Il ponte di Borgo a Mozzano in una fotografia di Frank van Dongen

Il ponte di Borgo a Mozzano in una fotografia di Frank van Dongen

Mi fa moltopiacere condividere con voi una riflessione sulla tutela del patrimonio culturale, inteso come elemento fondativo dell’identità del territorio.Vorrei prendere le mosse dalle riflessioni di Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra democrazia.

Sono parole giustamente celebri, pronunciate nel 1956, nelle quali è espresso con altezza di ispirazione e profondità di pensiero il ruolo dell’esperienza resistenziale come fondamento della nostra comunità. Se volete «cercare che cosa fu la Resistenza vuol dire indagare dentro di noi che cosa è rimasto di vivo della Resistenza nelle nostre coscienze; che cosa si è tramandato in noi di durevole e quotidiano da quel tempo che già par leggendario, e che cosa ci sentiamo ancora capaci di tramandare di quel tempo a coloro che verranno dopo di noi». Il richiamo è ad affiancare così alla dimensione della memoria fondativa del presente quella del futuro da progettare e da costruire, quell’«andare avanti sulla strada intrapresa».

È una strada che, oggi, può identificarsi anche in un impegno quotidiano a costruire, o a ricostruire, un futuro diverso e migliore, in un impegno a «resistere» sia a quei drammi che a volte la natura o la storia ci costringono ad affrontare, sia a quei comportamenti umani che spesso si oppongono alla realizzazione pratica di idee che tutti consideriamo, o dovremmo considerare, idee giuste, quali appunto una corretta tutela, ma anche una adeguata valorizzazione, del nostro patrimonio artistico, culturale, paesaggistico e ambientale.

Anche questo significa oggi recepire come ancora vitale l’eredità di una storia, ispirare il proprio agire a quelle tante «resistenze» alle quali siamo quotidianamente chiamati, realizzare ogni giorno la Costituzione, come esortava a fare Piero Calamandrei.

Occorre chiedersi perché sia giusto, oggi, rimettere al centro dell’agenda politica, coerentemente con il dettato costituzionale, le tematiche della cultura, della tutela e della valorizzazione del patrimonio. Come ho avuto già occasione di sostenere in questi mesi, credo che le motivazioni siano tre, e tutte importanti, anzi direi strategiche per il futuro del nostro Paese. La prima è una motivazione di responsabilità: l’essere eredi di uno straordinario patrimonio culturale, unico al mondo, e la consapevolezza che la cultura è il fondamento della nostra identità nazionale comportano la responsabilità per noi di prenderci cura di quanto abbiamo ricevuto in eredità, di quanto ci è stato affidato da chi è venuto prima di noi, determinando quindi l’importanza dello studio, della tutela, del restauro delle opere d’arte, dei monumenti, dei testi letterari, dei documenti d’archivio.

La responsabilità di non lasciare che si interrompano e si esauriscano, sull’onda della crisi economica, tradizioni plurisecolari nell’ambito della musica, delle arti visive, dell’artigianato, dell’industria culturale; e non meno la responsabilità di prenderci cura, accanto al patrimonio costituito dalla storia e dalle opere dell’uomo, di quello – altrettanto prezioso e ‘fragile’ – rappresentato dall’ambiente e dal paesaggio. Come ebbe ad affermare, con parole alte e di grande efficacia, il presidente Ciampi, «è nel nostro patrimonio artistico, nella nostra lingua, nella capacità creativa degli italiani che risiede il cuore della nostra identità, di quella Nazione che è nata ben prima dello Stato e ne rappresenta la più alta legittimazione. L’Italia che è dentro ciascuno di noi è espressa dalla cultura, dall’arte figurativa, dalla musica, dall’architettura, dalla poesia e dalla letteratura di un unico popolo. L’identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo».

