Ben Heine, Pencil Vs Camera - 46

Ben Heine, Pencil Vs Camera – 46

Vorrei iniziare queste brevi riflessioni* prendendo le mosse dalla constatazione, che può apparire ovvia ma che è necessario mettere bene a fuoco, dell’esistenza, in molte democrazie europee e in Italia più che altrove, di una crisi della fiducia nei confronti del sistema politico, che si traduce in una società divisa in due, con una metà dei cittadini che partecipa alle vicende politiche e un’altra metà che non si sente rappresentata e rifiuta, di conseguenza, qualsiasi forma di partecipazione alla politica tradizionale.

È una crisi che ha naturalmente molte e differenti cause, alcune delle quali riconducibili a circostanze che investono un orizzonte più ampio, sul piano sia nazionale che internazionale – e penso in particolare alla crisi economica mondiale; altre dovute alla percezione di una Politica in difficoltà sotto la pressione uguale e contraria della tecnocrazia da un lato e del populismo dall’altro; altre ancora alla rilevanza anche mediatica di notizie e avvenimenti di segno negativo che possono riguardare, in diversi modi, la sfera dell’agire politico, oppure alla visibilità di prerogative che – senza distinzione tra ciò che è utile e necessario e ciò che non lo è – vengono percepite come manifestazioni castali.

Ma è una crisi della fiducia che, allo stesso tempo, si lascia facilmente spiegare, indipendentemente dalle molte cause concorrenti, come una mancanza precisamente di identificazione: non si tratta, cioè, di una crisi della rappresentanza, bensì di una crescente difficoltà dei rappresentati a identificarsi con i loro rappresentanti. Una difficoltà di cui è indispensabile che la Politica si occupi e si faccia carico, se vuole dare una risposta positiva alla grande energia che attraversa l’Italia e che alla Politica chiede un cambiamento; e se non vuole sprecare il credito di fiducia che è venuto dalle ultime consultazioni. Ma su questo tornerò più avanti.

Vorrei prima, infatti, soffermarmi assai brevemente sull’importanza della fiducia per il funzionamento del sistema democratico. E vorrei citare a tale proposito una frase che ci riporta agli albori della democrazia mondiale, all’Atene del V secolo a.C., quando nell’Apologia di Palamede il sofista Gorgia individuava nella fiducia un bene la cui perdita costituisce un danno irreparabile: «Uno che ha perduto le ricchezze o è stato privato del potere o è stato bandito dalla patria, può sempre ritornare in possesso di questi beni; colui che, invece, ha perduto la fiducia altrui, non può più riacquistarla». E non occorre certo qui ricordare la centralità della fides nel sistema dei valori sociali e politici dell’antica Roma, di quella fides il cui rispetto veniva anteposto, come è ben noto, al successo e persino alla sopravvivenza personale, tanto che Seneca poteva scrivere ad esempio «malo successum mihi quam fidem deesse», «preferisco che mi manchi il successo, piuttosto che venga meno il mio impegno verso gli amici».

In epoche più vicine a noi, la fiducia è stata considerata un prerequisito essenziale dell’ordine politico e della fondazione del contratto sociale dalle teorie contrattualistiche del Sei e del Settecento, ed ha infine acquisito un suo statuto specifico – distinto da quelli della legittimità, del consenso, della solidarietà, della cooperazione – nel pensiero di Georg Simmel, con il quale la fiducia è divenuta per la prima volta una categoria specifica di analisi. In tempi ancor più recenti, il concetto è stato oggetto, come è noto, di numerose analisi sociologiche e politologiche, e vorrei citare a tale proposito i saggi raccolti nel volume Le strategie della fiducia. Indagini sulla razionalità della cooperazione curato da Diego Gambetta e pubblicato da Einaudi alcuni anni fa [1989], nel quale viene tentata una messa a fuoco del tema da diversi punti di vista e per mezzo di approcci differenti: da quello filosofico a quello biologico, dalla psicologia alla teoria dei giochi, alla sociologia, all’economia, alla scienza politica.

Da questi brevissimi accenni all’importanza del concetto nella storia del pensiero occidentale sembra emergere una costante, vale a dire la centralità della fiducia – della fiducia interpersonale così come di quella sistemica (rivolta cioè all’organizzazione sociale nel suo insieme o nelle sue singole espressioni istituzionali e collettive) – nel funzionamento della società democratica. Un’idea che credo si possa e si debba ricondurre a una considerazione di carattere più generale relativa al sistema di governo democratico, quella per la quale la democrazia non è fatta soltanto di regole, ma anche di valori; e la fiducia è uno dei principali tra questi valori.

