Un SOS per proteggere il patrimonio culturale italiano

Patrimonio SOS nasce nel 2002 per iniziativa di alcuni docenti universitari (Marco Collareta e Sonia Maffei dell’Università di Bergamo, Donata Levi dell’Università di Udine, Marzia Bonfanti dell’Università Carlo Cattaneo di Varese, Denise La Monica della Scuola Normale Superiore di Pisa, Sonia Maffei ed Emanuele Pellegrini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia) con l’obiettivo di proteggere i beni culturali italiani in seguito all’approvazione della legge n. 112, detta «Patrimonio dello Stato S.p.A» del 15 giugno 2002.

La legge, che rendeva esecutivo il decreto Tremonti n. 63 del 15 aprile dello stesso anno, suscitò immediatamente un allarme nel mondo della cultura, perché, istituendo una società per azioni «per la valorizzazione, gestione ed alienazione del patrimonio dello Stato», rendeva (e rende tuttora) i beni culturali di proprietà del Demanio una ‘merce’ a tutti gli effetti, spendibile per risanare i deficit di bilancio o finanziare le opere pubbliche. I professori Collareta e Levi si mobilitarono immediatamente con un appello, inoltrato al Presidente della Repubblica e alle più alte cariche dello Stato l’11 luglio 2002 e corredato da più di 2000 firme, nel quale esprimevano la preoccupazione che la legge nascondesse «la volontà di trasformare un patrimonio comune, di tutti, in un patrimonio privato, di pochi».

In seguito, viste le inadeguate risposte istituzionali e il moto di interesse collettivo suscitato dall’argomento, decisero di aprire il sito web, gestito in modo volontario e ‘artigianale’, per «mantenere aperto il discorso» e richiedere la collaborazione di tutti coloro che fossero interessati alla tutela dei beni storico-artistici e paesaggistici italiani, per monitorarne le condizioni e segnalare tempestivamente i siti a rischio di vendita: l’intento è quello di fornire «un riferimento continuamente aggiornato, accessibile e utile, per conoscere, almeno a grandi linee, i mutamenti che coinvolgono il nostro patrimonio culturale», e insieme una piattaforma di dialogo tra gli esperti del settore – storici dell’arte, archeologi, ma anche giuristi, tecnici, economisti – e l’opinione pubblica. Il sito (costituitosi in associazione culturale nel 2006) è dunque organizzato in diverse sezioni (rassegna stampa, interventi e recensioni, comunicati delle associazioni che si occupano di tutela dei beni culturali e ambientali) e soprattutto mette a disposizione degli utenti l’aggiornata rubrica «Beni in pericolo».

Infatti, in attuazione della legge Patrimonio S.p.A., l’Agenzia del Demanio ha proceduto a redigere un inventario dei beni culturali italiani, ognuno con il suo valore monetario (l’elenco, pubblicato sul Supplemento della Gazzetta Ufficiale n. 183 del 6 agosto 2002, è lungo più di 800 pagine). I curatori del sito hanno dunque attivato questo spazio con lo scopo di «creare una sorta di osservatorio per verificare come stia procedendo sul territorio la dismissione dei beni registrati in questo numero della Gazzetta Ufficiale». E scorrendo l’elenco delle segnalazioni non si può che restare spiacevolmente colpiti da quanti siano in realtà i beni a rischio privatizzazione o soggetti a speculazioni e degrado.

Per citarne solo alcuni, il Castello di San Lorenzo del Vallo, risalente al XV secolo e dichiarato bene di interesse storico-artistico nel 1978, e lo splendido Santuario di Santa Maria delle Armi, pregevole complesso monumentale tardomedievale, entrambi in Calabria, sono l’uno in stato di abbandono, l’altro minacciato dalla cementificazione; l’ottocentesca Fortezza di San Martino, situata al centro di Genova, è occupata abusivamente; la Torre di Calamosca a Cagliari, risalente al 1638, attualmente di proprietà della Marina Militare, è inaccessibile e potrebbe essere venduta insieme alla caletta dove sorge (la stessa sorte minaccia una notevole quantità di coste della Penisola).

Persino le isole di Pianosa e Giannutri, perle dell’Arcipelago Toscano, sono state ‘prezzate’ e sono dunque potenzialmente cedibili a privati. Per non parlare del Palazzo Busetti di Reggio Emilia, edificio del XVII secolo progettato probabilmente dal Bernini (acquistato di recente dalla società Bluefield dell’imprenditore Fulvio Montipò), della Certosa di San Martino a Napoli, del Lungarno della Zecca a Firenze. Certo, per questi ultimi i prezzi sono astronomici (rispettivamente 53 e 13 milioni di euro); ma la realtà dimostra che nessuno dei beni censiti è al sicuro. Non resta che affidarsi al buonsenso delle Istituzioni e alla vigilanza dei cittadini, perché il nostro patrimonio culturale non vada progressivamente perduto in operazioni economiche di scarsa lungimiranza e ancor più scarso rispetto per la storia e per il ‘bene comune’.


  1. da angela surace 14 maggio 2013

    Richiedo al nuovo ministro in carica di Esaminare quanto ahime’ decretato da l comune di Gioia Tauro e dalla direzione regionale MIBAC per abbattere un edificio storico degli anni trenta del ’900 “Casa del contadino” e soatituirlo con unoscenità architettonica chiamata urban center,che va ad inquinare come corpo estraneo una piazza storica ben definita.sul web si puo’ digitare Gioia tauro urban center e cliccare su Gioia auro city urban center jimdo e si troveranno i documenti salienti .Solo cosi si potrò credere nel nuovo minisro

Commenti

Posta un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

󰁓