La seconda è una motivazione di progettualità, relativa cioè alla volontà e alla capacità di pensarci come società, come Paese, di immaginare in termini creativi il nostro futuro. E ritengo che una riflessione in questo senso non possa che prendere le mosse dalla constatazione di come in questi anni la realtà umana e sociale del nostro Paese appaia devastata non soltanto dagli effetti – già di per sé gravissimi – della crisi economica mondiale, ma anche da una più generale e diffusa crisi di ideali, di fiducia, di prospettive, che espone la nostra società al rischio di un progressivo disfacimento del suo ‘tessuto connettivo’ e in particolare al venir meno della capacità di ‘sentirsi comunità’. E sono convinto che una possibile risposta, a questa condizione di grave e profonda sfiducia possa venire proprio da una nuova centralità della ‘dimensione’ culturale in ogni ambito della vita associata: con l’obiettivo ideale di contribuire all’edificazione di una società nella quale la Bellezza, l’Arte e la Cultura si riapproprino del loro statuto di beni comuni e contribuiscano alla costruzione del senso civico, della coesione sociale e dell’appartenenza alla comunità, e non meno alla capacità di ascoltare le culture altre, di saperle conoscere e rispettare.

La terza, infine, è una motivazione di necessità sociale, dal momento che il settore dei beni e delle attività culturali, lungi dall’essere ‘improduttivo’ o ‘produttivo’, racchiude un potenziale enorme per il benessere dei cittadini.

Ormai è sempre più visibile il fatto che lo stato di una società non si può misurare solo con il PIL. Gli indicatori del benessere devono tener conto del livello dei servizi, della qualità delle abitazioni, del verde, degli spazi per la socialità, della diffusione e dell’accesso alle nuove tecnologie, delle opportunità e della certezza del lavoro, del rispetto dei diritti di ogni individuo.

La cultura è allora il luogo ideale in cui creare le condizioni per ricostituire quel comune sentire a cui i cittadini devono legare il loro sentimento di appartenenza ad una comunità.

E portando avanti questa riflessione sul tema del rapporto tra cultura e identità nazionale non possiamo non rifarci alla nostra Costituzione.

In uno scenario come quello descritto, i principi fondamentali della Carta fondativa della nostra Repubblica si mostrano infatti attuali, lungimiranti, capaci di fornire ancora oggi le risposte più adeguate e più giuste, definendo i compiti, i doveri principali dell’agire politico e delle istituzioni nei confronti di due grandi ambiti che potremmo definire dell’elaborazione della cultura e delle modalità di tutela e di valorizzazione.

Entrambi gli ambiti richiamati rivestono un’importanza centrale e strategica per il presente e il futuro del nostro Paese, da due punti di vista diversi e complementari. Da un lato, per il loro valore di beni comuni, fondamento della nostra identità nazionale e della consapevolezza della nostra storia, e non meno del senso civico e del sentimento di appartenenza a una comunità solidale, un valore davvero ‘non negoziabile’, che si declina in molte diverse responsabilità, a cominciare da quelle alle quali ho già accennato: quella di prendersi cura del valore del nostro passato – con la tutela e il restauro delle opere d’arte, dei monumenti, dei testi letterari, dei documenti d’archivio – e quella di non permettere che si interrompano le nostre tradizioni nell’ambito della musica, delle arti visive, dell’artigianato, dell’industria culturale; il dovere di prendersi cura, accanto al patrimonio storico e culturale, di quello, anch’esso prezioso e delicato, rappresentato dall’ambiente e dal paesaggio: la capacità di avere visione di come sarà il nostro Paese tra vent’anni.

Avere visione: tutelare e prendersi cura del nostro patrimonio sono un compito e una responsabilità importante anche dal punto di vista del significato che può e che deve avere il nostro vivere associato, perché soltanto attraverso una nuova centralità, in ogni ambito, della ‘dimensione’ culturale sarà possibile ricostruire il tessuto umano e sociale del nostro Paese.

E in questo senso mi sembra fondamentale l’importanza che può avere l’opera di ricostruzione dei monumenti danneggiati, perché oltre ad uno straordinario valore e significato storico, svolgono una determinante funzione come simboli della comunità, valori positivi nei quali i suoi membri possono identificarsi e riconoscersi.

Quella «ricostruzione» del senso civico e dell’appartenenza alla comunità di cui parlavo deve tradursi, in casi come questo, in una ricostruzione anche materiale del dov’era e com’era: la metafora diviene insomma una realtà concreta, immediatamente percepibile, e questa ridiviene a sua volta un simbolo in un circolo virtuoso che apre spazi nei quali la dimensione ideale e quella progettuale si incontrano proficuamente; il governo di una grave situazione di emergenza che favorisce le buone politiche e che muove da un’idea di città che mette al centro i luoghi della cultura, gli spazi pubblici destinati ad opportunità di socialità e di fruizione condivisa.

