del patrimonio innovativo e dal grande potenziale, anche dal punto di vista delle opportunità di occupazione qualificata.
Altrettanto importante, in questo senso, è l’impiego accorto delle nuove tecnologie, che possono trasformare la visita a un monumento, a un museo, a una mostra, a un parco naturale in un’esperienza multimediale e interattiva, nella quale il visitatore possa svolgere un ruolo che non è più soltanto quello di spettatore passivo, bensì anche quello di partecipante attivo all’esperienza. In un’epoca nella quale il vertiginoso progredire delle tecnologie sta modificando profondamente le nostre esistenze e la nostra vita quotidiana, ritengo che non ci si possa permettere di rimanere legati a concezioni e consuetudini antiquate: la volontà e la capacità di sperimentare, di cercare strade nuove, modalità diverse e inedite, rappresentano un fattore cruciale nel momento in cui si sceglie di credere e di investire nella valorizzazione dei beni artistici, culturali e ambientali.

È anche in questo modo, credo, che il patrimonio culturale e paesaggistico italiano può divenire non più soltanto un tesoro da custodire o – peggio – un giacimento da sfruttare, bensì un importante momento di divulgazione e di approfondimento culturale, e insieme una grande opportunità di sviluppo sociale ed economico; ma anche, come accennavo prima, occasione e punto di partenza per la ricostruzione della coesione sociale e del senso di appartenenza alla comunità.
Ma anche in questo caso occorre avere il coraggio di cambiare prospettiva, punto di vista. Occorre quel dialogo necessario, serrato tra cultura e ricerca scientifica e trasformare un evento espositivo in un momento di studio, di approfondimento.

Una riflessione particolarmente attenta merita, infine, il tema dell’intervento pubblico e dell’interazione tra pubblico e privato. Questa dovrà sempre avvenire sulla base del principio per il quale i beni culturali sono beni comuni, e in quanto tali vanno ricondotti innanzitutto alla sfera pubblica; ciò non significa porli sotto il diretto controllo della politica: l’apporto dei privati può essere utile e importante, purché esso non avvenga in una logica di sfruttamento commerciale, bensì in una logica di servizio, di contributo alla vita collettiva della società, e in una cornice di regole chiare e rigorose. Tenendo fermo, soprattutto, il principio per il quale la conservazione e l’utilizzo dei beni culturali, così come di tutti i beni comuni, sono un compito fondamentale e imprescindibile delle istituzioni e devono avvenire sempre nell’interesse della comunità. Anche qui la nostra Costituzione, nell’articolo 42 si è dimostrata lungimirante, ponendo al centro della responsabilità politica la felicità e il benessere dei cittadini. La proprietà pubblica o privata è riconosciuta come mezzo e non come fine: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Più in generale, e per concludere queste brevi riflessioni, credo rimanga decisiva la capacità di fare sistema: tra pubblico e privato; tra i diversi ambiti dell’offerta culturale; tra cultura e turismo; tra beni artistici e paesaggio; tra istituzioni culturali e territorio, tra centro e periferia. L’obiettivo che credo dobbiamo porci è quello di un’alleanza per la Cultura, tesa a far nascere e a diffondere presso tutte le forze sociali e in tutti gli ambiti della vita associata una nuova sensibilità e una nuova consapevolezza: quella che mi piace definire come ‘la cultura delle culture’.
Sono consapevole che quello che ho sin qui detto può finire con l’essere solo un elenco di buoni propositi. Mentre discutiamo di temi così importanti, la politica italiana sembra esaurirsi in discussioni che poco hanno a che fare con i reali bisogni dei cittadini. Eppure in questi mesi di dialogo, di ascolto ho colto forte il bisogno di cambiamento. Una forte richiesta di attenzione, una straordinaria energia positiva attraversa il Paese, fuori e lontano dalle stanze del potere – si sarebbe detto, un’energia che chiede un futuro differente, una crescita differente.

MI è capitato molte volte in questi mesi di pensare alle moltissime richieste che mi venivano rivolte dai cittadini, dagli studenti, dai ricercatori, da chi lavoro con passione nel mio Ministero. Aspettative di cambiamento, segni di attenzione, capacità di ascolto, condivisione dei problemi, questo mi è stato chiesto.
Per me sono stati centocinquanta giorni che no potrò dimenticare: dalla prima visita a Pompei, poche ore dopo la mia nomina, allo sguardo di una bambina che a Genova mi ha chiesto di fare qualcosa per la difesa del teatro che rischia la chiusura. Non so se potrò continuare ad avere questo privilegio, quello di poter ascoltare quella straordinaria energia che ho incontrato in questi mesi, ma vorrei dire con chiarezza che è questa energia, troppe volte ignorata dalla politica, la parte migliore del nostro Paese.

Grazie.

*questo è l’intervento che ho pronunciato a Foggia il 30 settembre 2013 in occasione dell’inaugurazione del nuovo Polo umanistico dell’Università


  1. da jessica 4 ottobre 2013

    Sono un’operatrice che lavora in Pulglia dal 2007 a stretto contatto e in sub ordine con la soprintendenza archeologica, in un logo dove la parola archeologia spaventa. Le ringatazio per il discorso tenuto per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’universita’ di Foggia. Lei ha saputo evidenziare e cogliere cio’ che io in prima linea sto facendo da anni in un contesto aspro ruvido e chiuso che si chiama Gargano. La cultura come bene di tutti non di pochi eletti o di visionari archeologi. Le parlo direttamente e con il cuore perche’ quel tema piu’ volte citato e fatto comprendere non ai rappresentanti delle istituzioni, che gia’ di per se dovrebbero conoscere, ma agli studenti di ogni prdine e grado, alla gente semplice che respira tutti i giorni e osserva quel bene monumentale, storico, archeologico che sia e non sa cosa esso sia o che valore abbia nel contesto in cui si trova. La ringrazio per aver saputo cogliere nella sue accezione piu’ vera il problema della illegalita’ dell’ignoranza culturale e del disagio culturale ed archeologico.
    Vorrei invitarla a porre il suo sguardo in terra garganica attraverso le soprintendenze che faticano per tutelare i beni con noi archeologi che veniemo presi di mira come alieni scesi sulla terra che depredano tombe e portano via i reperti per esporli ad un museo… La mentalita’ garganica e’ questa meglio profanar tombe per rivendere al mercato nero un reperto per tirar su mille euro e mangiare che far arrivare gli archeolgi le universita’ o le soprintendenze che bloccano vefono e ingombrano il territorio…

  2. da Giuseppina 4 ottobre 2013

    Onorevole Ministro, aspettiamo con piacere la sua visita a Prato, quando?

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