Il Teatro dell'Aquila a Fermo

Il Teatro dell’Aquila a Fermo

Per affrontare il tema della centralità della Cultura* nell’azione del governo di cui faccio parte mi sembra indispensabile prendere le mosse dal contesto nel quale è maturata la decisione che mi ha spinto, alcuni mesi fa, a interpretare con passione e consapevolezza del senso del limite, l’impegno istituzionale: una decisione nata proprio dalla presa d’atto, molto triste, che nel corso degli ultimi anni la Cultura era stata sottoposta in Italia ad un duplice attacco, che si sostanziava da una parte in una indiscriminata riduzione dei finanziamenti, dall’altra in una non meno grave delegittimazione sul piano politico, programmatico e ideale, sulla scorta del diffuso luogo comune per il quale litterae non dant panem, con la cultura non si mangia, e a maggior ragione nel momento in cui ci si trova a far fronte a una gravissima crisi economica. Proprio in quei mesi, tuttavia, molte persone provenienti da ambiti differenti – dalla politica alla cultura, dall’istruzione e dall’università al lavoro (e penso anche a molte associazioni non istituzionali) – hanno cominciato a sostenere una posizione diversa e opposta: nel momento in cui si deve affrontare una crisi economica globale, è proprio la Cultura la risorsa su cui un paese come l’Italia può e deve maggiormente contare per raggiungere l’obiettivo di superare le difficoltà, rilanciare l’economia e l’occupazione, riaffermare il proprio ruolo in un contesto internazionale.

Era – ed è – un’idea giusta, alla quale da parte mia vorrei aggiungere un’altra motivazione, che mi sembra non meno importante: sono infatti convinto che soltanto attraverso la centralità, in ogni ambito, della ‘dimensione’ culturale sia possibile ricostruire il tessuto umano e sociale del nostro Paese, che appare oggi guastato non soltanto dagli effetti, certo gravissimi da tanti punti di vista, della crisi economica, ma anche da quella che mi sembra una diffusa crisi di ideali, di speranze, di prospettive, che espone la nostra società al rischio di un crescente degrado e al progressivo venir meno della capacità di sentirsi comunità. Mi è capitato più volte, in questi mesi, di citare una frase dell’antropologo Clifford Geertz, che mi sembra importante nel dare il senso dell’importanza della Cultura per il vivere sociale: “non diretto da modelli culturali – sistemi di simboli significanti – il comportamento dell’uomo sarebbe praticamente ingovernabile, un puro caos di azioni senza scopo incapace di pensare il futuro, la sua esperienza sarebbe praticamente informe. La cultura, la totalità accumulata di questi modelli, non è un ornamento dell’esistenza umana ma – base principale della sua specificità – una condizione essenziale per essa”.

Più concretamente, credo che la Cultura sia chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione del senso civico, che costituisce il fondamento di una società, e in quella del sentimento di appartenenza a una comunità solidale. E penso che l’obiettivo ideale, forse anche utopico ma da tenere sempre ben presente, di una efficace azione di governo in campo culturale debba essere quello di contribuire all’edificazione di una società nella quale la Bellezza, l’Arte e la Cultura si riapproprino del loro statuto di beni comuni e contribuiscano alla costruzione del senso civico, della coesione sociale e dell’appartenenza alla comunità, e non meno alla capacità di ascoltare le culture altre, di saperle conoscere e rispettare. Per questo credo che sia strategico considerare la Cultura in tutte le sue manifestazioni – i monumenti, il paesaggio, i musei, le biblioteche e gli archivi, la musica, lo spettacolo, la cultura cosiddetta alta e la cultura popolare – non soltanto come un tesoro da conservare per il valore che esso di per sé rappresenta, ma anche come una straordinaria opportunità di sviluppo sociale ed economico. A tal fine, è necessario avere una visione organica della tutela e della valorizzazione dei beni artistici e culturali e di quelli paesaggistici e ambientali, così come del sistema della produzione culturale. E su questo vorrei sottoporre alla vostra paziente attenzione qualche breve considerazione, prima di fornirvi qualche dato su quanto è stato fatto in questi primi mesi di governo.