Per far questo occorre progettare nel rispetto della dignità di vita di migliaia di cittadini che vivono in un’attesa molte volte senza futuro. Significa orientare lo sguardo e le scelte sulle persone, sulla qualità delle loro relazioni, sulle loro necessità. E’ rispettando infatti le loro storie, la natura del paesaggio, le forme delle abitazioni che si potrà tener viva la voglia di partecipazione ad una ricostruzione che abbia un significato e un ordine. Il terremoto incide infatti sulla vita di chi lo vive, la paura prende il posto delle spensieratezza, della voglia di vivere. “Questa non è vita” mi dissero alcuni abitanti della new town di Barisciano, vicino L’Aquila. Come dimenticarlo? Mancano i bar, il barbiere, la merceria, il parrucchiere. I giornali e le ricariche per i cellulari sono in vendita all’interno di un’edicola improvvisata in un prefabbricato di metallo.

La politica che vogliamo deve riuscire a dare risposte, deve saper ricostruire con pazienza, con ascolto, con rispetto, in un rapporto di empatia e di solidarietà capace di dare speranze.

Soffermandomi sul valore simbolico della ricostruzione, vorrei aggiungere infine che assegnare alla cultura e all’arte il compito di educare i cittadini al bene comune, a quei valori di eguaglianza che possono consentire di realizzare la convivenza pacifica tra gli uomini come libera adesione, come sentimento divenuto abituale e istintivo in ciascuna persona, può certamente apparire un anelito utopico. Eppure sono convinto che sia questa la direzione verso cui occorre tendere: l’edificazione di una società nella quale l’arte e la cultura, nella loro qualità di beni comuni, possano contribuire alla costruzione, della coesione sociale e dell’appartenenza ad una comunità, e insieme alla capacità di dialogare con le altre comunità e le altre culture.

Un costante, ininterrotto, pervasivo processo di creazione ed elaborazione di cultura è di fondamentale importanza nella definizione di un’identità di cittadini sia nei rapporti con i cittadini di una comunità ben definita, sia nel confronto con le culture che sono espressione di altre realtà geografiche. E una sua valorizzazione anche in chiave politico-programmatica è di importanza decisiva, è un presupposto irrinunciabile se si vuole perseguire, nelle forme che si riterranno più opportune, l’obiettivo di una maggiore unità.

«Se mai l’Europa si darà una vera costituzione – ha scritto Gustavo Zagrebelsky –, sarà quando avrà intrapreso una profonda riflessione su sé medesima, ancora una volta a confronto con l’America. Questa volta per rispondere alla domanda: chi davvero noi siamo, che cosa davvero ci distingue, sempre che si voglia essere qualcuno e qualcosa, e non una semplice propaggine. Il Tocqueville di cui oggi avremmo bisogno sarebbe quello che fosse capace di renderci consapevoli, nelle differenze, della nostra identità». E lo stesso concetto è stato espresso in forma ancor più incisiva da Emanuele Severino: «L’Europa può avere un’identità solo in quanto è unita; e può essere qualcosa di unito solo in quanto ha un’identità». Un’idea di Europa deve dunque essere costruita su queste fondamenta: sullo straordinario patrimonio di pensiero, di arte, di scienza, di cultura, di spiritualità che è venuto definendo nel corso dei secoli la nostra identità: un patrimonio, ben inteso, che non va difeso dalle contaminazioni esterne, come a volersi barricare all’interno di un recinto identitario; ma un patrimonio al quale non si può e non si deve rinunciare – anche nel confronto, nel rispetto, nello scambio con le culture diverse dalla nostra – se vogliamo essere in grado di pensare in modo creativo e costruttivo il futuro del nostro Paese, dell’Europa.

Sono convinto che le disastrose conseguenze sociali del capitalismo finanziario di questi ultimi trentacinque anni richiedono un radicale cambiamento di prospettiva.

Lo scenario che abbiamo di fronte lascia molte volte attoniti: università senza risorse sufficienti e assediate da nuove criticità; accademie e centri di cultura che chiudono o vacillano, teatri e corpi di ballo che non hanno più cartellone, o che faticano a metterne in piedi uno, orchestre rimandate a casa.

