Neanche il sito ufficiale della Città della Scienza di Napoli è più online: un museo scientifico all’avanguardia, meta di almeno 350.000 visite annue, è scomparso nel giro di una notte, distrutto da un incendio che in poche ore ha divorato l’interno dei padiglioni che ospitavano lo science center – uno solo si è salvato –, lasciando in piedi solo le mura perimetrali di quello che un tempo era lo stabilimento Italsider, cuore del quartiere ex industriale di Bagnoli, che negli ultimi anni aveva iniziato una nuova vita grazie alla presenza del rinomato museo.

L’allarme è scattato alle 21.40 dello scorso 4 marzo, fortunatamente giorno di chiusura settimanale, il che ha almeno evitato che vi fossero vittime. Ma i danni restano comunque enormi: venti milioni di euro quello economico, inquantificabile quello morale, soprattutto se verranno confermate le ipotesi di un’origine dolosa del rogo (suggerite dal fatto che sono diversi i focolai che hanno interessato la struttura, e tutti nella zona fronte-mare). Sia il sindaco De Magistris che lo scrittore Roberto Saviano hanno sottolineato che la zona è da sempre nel mirino degli speculatori edilizi legati ai clan camorristici; comunque sia, sono 160 i dipendenti che hanno perduto il lavoro, senza considerare l’indotto che ruotava intorno all’attrazione. Ma quei 12.000 metri quadrati di esposizione erano soprattutto il simbolo del riscatto di Napoli, un gioiello culturale sul modello dell’Exploratorium di San Francisco e del Parc de la Villette di Parigi, prezioso soprattutto per avvicinare alla scienza le nuove generazioni.

città della scienza

Nato nel 1992 per iniziativa del fisico Vittorio Silvestrini, con l’intento di dare un futuro ad un quartiere devastato dalla crisi industriale che aveva causato una vera e propria emorragia di posti di lavoro, e inaugurato nel 2001, il polo era infatti pensato soprattutto per i bambini. La palestra della scienza per capire la fisica classica, l’officina dei piccoli per applicare le leggi scientifiche giocando, il grande planetario per scoprire le meraviglie dell’universo: queste ed altre erano le carte vincenti per il successo della struttura tra il grande pubblico, insieme ad una grande attenzione verso la divulgazione e la ricerca scientifica e tecnologica, che si espletava attraverso il Business Innovation Center (un incubatore di imprese specializzate in comunicazioni), il Centro di Alta Formazione e il grande Spazio Eventi attrezzato all’interno di un vecchio opificio intatto, notevole esempio di archeologia industriale. Con il suo altissimo grado di interattività e multimedialità, era l’unico museo ‘hands on’ finora realizzato in Italia, su progetto dell’architetto partenopeo Massimo Pica Ciamarra; nel 2010 doveva essere inaugurata l’ultima tranche del complesso, Corporea, il primo museo interattivo del corpo umano in Europa, ma i lavori si erano fermati per mancanza di fondi al tempo della crisi.

Dell’incendio, però, non si può incolpare la crisi economica: si può solo sperare che l’evento abbia avuto origine accidentale e iniziare a rimboccarsi le maniche e pensare al futuro. In tanti si sono già attivati sui social network (il gruppo Facebook Ricostruiamo la Città della Scienza ha già guadagnato più di 18.000 iscritti) ed è iniziata una raccolta fondi sul conto corrente della Fondazione Idis, che gestiva la Città della Scienza (IBAN IT41X0101003497100000003256 – causale Ricostruire Città della Scienza).

Ma nonostante i segnali di speranza non è facile immaginare a breve la rinascita di quel sogno finito in cenere: sono troppi gli esempi negativi, in Italia, di inestimabili patrimoni culturali andati in fumo, che hanno dovuto attendere anni e anni per la ristrutturazione (basti pensare al Teatro Petruzzelli di Bari, bruciato nel 1991 e riaperto solo nel 2009). Dunque non basta la pur meritevole gara di solidarietà: occorrerà tutto l’impegno delle istituzioni per restituire in tempi non troppo lunghi ai napoletani e a Silvestrini il simbolo del loro sogno di una città migliore, pulita, sicura, all’avanguardia sul piano sociale e culturale, ricostruendo la Città della Scienza, come il fisico settantottenne ha dichiarato dal suo studio risparmiato dal rogo, «più bella di prima». E chissà che un’occasione tragica come questa non possa trasformarsi in un’opportunità per un risveglio di una parte fondamentale della coscienza culturale del popolo di Napoli e della Campania.


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