La fiducia si basa principalmente – e naturalmente – sulla percezione di una possibile realizzazione delle aspettative: l’unico genere di società in grado di rendere felici i suoi cittadini è la repubblica virtuosa, la res pubblica ciceroniana, nella quale tutte le leggi sono rivolte al bene pubblico e i governanti agiscono nell’interesse del popolo. La repubblica ‘virtuosa’ è tale in quanto edificata su una serie di valori condivisi e rispettati. Il rischio insito in una perdita di fiducia, dunque, è quello di rendere difficile, o anche impossibile, come accennavo prima, quei processi di identificazione dei rappresentati con i rappresentanti che sono stati da loro direttamente o indirettamente delegati a gestire la cosa pubblica; di rendere difficile o impossibile che le forze positive che vengono, per così dire, dal basso, vale a dire dall’impegno individuale e collettivo dei singoli e dei gruppi, possano incontrarsi con le responsabilità di chi ha il compito istituzionale di gestire l’ambito pubblico nell’interesse della comunità.

Ho avuto già occasione di riflettere, in altre occasioni, su quello che è forse il dato che più mi ha colpito durante i dieci mesi nei quali ho ricoperto la carica di Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo: nei moltissimi incontri, nelle moltissime occasioni di dialogo e di ascolto, nelle numerose esperienze di conoscenza con tante realtà del nostro Paese che mi sono state offerte dal mio ruolo, mi sembra di aver colto soprattutto un forte bisogno di cambiamento, una forte richiesta di attenzione: quell’energia positiva che attraversa l’Italia alla quale accennavo prima, un’energia che rappresenta la parte migliore del Paese, un’energia che chiede un futuro differente, un’energia sulla quale siamo chiamati a costruire il nostro futuro. Perché questo sia possibile, tuttavia, è necessario ricostruire la fiducia; e per far questo occorre che cambi il modo di fare politica, occorre ripensare i modi, le forme, i contenuti dell’impegno della politica e delle istituzioni.

In questo senso, vale la pena tornare a riflettere su quella che può apparire, e indubbiamente è, una nozione ben nota, che tuttavia vorrei recuperare in chiave non soltanto critica, ma anche propositiva. La nozione è quella per la quale l’epoca in cui ci troviamo a vivere è caratterizzata dal predominio dell’apparire sull’essere: un fenomeno che pervade ogni aspetto della comunicazione e della vita associata, e che può essere sintetizzato, con riferimento più diretto alla vita politica, nel semplice assunto per il quale, mentre in passato un esponente politico ‘compariva’ perché si era guadagnato la notorietà con le proprie azioni rivolte alla difesa del bene pubblico, oggi viceversa si è famosi perché si compare, a prescindere da qualsiasi merito personale o da qualsiasi altra considerazione. Quando invece occorrerebbe forse sovvertire questo paradigma, rinunciando preventivamente ad apparire e concentrandosi esclusviamente sul ‘fare’. Non si tratta, si faccia attenzione, di un’istanza etica, o – in ogni caso – esclusivamente etica: la rinuncia all’apparire si lega anche, infatti, a un più diretto impegno per il bene comune, a una concezione dell’agire politico come servizio alla comunità, contrapposto ad ogni forma di sterile protagonismo. Mi piace ricordare a tale proposito come nello scrivere, nelle Origines, la storia di Roma dalla fondazione all’epoca a lui contemporanea, Catone sceglieva di non chiamare per nome i singoli condottieri, vale a dire i massimi protagonisti delle vicende da lui narrate: una scelta che potrà apparire oggi certamente estrema, ma con la quale egli intendeva opporsi al culto carismatico dei membri delle famiglie nobili, elaborando una concezione della storia di Roma come opera collettiva del suo popolo, e contrapponendo in tal modo al prestigio delle gentes quello della res publica. E mi piace ricordare anche, recuperando – con qualche cautela in più – un esempio a noi più distante dal punto di vista sia geografico che cronologico, quelle società primitive dell’America Meridionale descritte da Pierre Clastres, l’antropologo considerato da molti l’erede di Claude Lévi-Strauss, nel libro intitolato, significativamente, La società contro lo Stato: le società cosiddette ‘senza potere’, nelle quali il capo è al servizio della comunità, e non viceversa.

Credo che sia ancora questo lo spirito con il quale oggi dobbiamo rivolgere i nostri sforzi alla difesa dei beni comuni, e a questi principi deve ispirare la propria azione chi ha l’opportunità di porre le proprie conoscenze e competenze al servizio degli altri; e credo che sia sulla base di questo diverso paradigma che sia possibile provare a ricostruire quella fiducia nella politica e nelle istituzioni che corriamo il rischio di vedere, almeno in parte, perduta. Un segnale positivo, per certi versi in controtendenza, è venuto dalle ultime consultazioni elettorali, che – sul piano nazionale – ci consegnano sicuramente un Paese più stabile, una condizione nella quale è possibile dare concretezza a una prospettiva di medio-lungo periodo; e può non essere sbagliato vedere nel voto una manifestazione di fiducia, un volersi affidare di una parte non minoritaria del Paese alla parte migliore della sua classe dirigente. Occorre però essere consapevoli che la fiducia emersa dal voto non è incondizionata: è piuttosto una sorta di ‘fiducia a tempo’, un’aspettativa alla quale tutti i rappresentanti della politica e delle istituzioni sono chiamati a rispondere in modo rapido ed efficace, in un modo che sia all’altezza di quella energia positiva che ho voluto prima ricordare; e sono chiamati – soprattutto – a tenere fermi i due principi che Platone, nella Repubblica, poneva a fondamento imprescindibile di ogni buona azione di governo: da una parte, il perseguire esclusivamente il bene comune dei cittadini, rivolgendo a questo ogni sforzo e senza curarsi dei propri interessi personali; dall’altra – e questo è forse meno scontato – la necessità di prendersi cura dell’intero ‘corpo’ dello Stato, senza trascurare alcuna delle sue parti. Ed è proprio questo approccio, per così dire, inclusivo – dal punto di vista geografico, da quello sociale, ma anche da quello anagrafico e di genere, e da molti altri – che mi sembra indispensabile per poter riconquistare la fiducia di tutte le componenti della società.

