«La democrazia è il potere di un popolo informato» recita il motto – mutuato da Toqueville – dell’Associazione Pubblici Cittadini, che in occasione della presente tornata elettorale ha stilato un dettagliato questionario da presentare ai segretari di tutti i partiti in competizione, con l’obiettivo, come si legge sul sito dei promotori, di:

stimolare un dibattito politico insieme approfondito e trasparente su temi di eminente interesse generale – anche ed in particolare per le giovani generazioni

L’APC è stata fondata nel 2009 con lo scopo, chiaramente delineato nello Statuto, di «favorire la diffusione della cultura della partecipazione e della progettualità politica, e la elaborazione di proposte riformatrici, coerenti con quella cultura, su tematiche rilevanti per lo sviluppo politico-istituzionale, economico, sociale, culturale, sia in ambito nazionale che internazionale», e vede tra i Soci fondatori Gustavo Ghidini, Morris Ghezzi, Valerio Onida, Vincenzo Ferrari e Fabrizio De Benedetti.

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La sua mission è rivolta in particolare alle giovani generazioni, e per questo annovera tra i soci fondatori, oltre a esponenti di primo piano della vita politica e culturale italiana, anche molti giovani studenti, neolaureati e lavoratori, che operano nelle due sedi dell’Associazione, situate rispettivamente a Roma presso il Movimento Europeo e a Milano presso la Società Umanitaria. Sono stati proprio alcuni di questi giovani, tutti di età compresa tra i 24 e i 25 anni, a stilare l’elenco di domande da porre ai candidati alle elezioni, che vengono finalmente considerati veri e propri interlocutori, con un atteggiamento di apertura che suona decisamente positivo in un momento in cui così profondo è il divario percepito, e rimbalzato dai media e dai social network, tra i cittadini e i loro rappresentanti in Parlamento. Non possiamo, dunque, che dedicare all’iniziativa l’attenzione che merita, concentrandoci in particolare sulle domande che riguardano il tema che più ci sta a cuore, cioè il futuro della scuola, dell’università e della ricerca in Italia.

In primo luogo c’è da affrontare una questione tra le più scottanti, cioè il sostegno alla ricerca da parte dell’amministrazione pubblica e soprattutto, in questa congiuntura economica, la capacità dello Stato di attirare finanziamenti da parte di privati per garantire l’attività dei centri di ricerca italiani e promuovere la loro collaborazione con le imprese allo scopo di supportare il processo di innovazione del Paese. Attualmente gli strumenti messi a disposizione dal MIUR per il finanziamento di progetti di ricerca industriale rivelano gravi criticità, a partire dalla scarsa chiarezza dei bandi di concorso fino ad arrivare alla complessità dell’iter burocratico necessario per sbloccare i fondi e alle innumerevoli difficoltà incontrate dai beneficiari nella rendicontazione; a fronte di tutto ciò, molte grandi imprese e PMI rinunciano a chiedere finanziamenti pubblici per cofinanziare i processi di innovazione aziendali. La soluzione in questo caso è semplificare drasticamente le procedure, così come indicato dal Settimo Programma Quadro dell’UE (dedicato al futuro delle politiche di ricerca dell’Unione), concentrando tutta la documentazione in un unico portale on line e incrementando la semplicità, l’uniformità e la trasparenza dei bandi e delle procedure di selezione.

Per evitare la dispersione dei finanziamenti pubblici, la chiave è ovviamente quella di puntare sul merito, concentrando gli incentivi solo sui progetti di più alto profilo, e allo stesso tempo incoraggiando l’aggregazione degli investimenti, inserendo limiti di budget che convincano le PMI e gli istituti di ricerca ad aggregarsi – attraverso le varie forme consentite dalla legge – per presentare progetti comuni.

Un sistema formativo realmente funzionante deve necessariamente prendersi carico degli studenti anche dopo il termine del loro percorso di studio, accompagnandoli nella transizione dalla scuola al lavoro attraverso il potenziamento delle politiche in materia di orientamento e job placement e soprattutto combattendo il grave fenomeno della dispersione scolastica; solo una formazione completa e continuativa nel periodo della scuola dell’obbligo può portare i giovani ad accedere al mondo del lavoro in condizioni eque e non svantaggiate.

Questo significa incentivare ogni aspetto della formazione secondaria e universitaria, senza tralasciare nessuno degli strumenti che possano mettere i giovani in condizione di confrontarsi positivamente con il processo di integrazione europea – dall’alfabetizzazione informatica all’apprendimento delle lingue. Un mezzo fondamentale per raggiungere l’obiettivo è il sostegno statale al programma Erasmus, sfruttato al momento solo dall’1% degli studenti universitari italiani: occorre aumentare drasticamente questa percentuale, in primo luogo attraverso sgravi fiscali per le famiglie, riconoscimento dei crediti e scambi di ospitalità. È inoltre fondamentale comprendere che le riforme ‘a costo zero’ sono quasi sempre destinate a risolversi in un fallimento: se l’obiettivo è quello di portare la formazione italiana ai livelli di quella europea, allora i finanziamenti pubblici all’università non possono che aumentare per adeguarsi appunto alla media UE.


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