Ma mentre si sono create enormi e gravi diseguaglianze sociali e forme di uniformità del pensiero e delle tradizioni, si sono elaborate forme di resistenza affidate alla creatività e al valore delle identità culturali. È nel deserto che sono nate molteplici manifestazioni di partecipazione dal basso alla difesa dei beni comuni.

Vorrei rileggere insieme a voi alcune parole di Pier Paolo Pasolini che mi sembrano di grande attualità: “in questo Paese non nero, ma solo orribilmente sporco, c’è un altro Paese… in cui è ignota la corruzione, la volontà di ignoranza, il servilismo.

È un’isola dove le coscienze si sono disperatamente difese e dove il comportamento umano è riuscito ancora a conservare l’antica dignità”.

Occorre lavorare molto nella difesa di quell’antica dignità. Nei dieci mesi in cui ho avuto la fortuna di ricoprire un incarico pubblico, ho capito che lo sforzo che dobbiamo fare è quello di ascoltare e condividere obiettivi, conoscenze, ideali.

Tutte le donne e gli uomini del Ministero dei Beni Culturali hanno bisogno di una carica di fiducia, di veder riconosciuto il valore delle loro esperienze e delle loro professionalità, di poter lavorare affianco a giovani inquadrati nelle differenti realtà del Ministero, nei confronti dei quali avere la consapevolezza di dover trasmettere un ricco bagaglio di conoscenze.

Un periodo più lungo di tempo mi avrebbe forse permesso di capire meglio la complessità delle differenti situazioni, superare alcuni errori, sperimentare alcune scelte, condividere un lavoro di graduali cambiamenti, riempire di contenuti alcuni luoghi della cultura che erano restituiti ai cittadini.

Mettere in piedi i Bronzi grazie alle conoscenze dei giovani ricercatori dell’Enea e grazie alla perizia dei restauratori del Ministero è stata la metafora di un Paese che si vuole rialzare; Carditello la scelta di sperimentare la partecipazione delle associazioni presenti sul territorio alla tutela di uno straordinario bene comune; la scelta di dare dignità all’eccezione culturale fuori dal trattato sul commercio con gli Stati Uniti, il modo migliore per sottolineare il valore della nostra cultura; il tax credit sul cinema e, per la prima volta sulla musica, il riconoscimento di alcune espressioni culturali che creano buona occupazione e producono ricchezza.

Dopo 29 anni una legge dedicata alla cultura: ero e resto convinto che la conoscenza e la tutela di una storia e di un’identità sia il modo migliore per costruire il futuro. Credo che occorra dare e non togliere dignità alla vita e al lavoro di chi è impegnato a difendere la cultura in questo nostro Paese, ai moltissimi che si trovano nel rischio continuo di non avere né storia, né lavoro, né futuro.

Creare le condizioni che consentano alle intelligenze, al talento, alla volontà di tanti giovani e donne di rivelarsi e realizzarsi, in questo ma anche in molti altri settori, è oggi e sarà sempre più nei prossimi anni uno dei più importanti compiti e doveri di chi ha responsabilità politiche.

Siamo in un momento decisivo: se non vogliamo veder aumentare la lontananza dei cittadini dalle istituzioni, dobbiamo tornare ad ascoltare le voci, le ansie, i dolori, le aspettative di chi non ha più fiducia. Dobbiamo tornare a ripensare le città come luoghi di socialità, mettere i beni comuni al centro dei nostri progetti, valorizzare le reti di cittadinanza attiva. Se faremo questo, con modestia, pazienza e rigore morale, sarà possibile riallacciare quel filo di relazioni, di solidarietà, di fiducia di cui abbiamo assolutamente bisogno.


  1. da isabella guari 15 maggio 2014

    Una targa con queste …”ero e sono convinto che la conoscenza e la tutela di una storia e di un’identità sia il modo migliore per costruire il futuro”. dovrebbe essere apposta in ogni angolo delle nostre straordinarie città storiche e nei punti d’avvistamento di meravigliosi paesaggi! Purtroppo la svolta commerciale intrapresa dal Governo in carica non promette nulla di buono e bisogna tenere alta la guardia!

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