Questo è vero non soltanto per l’Italia, ma anche per la casa comune europea: nel caso soprattutto di alcuni tra i Paesi più grandi e importanti, l’esito del voto ha mostrato in modo chiarissimo come l’incapacità di ascolto dei bisogni dei cittadini possa trasformarsi in astensione oppure in voto di protesta in favore di movimenti a forte carattere populistico. Protesta, in particolare, nei confronti di un’istituzione che in questi ultimi anni ha dato troppo spesso l’immagine di un’istituzione appiattita su una dimensione aridamente economicistica, nella quale sembrano venute meno tanto una progettualità di più ampio respiro quanto la capacità di slanci ideali. Anche per l’Europa, credo che, se si vuole ricostruire una fiducia stabile, se l’obiettivo è quello di una maggiore e migliore identificazione dei cittadini europei con i loro rappresentanti e con le istituzioni comunitarie, sia ormai indispensabile un forte momento di riflessione sull’identità culturale europea, come presupposto e punto di partenza per un’idea e un progetto di Europa che vada oltre l’unione monetaria e la dimensione economico-burocratico-normativa.

L’identità culturale europea è composta delle due grandi eredità ebraico-cristiana e greco-latina, che nel corso dei secoli del Medioevo e poi dell’Età moderna e contemporanea hanno contribuito alla creazione di una civiltà dalla straordinaria ricchezza intellettuale e artistica, nella quale sono state elaborate le tre grandi visioni del mondo che hanno forgiato l’uomo occidentale: quella della spiritualità religiosa, quella della speculazione filosofica e quella del pensiero scientifico. E non occorre certo citare l’apporto, accanto a queste tre grandi direttrici, del diritto romano, delle grandi tradizioni letterarie antiche e moderne, della musica colta e di tanti altri ambiti nei quali il contributo della civiltà europea alla cultura mondiale è stato ed è davvero eccezionale. Questo costante e pervasivo processo di creazione ed elaborazione di cultura è di fondamentale importanza nella definizione della nostra identità di cittadini europei sia nei rapporti con i cittadini degli altri Stati che fanno parte dell’Unione, sia nel confronto con le culture che sono espressione di altre realtà geografiche. E una sua valorizzazione anche in chiave politico-programmatica rappresenta un presupposto irrinunciabile se si vuole perseguire l’obiettivo di una maggiore coinvolgimento nella costruzione europea, sulla base di un rapporto di identificazione e di fiducia, dei cittadini di tutti i Paesi membri.

La considerazione che, in conclusione, si può trarre da questi spunti di riflessione è relativa all’importanza strategica del valore della fiducia nella definizione di un nuovo paradigma dei modi e delle forme dell’agire politico: è anche attraverso una valorizzazione dei legami fiduciari dei cittadini con le istituzioni democratiche che è possibile costruire un modello diverso, e migliore, di partecipazione e condivisione da un lato, di scelte responsabili e condivise dall’altro; con l’obiettivo, che potrebbe e dovrebbe essere fatto proprio da tutte le forze che si propongano di operare in modo costruttivo nell’interesse del Paese, di una maggiore inclusività di entrambi gli ambiti: così di quello delle decisioni politiche, come di quello del coinvolgimento, in queste, dei cittadini.

*Questo post è tratto dal mio intervento al seminario: ‘Ricostruire la fiducia’, tenutosi il 16 giugno 2014 nella Sala della Regina del Palazzo di Montecitorio, Roma


  1. da Maristella Tagliaferro 17 giugno 2014

    Sono d’accordo su ciascuno dei punti esposti in questa dotta analisi: grazie per aver posto l’accento su un tema fondamentale.
    Ricordo solo un principio molto semplice, che i miei genitori mi hanno insegnato quando ero piccolissima, e che ho cercato di trasmettere a mia figlia: la #fiducia si conquista dicendo sempre tutta la #verità e mantenendo la #parola data.
    In politica, oggettivamente, mancano esempi “affidabili”: Massimo Bray è un’eccezione, perciò ha tanti sostenitori.

  2. da luciano ardoino 17 giugno 2014

    Caro ministro, provi a leggere questo, che oltretutto la interessa da molto vicino, e mi dica come si può avere fiducia nella politica … in Italia.
    http://tuttosbagliatotuttodarifare.blogspot.it/2014/06/alla-fine-della-partita-sia-che-si.html

    … vorrei, eccome se vorrei, ma non ci si riesce proprio.

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