bacio-di-lampedusaL’intenso romanzo di Mounir Charfi conduce il lettore attraverso una narrazione fortemente connotata in senso onirico e simbolico e insieme densa di riferimenti culturali, dalle epigrafi di Paul Valéry, Lautréamont e Ronsard che scandiscono il racconto fino alle suggestioni che rinviano alla tradizione alchemica, e invita, allo stesso tempo, a una riflessione non scontata su un tema davvero centrale per il presente e il futuro di tanti Paesi e di tante persone che – in modo più o meno diretto – vedono nel Mediterraneo il proprio orizzonte, o comunque una realtà con la quale sono quotidianamente chiamati a relazionarsi.

L’utopia, non priva di ombre, tratteggiata nel libro è quella di una serie di avvicinamenti: quello tra i due volumi di un trattato alchemico che, se accostati l’uno all’altro, innescano una trasformazione del mondo; quello tra i due innamorati Sami e Selima; quello tra le due sponde del Mediterraneo, con la conseguente fusione di Marsiglia e Algeri in una nuova città chiamata Maralgeri, quasi a realizzare, metaforicamente, l’anelito espresso da Alexander Pope nel celebre verso della Foresta di Windsor: «And seas but join the regions they divide»: «Il Mediterraneo – scrive Charfi – aveva levato l’ancora. Aveva lasciato l’esiguo spazio che lo soffocava. Finalmente il Mare Nostrum aveva raggiunto l’oceano primitivo. Maralgeri ormai era una megalopoli attraversata da un fiume, battezzato Rema, le cui acque nascevano dalla gigantesca fonte che ribolliva di un residuo vulcanico dell’Atlante. Quella sorgente [...] sgorgava dalle viscere della Terra in un boato assordante, sfogandosi come una lava limpida in balìa dei venti sui versanti della città, defluendo in un lungo fiume verso l’Atlantico attraverso lo stretto di Gibilterra, al di sotto di quella lingua di terra, ponte naturale che in tal modo univa il Marocco e l’Andalusia. L’Europa non poteva più fuggire davanti a quel continente insorto».

Quello di Mounir Charfi è un racconto denso, profondo, che evoca con partecipazione lirica il dramma delle migliaia di migranti che affrontano ogni giorno quel viaggio della disperazione o della speranza attraverso prima il deserto e poi il Mediterraneo per raggiungere le coste dell’Europa, terra dell’utopia ma insieme anche dello sradicamento; e vale la pena di citare a questo proposito un’altra splendida pagina del romanzo, quella nella quale si legge che «l’Africa aveva creduto di procedere verso la tana della libertà senza bavagli, il santuario della fratellanza, il tempio dell’uguaglianza, con la complicità del mare in ritirata che si lasciava scavalcare senza astuzie, senza increspature, senza maree, senza naufragi. Gli africani, giunti con i palmi aperti e gli occhi chiusi, senza clamore né chiasso, con il ricordo in sospeso, la memoria in pausa e le frontiere mischiate su un Mediterraneo evacuato, si trasformavano improvvisamente da rifugiati in punto di morte in cittadini al centro della città. Indirizzati dalla Provvidenza verso una destinazione che non avevano scelto, investiti dalla luce violenta del cielo privo di stelle dei civilizzati, avevano perso quel fremito che li cullava quando risuonavano le melopee dei loro avi».

Il libro, attraverso le storie anche molto diverse dei vari personaggi, rende visibile con grande evidenza queste esperienze e questi drammi, avendo allo stesso tempo sullo sfondo la storia dei Paesi nordafricani, il loro passato, la loro cultura. E insieme pone, come accennavo, una questione cruciale, della quale tendiamo colpevolmente a ricordari soltanto quando vi siamo bruscamente richiamati dai grandi avvenimenti storici, come la Primavera araba – e risale proprio, significativamente, al 2011 la pubblicazione originaria del romanzo; oppure dalle tragedie quotidiane legate agli sbarchi dei migranti, quando queste si rivelano ai nostri occhi di europei nella loro drammatica, dolorosa portata.

Il tema è naturalmente quello del Mediterraneo, e vorrei cogliere la preziosa occasione offerta dalla pubblicazione italiana del libro di Mounir Charfi per accennare qualche brevissima riflessione, che mi sembra importante in questi anni nei quali la sponda meridionale di quel mare è investita da rivolgimenti epocali, dei quali in molti casi non sono ancora ben definiti gli esiti e che chiamano i Paesi europei, a cominciare dall’Italia, a un’assunzione di responsabilità.

Uno dei massimi storici del Novecento, Fernand Braudel, definiva il Mediterraneo come il «cuore del Vecchio Mondo», e sosteneva che «il Mediterraneo non si è mai rinchiuso nella propria storia, ma ne ha rapidamente superato i confini», tanto che «la caratteristica più evidente del destino del Mare Internum è l’essere inserito nel più vasto insieme di terre emerse del mondo», nell’insieme del «gigantesco continente unitario» euro-afro-asiatico: «un pianeta per sé stesso, dove tutto ha circolato precocemente», e ancora i «tre continenti saldati insieme» nei quali gli uomini hanno trovato «il grande scenario della loro storia universale» e dove «si sono compiuti gli scambi decisivi».

