Quando tornare al passato è guardare al futuro

È un angolo di Russia nel cuore d’Europa; quei confini decisamente tracciati sulla cartina dell’Unione, a isolare la piccola exclave di Kaliningrad dalle regioni circostanti – e in particolare dalla Prussia, patria originaria ma solo nei libri di storia – sono il retaggio di un passato ormai neanche troppo recente, fatto di muri, barriere e cortine di ferro. Quando il mondo era diviso in due blocchi e ogni città su quel confine era un avamposto.

Basta rileggere un articolo apparso il 25 maggio 1993 su Repubblica, che narrava l’arrivo a Kaliningrad del primo treno regolare da Berlino dopo mezzo secolo, sotto gli auspici dei governanti eltsiniani di una città di nuovo ‘aperta’. Ma allora si doveva ancora posare la polvere sulle macerie del Muro di Berlino, e nessuno poteva immaginare gli effetti della globalizzazione perfino sulle ferite più difficili da rimarginare: non a caso l’articolista si chiedeva «di qui a vent’anni Berlino, con la forza del capitale, tornerà più importante di Mosca?».

Vent’anni sono passati, e Repubblica torna ad occuparsi delle vicende della città che, sebbene tuttora completamente russificata, non ha smesso di guardare alle sue origini europee. Non esiste più la congiuntura economica in cui bastava essere l’unico sbocco di una nazione sul Baltico (neppure se quella nazione è la Russia) per avere un’economia prospera. Ora ci vuole altro per attirare ricchezza e investimenti, e a Kaliningrad qualcuno ha pensato che una strategia vincente per il rilancio culturale e turistico della città potrebbe essere quella di rivalutare la memoria pre-sovietica con una proposta destinata a suscitare un intenso dibattito: ritornare alla denominazione originaria di Koenigsberg (mantenuta fino al 1945), toponimo più direttamente legato al filosofo Immanuel Kant, che qui nacque il 22 aprile 1724.

Il noto personaggio sarebbe un ottimo testimonial per attirare visitatori da tutta Europa. La proposta è stata avanzata dal deputato liberale Solomon Ginzburg, che ha avviato una raccolta di firme per indire un referendum: se i nazionalisti legati a Mosca non vedono di buon occhio l’iniziativa, che ‘spodesterebbe’ un personaggio di primo piano della storia dell’Unione Sovietica, il generale Mikhail Kalinin (1875-1946), i settori della società più critici verso il Cremlino (in primo luogo gli attivisti per i diritti umani e l’ambiente) la vedono come una buona occasione per tornare ad aprirsi all’Occidente e per riscoprire il passato mitteleuropeo della città.

Certamente investire sulla memoria storica di una comunità è un metodo collaudato, e nella maggior parte dei casi proficuo, per abbandonare definitivamente contrapposizioni ideologiche ormai superate e per fare cultura di qualità, con un duplice beneficio, sia per i cittadini che per i flussi turistici. Tuttavia, almeno nel caso di Kaliningrad, la questione non è destinata a risolversi a breve, visto che non si potrà parlare di ridenominazioni almeno fino al 2015, quando si celebrerà il settantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazismo; una buona occasione per risolverla potrebbe essere invece quella del trecentesimo anniversario della nascita del filosofo, che cade nel 2024. Ma se ne dovrà riparlare tra 10 anni.


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