Un primo punto importante è la necessità di coordinare in modo organico e strategico le risorse per la conservazione del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico all’interno di un progetto consapevole di gestione delle attività culturali: credo infatti che la volontà di darsi una visione di ampio respiro sia il prerequisito di una valorizzazione dei beni culturali più efficace e più aperta alle opportunità di ricadute positive sul tessuto sociale ed economico. Un secondo, importantissimo obiettivo è quello di definire con rigore e lungimiranza i piani paesaggistici regionali: uno sforzo che deve andare nella direzione di individuare un grande potenziale proprio nell’integrazione tra beni culturali e turismo. Questo non può e non deve risolversi soltanto nello sfruttamento economico di quelli che sono stati definiti come i «giacimenti culturali, il petrolio» del nostro Paese, ma deve costituire un momento critico e conoscitivo: un incontro accortamente preparato dell’esperienza turistica con la dimensione culturale e paesaggistica dei tempi e dei luoghi dei quali le mete visitate sono espressione può consentire di elaborare un nuovo paradigma del turismo come esperienza conoscitiva e compiutamente culturale; un obiettivo, questo, che si può raggiungere attraverso la valorizzazione, nello straordinario patrimonio artistico e architettonico italiano, dell’appartenenza alla dimensione della storia e di quei momenti della civiltà che hanno formato il nostro presente.

Si possono, ad esempio, creare dei percorsi di senso, in modo che la visita a un museo, a una città d’arte o a un parco naturale non si traduca semplicemente nella rassegna di una serie di capolavori o di monumenti, ma divenga un cammino storicamente e culturalmente coerente, o magari molti possibili cammini paralleli. Tra le molte caratteristiche peculiari dell’immensa ricchezza del patrimonio culturale e ambientale italiano, ce n’è una sulla quale vale la pena di fermarsi a riflettere alla luce di questa prospettiva: l’eccezionale densità di riferimenti culturali cosiddetti secondari. Dietro a un monumento antico, ma anche, ad esempio, a un paesaggio alpino, o una stazione ferroviaria dell’Ottocento, non c’è, infatti, soltanto la storia di quei luoghi: c’è anche la stratificazione lasciata dalla letteratura, dall’arte, dalla musica che quei luoghi hanno descritto e celebrato, o che hanno trovato in essi lo sfondo e lo scenario di eventi e racconti. Sono convinto che un recupero anche di questa dimensione dei beni artistici e culturali, per mezzo ad esempio di percorsi selettivi, possa rappresentare, accanto certamente ad altre ipotesi, un modo di valorizzazione del patrimonio innovativo e dal grande potenziale, anche dal punto di vista delle opportunità di occupazione qualificata.
Altrettanto importante mi sembra, in questo senso, un impiego attento delle nuove tecnologie, grazie alle quali la visita a un monumento, a un museo, a una mostra, a un parco naturale si può trasformare in un’esperienza multimediale e interattiva, nella quale il visitatore può essere non più soltanto spettatore passivo, ma anche protagonista attivo dell’esperienza. In un’epoca nella quale il vertiginoso progredire delle tecnologie sta modificando profondamente le nostre esistenze e la nostra vita quotidiana, ritengo che si debba favorire in ogni modo: la volontà e la capacità di sperimentare, di provare a cercare modalità diverse e inedite. Esse rappresentano un fattore cruciale nel momento in cui si sceglie di credere e di investire nella valorizzazione dei beni culturali.

Tutto questo – naturalmente – è vero anche per quanto riguarda gli eventi espositivi, che possono trasformarsi in momenti di studio e di approfondimento, valorizzando quel necessario dialogo tra cultura e ricerca scientifica che può giocare anch’esso un ruolo decisivo – dall’ambito dell’istruzione a quello dell’alta divulgazione, da quello mediatico a quello del dibattito pubblico – nella ‘ripartenza’ culturale, politica e civile del nostro Paese: occorre sempre ricordare infatti che ‘tutela’ vuol dire anche ricerca, e capacità di creare una sensibilità diffusa.
Qualche parola, vorrei dedicare al tema dell’intervento pubblico e dell’interazione tra pubblico e privato. Questa dovrà sempre avvenire sulla base del principio per il quale i beni culturali sono beni comuni, e in quanto tali vanno ricondotti innanzitutto alla sfera pubblica. Marguerite Yourcenar scriveva nelle Memorie di Adriano che «fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». Considerare i beni culturali come beni comuni non significa – si faccia attenzione – porli sotto il diretto controllo della politica: l’apporto dei privati può essere utile e importante, ma esso deve avvenire non in una logica di sfruttamento commerciale, bensì in una logica di servizio e di contributo alla vita collettiva della società, e – cosa non meno importante – in una cornice di regole chiare e rigorose; tenendo fermo, soprattutto, il principio per il quale la conservazione e l’utilizzo di tutti i beni comuni sono un compito fondamentale e imprescindibile delle istituzioni e devono avvenire sempre nell’interesse della comunità. Anche in questo ambito la nostra Costituzione, che pone come sappiamo tra i principi fondamentali, all’articolo 9, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, si è dimostrata lungimirante, collocando al centro della responsabilità politica la felicità e il benessere dei cittadini. All’articolo 42, la proprietà pubblica o privata è riconosciuta come mezzo e non come fine: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.