È questa dimensione di scambio e di confronto tra civiltà, economie e culture diverse, questa funzione di tramite, di ciò che è ‘in mezzo’ e proprio per questo unisce, che ha storicamente definito l’identità del Mediterraneo sin dal nome con il quale esso era ed è conosciuto anche in lingue più o meno lontane da quelle romanze, dall’arabo al-Baḥr al-Abyaḍ al-Mutawassiṭ, «Mar Bianco di Mezzo», al tedesco Mittelmeer, dall’albanese deti mesdhe, «il mare in mezzo alle terre», all’ebraico Hayam Hatikhon, «il mare di mezzo», dal berbero ilel Agrakal, «mare tra-terre», fino al giapponese Chichūkai, «mare in mezzo alle terre». E davvero può valere in modo particolare per il Mediterraneo il verso di Alexander Pope che ricordavo poco fa: «And seas but join the regions they divide».

Sono convinto che l’esigenza di rimettere al centro la cultura, che sta trovando molte voci a sostegno in molti Paesi e che si sta cercando di tradurre in politiche e pratiche virtuose, significhi anche una crescente attenzione verso l’ascolto delle culture altre, verso una maggiore capacità di saperle conoscere e rispettare. Il Mediterraneo oggi non è più scenario soltanto di commerci e scambi culturali, ma anche di ingenti migrazioni di esseri umani, che troppo spesso, purtroppo, si traducono in tragedie e lutti: se la risposta immediata a questa emergenza investe, naturalmente, ambiti differenti da quello della cultura, è tuttavia innegabile che i fenomeni epocali ai quali assistiamo in questi anni – e che ci riguardano e riguarderanno sempre più da vicino le generazioni che verranno dopo di noi – necessitano di una risposta, di un approccio anche, o forse innanzitutto, culturali. Perché soltanto nella dimensione dello scambio, dell’incontro, del reciproco riconoscimento tra culture diverse è possibile far sì che le mutazioni storiche non avvengano in termini di scontro e di conflitto, bensì in quelli della ricerca e del perseguimento di un bene comune.

E questo chiama in causa sicuramente il nostro Paese, ma chiama in causa anche e soprattutto l’Europa. L’Unione Europea ha dato in questi ultimi anni l’immagine di un’istituzione appiattita su una dimensione aridamente economicistica, nella quale sembrano venute meno sia una progettualità di più ampio respiro, sia la capacità di slanci ideali, e che – soprattutto dopo il fallimento del progetto di Costituzione Europea – non sembra avere più nulla da dire al di là dell’adesione incondizionata al modello dell’austerity. Questo si riflette anche sull’incapacità, se non addirittura sull’assenza di volontà, di affrontare la grande questione dell’accoglienza dei migranti, che sembra lasciata all’iniziativa, svolta peraltro in condizioni di costante emergenza, di quei Paesi che sono maggiormente esposti al fenomeno per ragioni geografiche. Si parla spesso della necessità di un passo successivo verso l’unione politica come soluzione all’attuale situazione di impasse, in questo così come in tanti altri ambiti che riguardano, o almeno dovrebbero riguardare, tutti i cittadini europei; sarà tuttavia molto difficile compiere quel passo in assenza di un progetto innanzitutto culturale che si leghi alla costruzione europea e ne definisca gli scopi, gli ideali, l’identità. Per questo c’è oggi bisogno di un forte momento di riflessione sull’identità culturale europea, come presupposto e punto di partenza per un’idea di Europa che vada oltre l’unione monetaria e la dimensione economico-burocratico-normativa, e che sappia indicare all’Unione una direzione: che possa essere, per così dire, una ‘bussola’ anche nella gestione di questioni quali quella, particolarmente complessa e delicata da tanti punti di vista, rappresentata dall’accoglienza dei migranti.

Vorrei aggiungere che, se l’identità culturale europea è formata innanzitutto dalle due grandi eredità ebraico-cristiana e greco-latina, che nel corso dei secoli del Medioevo e poi dell’Età moderna e contemporanea hanno contribuito alla creazione di una civiltà dalla straordinaria ricchezza intellettuale e artistica, nella quale sono state elaborate le tre grandi visioni del mondo che hanno forgiato l’uomo occidentale: quella della spiritualità religiosa, quella della speculazione filosofica e quella del pensiero scientifico; se questo è vero, non sarebbe d’altra parte concepibile un’Europa senza quello che ancora Braudel chiamava «l’altro Mediterraneo»: «quello che si articola lungo le sponde sahariane del Mare Interno, dal Vicino Oriente alle Colonne di Ercole», e la cui storia «mette in causa altri paesaggi e altre realtà umane, diversi dai paesaggi e dalle realtà umane del Mediterraneo classico, quello dei Greci e dei Romani, quello che diventerà l’Occidente, il nostro Mediterraneo». Non a caso nel libro di Mounir Charfi è citato Agostino d’Ippona, uno dei massimi padri della civiltà europea, che – non occorre ricordarlo – era nato e cresciuto a Tagaste in Numidia, nell’attuale Algeria, fu vescovo di Ippona, nella stessa regione, ed è figura emblematica dell’antica osmosi tra le due sponde del Mare Nostrum. L’Unione Europea ha il dovere di tenere conto di queste storie e di queste culture comuni, di dare loro spazio e di valorizzarle, in un incontro che potrebbe essere occasione di arricchimento reciproco, ma anche, potenzialmente, di sviluppo.

L’auspicio, in conclusione, potrebbe essere quello di un «Mediterraneo delle culture», con l’obiettivo di realizzare una ideale ‘comunità culturale’ nella quale l’incontro e lo scambio tra culture anche distanti possa ambire a dare un contributo alla costruzione, nell’Europa di domani, di società basate sulla condivisione delle conoscenze e delle opportunità, e sulla ricerca – lontano da ogni conflittualità – del bene comune.


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