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Questa mia intervista con Guido Boffo è apparsa sul quotidiano La Stampa il 10 settembre 2016.

Cita il discorso di Malala all’Onu: «Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo». Forse anche un salone del libro, due in compenso rischiano di complicare le cose. Massimo Bray, presidente in pectore della fiera torinese, ha un’idea per uscire dall’impasse ed evitare la guerra tra Torino e Milano. La esporrà lunedì nell’incontro a Roma con i ministri Franceschini e Giannini. «Creiamo una Fondazione mista, pubblico e privato, con una governance condivisa da tutti, che organizzi una serie di appuntamenti non ravvicinati. Ci sarà la fiera di Torino e quelle di Milano, Bologna, Palermo, ognuna con la propria specializzazione, ma distanti, così nessuna uccide l’altra».

Una regia unica?

«Esattamente. Una regia che coordini progetti, sostenuti anche dai ministri Franceschini e Giannini, legati alla promozione della lettura nelle città e nelle scuole. Cito Cesare Segre: “Mi auguro di poter comunicare e dialogare grazie ai libri per riuscire a spiegare ai nostri figli cos’è questa contemporaneità”».

E se il suo nome non trovasse consenso unanime?

«Farei un passo indietro subito, anche lunedì davanti a Franceschini, se questo servisse a mettere tutti d’accordo. Io ho un lavoro  alla Treccani che mi rende felice».

Torino in primavera e Milano in autunno. È questa la soluzione che proporrete?

«È una possibilità».

E se chiedessero a Torino di rinunciare a maggio?

«Il Salone è sempre stato in quel periodo. Sarebbe più facile trovare una collocazione temporale diversa per un evento che nasca ex novo».

Gli editori indipendenti sono una base sufficiente per ripartire dopo la fuga dell’Aie?

«Mi hanno davvero colpito la loro passione, la partecipazione, la difesa di un mondo culturale. Ho letto Antonio Sellerio quando dice che “tutta la nostra famiglia ha un rapporto sentimentale con il Salone di Torino”. Ed è proprio questo il punto, c’è una storia consolidata lunga 29 anni, e ringrazio la sindaca Appendino e il presidente Chiamparino per aver pensato a me come possibile garante per proseguirla».

Una storia con qualche ombra.

«I problemi amministrativi vanno risolti ma non possono diventare il pretesto per giustificare scelte aziendaliste a scapito del valore culturale».

Motta, presidente dell’Aie, continua a rivendicare la legittimità di una scelta imprenditoriale.

«Ma già il titolo “Fabbrica del libro” mi lascia perplesso. Una casa editrice è un laboratorio in cui si confrontano le idee. Stefano Mauri ha ragione a dire che un editore deve difendere il conto economico. Io aggiungo  i contenuti; i presidi territoriali del sapere, che sono le biblioteche e le scuole; la missione di conquistare le nuove generazioni; il rapporto tra libro di carta e libro digitale. Questo eccesso di aziendalismo ha fatto solo del male al nostro Paese».

Intanto Milano sulle date si è portata avanti.

«Sì, e questo mi dispiace, perché non hanno aspettato l’incontro di lunedì ed è un modo per metterci di fronte a un fatto compiuto».

Non teme di restare alla guida di una Salone di serie B?

«Credo che 29 anni di storia ci mettano al riparo da questo rischio. Amo moltissimo Torino, ad agosto ci sono stato tre giorni e ho avvertito l’orgoglio della città del sapere».

Quindi Bray sarà presidente?

«Non posso dirlo con certezza, perché prima bisogna concludere un percorso. Se ci riusciremo, accetterò  con entusiasmo».

Quale percorso?

«L’approvazione del nuovo statuto, l’individuazione di un segretario generale con una gara  pubblica, la nomina di un direttore editoriale».

Ha già il nome?

«In ogni caso non glielo direi. Immagino un direttore di orchestra che valorizzi le varie esperienze cittadine, dal cinema alla musica, e quelle delle regioni italiane. Non sarà il Salone di un uomo o una donna soli al comando, per dire il Salone di Elena Ferrante, che peraltro sarebbe un’ottima direttrice».

Per Feltrinelli siete in ritardo.

«Ci siamo visti  tre volte anche in agosto. Non mi sembra ci siano ritardi».

Milano corre.

«Concordo con Renzi: l’Italia, prima o poi, deve imparare a fare sistema. Abbiamo un problema grosso: meno di metà della popolazione legge un solo libro all’anno. E per risolvere questo problema la strada non è far morire il Salone di Torino».


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