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Matera in un’immagine di pubblico dominio

Questo mio intervento è stato pubblicato sul “Corriere della Sera” del 31 agosto 2016.

Caro direttore, leggendo l’intervista del presidente del Senato Pietro Grasso (Corriere, 28 agosto) si rimane colpiti dalla sua denuncia: «Abbiamo avuto il Belice… Ci sono state commissioni d’inchiesta e tante parole. Abbiamo avuto l’Irpinia. Poi l’Aquila. Ma se poi i primi a cadere sono gli edifici simbolo dello Stato, la scuola, l’ospedale, la caserma dei carabinieri, vuol dire che siamo un Paese generoso nella solidarietà, ma non siamo in grado di seguire le regole. Eppure la prima grande opera pubblica è mettere in sicurezza il Paese». Parole responsabili da parte della seconda carica dello Stato che riflette sull’inderogabile necessità di avviare un irreversibile cambio di passo. Garantire la vita dei singoli, il valore di una comunità vuol dire rispettare il passato e investire nel nostro futuro, consapevoli che l’esistenza di ognuno di noi e dei luoghi in cui siamo cresciuti sono i beni più preziosi che possediamo. Questo Paese, di cui tutti sottolineiamo la bellezza, ha bisogno di cura, di attenzione, di «tutela». Tutela, parola fortemente voluta dai nostri padri costituenti nell’art. 9 («La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») ma spesso distorta nel suo valore etimologico, etico, morale.

L’Italia, per la sua configurazione geografica, ha una vulnerabilità elevata, ma al rischio naturale si devono purtroppo aggiungere le scelte sbagliate compiute per decenni: l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ha evidenziato come, tra il 1956 e il 2010, il consumo di suolo è passato dal 2,8% al 6,9%. «Questo vuol dire – si legge nel rapporto – che ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma di quella di Milano e Firenze». Dobbiamo invertire questa tendenza e fare in modo che il nostro Paese sia tutelato e, come scrive il presidente del Senato, «messo in sicurezza» e che l’opera di tutela non sia presentata, come purtroppo molte volte è accaduto, come ostacolo al «cambiamento», alla retorica del fare. Ecco perché si impone un vero cambiamento, per rispetto verso i nostri cittadini morti sotto le macerie, e per non dover più constatare, reiteratamente, che quando il paesaggio, i borghi, i monumenti, le case non vengono tutelati, il nostro Paese si sbriciola mostrando il volto della Morte e non della Bellezza.

Mettiamo a sistema le eccellenze, il lavoro delle istituzioni, delle associazioni per definire un grande piano di tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico, consapevoli che grazie alla ricerca e alle innovazioni tecnologiche molti dei rischi naturali si possono prevedere e prevenire. Facciamo in modo che sia la prima grande «opera pubblica» di un Paese che vuole scommettere sul suo futuro, un progetto nazionale (perché la tutela, come dice la Costituzione, spetta alla Nazione) che definisca un piano di lavoro e di sensibilizzazione, destinati anche a contribuire alla crescita responsabile delle nuove generazioni.


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