Vorrei ora dedicare qualche breve cenno a quanto è stato fatto in questi mesi dal governo nell’ambito della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, con un impegno culminato nell’approvazione del Decreto Valore Cultura, che nasce da una visione della cultura come bene comune e come diritto fondamentale dell’individuo; e dalla convinzione che la cultura è un dovere, verso i cittadini, e verso coloro che verranno dopo di noi. Dobbiamo tornare a pensare ad un futuro per il nostro Paese: è un dovere che dobbiamo assumere.
Il decreto segna un percorso ben preciso, che parte dal rilancio di Pompei: un rilancio volto a fare di Pompei il simbolo delle buone politiche che il Paese sa attivare nei confronti degli obblighi di tutela e valorizzazione di uno dei patrimoni più importanti e straordinari del mondo; e un rilancio che si concretizza nel rispetto degli impegni presi, nella valorizzazione dei beni culturali e delle professionalità, nel rispetto della legalità.

Il decreto prevede una norma tesa a favorire l’inventario dei nostri beni, attraverso un programma straordinario di inventariazione, catalogazione e digitalizzazione del patrimonio culturale basato su scelte tecnologiche innovative e sul coinvolgimento di 500 giovani di tutte le regioni per mezzo di tirocini formativi della durata di un anno.
Il decreto prevede altresì interventi volti a favorire i lavori degli Uffizi e la creazione, a Ferrara, del primo grande museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah: una scelta che ritengo significativa per sottolineare come il nostro Paese voglia impegnarsi nel credere che la cultura sia lo strumento migliore per difendere i valori della nostra storia e alimentare i valori di tolleranza e rispetto delle culture e delle storie altre, e allo stesso tempo per raccontare la molteplicità dei punti di vista differenti dal nostro.
Ritengo importanti alcuni segnali di difesa e tutela del paesaggio che abbiamo ottenuto.

Abbiamo ripristinato il termine di 5 anni di efficacia dell’autorizzazione paesaggistica che era stato tolto nel Decreto del Fare. Nella conversione abbiamo inserito due norme nuove nel Codice della tutela relative alle botteghe storiche e al decoro dei monumenti nei centri storici. Vigiliamo inoltre contro tutti gli eccessi si semplificazione.
Più in generale – e con questo mi avvio a concludere, ringraziandovi della paziente attenzione – credo che per un’efficace opera di tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali rimanga decisiva la capacità di fare sistema: tra Stato e Enti Locali; tra i diversi attori del mondo culturale; tra cultura e turismo; tra beni artistici e paesaggio; tra istituzioni culturali e associazioni; tra centro e periferia. L’obiettivo che credo dobbiamo porci è, in estrema sintesi, quello di un’alleanza per la Cultura, che sia tesa a far nascere e a diffondere presso tutte le forze sociali e in tutti gli ambiti della vita associata una nuova sensibilità e una nuova consapevolezza: quella che mi piace definire come ‘la cultura delle culture’. Dopo questi primi mesi di impegno nella politica e nelle istituzioni, credo di poter dire che una speranza che questo obiettivo possa essere realizzato viene dal forte bisogno di cambiamento, dalla forte richiesta di attenzione che ho colto nelle moltissimi occasioni di dialogo e di ascolto che il mio ruolo mi ha offerto: sono convinto che una straordinaria energia positiva attraversi l’Italia, ed è un’energia che chiede un futuro differente, una crescita differente. È proprio sulla bellezza del nostro patrimonio, sulla memoria del nostro passato e della nostra storia, ma anche su questa energia, che rappresenta – io credo – la parte migliore del nostro Paese, siamo chiamati a costruire il nostro futuro.

Sono davvero lieto di poter essere qui a confrontare il mio programma di lavoro con voi: ricordo infatti con attenzione e interesse che ItaliaNostra nasce con il fine di concorrere alla tutela del patrimonio storico, artistico e naturale della Nazione, di promuoverne la conoscenza e di sollecitare le autorità statali, regionali, locali e l’opinione pubblica alla sua tutela.

Grazie.

 

*Il testo raccolto in questo post è il frutto di un mio intervento pronunciato a Fermo in occasione del convegno ‘La centralità della cultura nell’azione di governo’, organizzato dall’associazione ‘Italia Nostra’ e in programma al Teatro dell’Aquila il 12 ottobre 2013


  1. da Pierino CALONICO 21 ottobre 2013

    Condivido “In toto” L’eccellente discorso del Ministro Bray!!!

Commenti

Posta un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

󰁓